LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.
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venerdì 8 maggio 2026

Tempistica impeccabile

Ho scoperto che se uno ha un blog che scrive con costanza, può entrare gratis al Salone del libro con l'accredito. 
E io ho un blog, e che blog: lo scrivo dal 2007, l'ho scritto con costanza per un sacco di anni, addirittura tutti i giorni, a volte più volte al giorno, con una prolificità che farebbe invidia a certi romanzieri russi dell'Ottocento, solo che loro scrivevano Guerra e Pace e io scrivevo delle ascelle farinose e della dura legge dell'imprenditoria, ma tant'è.
Ecco, mai e poi mai, quando sono andata al Salone, ho saputo che avrei potuto entrare gratis, in qualità di blogger super mega prolifica. Sono sempre entrata a pagamento, tranne un glorioso anno in cui mi hanno invitata a prendere parte alla giuria di "Incipit offresi" con tanto di accredito. Poi c'è stato anche il quasi glorioso anno in cui ero convinta di entrarci come autrice della Giulio Perrone, e poi invece mi hanno detto: ma no, pagati l'ingresso che tanto il tuo libro mica lo portiamo, noi, al Salone, ché l'abbiamo pubblicato a febbraio e siamo già a maggio, è vecchio e stantio.  Come il pane di tre giorni, solo meno utile.
Invece, quest'anno che ho scritto meno post, perché ho scritto una serie di romanzi da cassetto, racconti da concorso in cui si vincono mezzi kg di castelmagno e creme d'aglio di Caraglio, ecco, quest'anno ho fatto questa scoperta. 

La tempistica, come al solito, è impeccabile.

martedì 24 gennaio 2023

Essere in un racconto di Dino Buzzati

Come voi, miei numerosissimi affezionatissimi lettori saprete, sono una corritrice: corro da una vita e vi ho rallegrati con post correnti vari ed eventuali

In seguito a una caterva di distorsioni, si sono rarefatti sia i post sia la relativa corsa. 

Ormai convinta di essere destinata alla sedia a rotelle, mi reco dal luminare di chirurgia del piede della clinica privata famigeratissima, pensando che non sono mai andata al Combal.zero per non spendere la quantità di soldi che dispenserò oggi in mezz'ora scarsa. 
Armata fino ai denti di ecografie, risonanze e commenti apocalittici di tecnici vari sullo stato delle mie scheletriche e incurvate estremità, inclusa una bella artrosi, mi siedo davanti al luminare. Ha un aspetto da luminare, appunto: capelli bianchi, occhiali, camice rassicurante, scarpe eccentricamente colorate che sbucano dalla tenuta chirurgica. 
Mi chiede di raccontargli tutto, un po' come in "Dal medico" di Buzzati. Mi aspetto chiaramente che il suo verdetto sia: "Lei, signorina, è morta". 
Mentre mi fa tutti i controlli del caso, mi racconta ogni sua rilevazione, e parla un linguaggio a me totalmente sconosciuto, ma, per un effetto Babele, lo capisco. Un po' come ne "Il disco si posò" di Buzzati. 

Alla fine della visita non mi dice che sono morta. Mi dice che sono viva. Che ho le caviglie. Che ok, Uto Ughi suona uno Stradivari, il violino più figo che esista al mondo, ma anche lui, il violinista più figo che esista al mondo, si mettesse a suonare un violino da quattro soldi trovato al Balon o nella monnezza, ecco, suonerebbe di merda facendo stecche. Merda e figo non li dice, ma, nella traduzione istantanea dal suo linguaggio al mio, emergono con prepotenza questi due vocaboli poco acconci a contanta luminaria. 
Ecco, io sono nata con due violini da quattro soldi del Balon al posto dei piedi.

Non è decisamente una bella notizia. 
Però, diciamocelo, risale a 43 anni fa. Mica è un'ultim'ora. 
E poi ci sono persone che, qualunque cosa ti dicano, in qualunque linguaggio, ti ben dispongono. Sono sempre più rare, in questa società che credevamo post-apocalittica ma potrebbe anche essere, a ben vedere, semplicemente pre-apocalittica. Il luminare è una di quelle rare persone: è degno di un racconto di Buzzati; anzi, quando sei con lui, sei IN un racconto di Buzzati.

E in questo racconto, quando giunge il momento del congedo, il luminare non scrive al PC come qualsiasi medico. Il luminare chiama la segretaria, che si avvicina con pachiermica andatura, per affossarsi davanti alla tastiera. Il luminare, girovagando in tondo per lo studio, detta nel suo linguaggio, e la segretaria, mentre lo sforzo del digitare svela parzialmente un enorme tatuaggio sul tricipite pendulo e depilato, traduce per iscritto. La voce si dipana ipnotica nell'aria. Mi lascio affabulare dalle lettere che compaiono sul monitor. La specificità di ciò che si materializza con stenografica velocità non maschera ai miei occhi alcuni errori di battitura e meravigliose contorsioni lessicali, esse stesse fonte di quella magica e semplice ilarità che il luminare sprigiona inconsapevolmente. 
Alla fine della battitura, si passa al rito della rilettura critica. Cullata dalla fiaba del momento, non riesco a non far notare che "mancanza di assenza di stabilità della caviglia" mi fa abbastanza ridere. Lui, riconoscendo che non suona bene, ridetta: "mancanza di deficit nella stabilità della caviglia". Rido sotto la mascherina: il termine "presenza" è evidentemente "La parola proibita" della Città dei Luminari. 
E io l'ho beccata.

Pago la segretaria.
Pago tanto.

Esco, inconsapevolmente felice.
Pedalo per la città con il sorriso che allevia la gravità delle mie caviglie: del resto, per la fantasia e i pedali, non servono caviglie stradivari. 

lunedì 7 febbraio 2022

Diventare Calvino - e non saperlo

Una è lì che studia quintali di cose economiche e le piace talmente che farebbe di tutto pur di pensare ad altro, perfino scrutare ogni singolo oggetto presente fuori dalla finestra, tipo una girandola. E da quell'istante, inizia a pensare a cose belle, lontane - ma nemmeno troppo - dai grafici, dalle leggi economiche, dalle questioni cavillose, tipo la letteratura, e,  per non tornare a studiare e pensare alle suddette questioni, fa la cosa che più le piace: scrive un post. Un piccolo, inosservato post, in cui fa un omaggio al suo scrittore preferito, Italo Calvino. Passa il tempo che era da destinarsi alle questioni economiche a sfogliare "Lezioni americane", nel capitolo sulla leggerezza, ma non trova una frase che riassuma tutto in breve, e alla fine la inventa. 

Passano quindici anni e un mese. 

Una è di nuovo lì che studia quintali di cose economiche e le piace talmente che farebbe di tutto pur di pensare ad altro, quando ecco che un certo Giuseppe Regalzi, già palesatosi in realtà d'estate, ma senza colpo ferire, le invia questo articolo
Pazzesco.
Una è diventato Calvino in tutti questi lunghi anni e manco lo sapeva.
Poi, al Festival di Sanremo, perfino la Ferilli la cita (più o meno). 
E così, un certo Luigi Bruschi la intervista e scrive questo

E va beh, alla fine una si dice che avrebbe potuto andarle molto ma molto peggio.
Altro conto è cosa penserebbe Calvino di essere scambiato per lei: di questo non si può chiedere scusa a lui ma solo alla figlia, a cui si concede anche la licenza poetica del da senza accento come indennizzo. 

giovedì 13 gennaio 2022

Il tecnico della cucina

Il tecnico della cucina è la persona che più vedi in casa tua.
Il tecnico della cucina arriva ansimando, osserva il danno, se ne va ansimando. L'ansimare non diminuisce con l'allontanarsi del momento in cui ha fatto le scale, anche perché le ha fatte in ascensore. 
Il tecnico della cucina, quando gli telefoni e gli dici che vuoi sapere quando verrà nel lasso orario 9-19 del giorno dell'intervento, ti risponde che non fa interventi per la Whirpool e che non ha nessun frigo da sistemare. Dopo due ore arriva, ansimando, con i pantaloni da tecnico pieni di tasche con su scritto Whirpool e si avvicina al tuo frigo. Lo estrae ansimando, con movimenti sussultori che ne rigano tutta la fiancata contro le cerniere nuove della cucina nuova. Tira fuori fotocopie della Whirpool con intricati disegni che indicano di mettere uno scotch dietro un tubo che potrebbe essere causa di vibrazioni. No, non è uno scotch, è un materiale adesivo. Ok, mette il materiale adesivo che non è uno scotch, una striscia dritta, cercando di farle seguire la sinuosità. Ansima contrariato per l'impossibilità di sinuosare qualcosa nato per essere dritto.  
Poi ti fa fare il limbo con il frigo Everest appoggiato addosso, mentre ansima di più, e avvita un piedino aggiuntivo che dovrebbe, anche lui, ridurre le vibrazioni.
Quando ha finito, se ne va. 
Scende le scale ansimando.
Tu inizi a riempire il freezer con scatole imbevute d'acqua sghiacciata.
La vibrazione che c'era prima si è trasformata in un rombo.
Il frigo decolla, percorrendo la rampa di lancio del parquet della tua cucina.
Attraversa il cielo bigio più inquinato d'Europa. 
Si conficca nella luna che si disegna in una neonata notte. 
Prendi il cellulare.
Ordini un Glovo. 

lunedì 4 febbraio 2019

Perché sono qui oggi? Beh.

Ero lì che correvo davanti a un parco recintato, e con la coda dell'occhio ho visto un tizio che si stava facendo un video-selfie con il cellulare, e diceva: "Perché sono qui oggi? Beh".
E interrompeva.
Poi riprendeva e ridiceva: "Perché sono qui oggi? Beh".
E di nuovo interrompeva.

Siccome quando uno corre passa veloce, sono passata veloce ed ero già quasi oltre, con una tentazione micidiale di fermarmi e dirgli: "Perché sei qui oggi?", ma sembrava brutto, perché in questa società virtual-social, uno sconosciuto che ti parla per strada sembra un pazzo, poi così, senza un perché. Insomma, il perché ci sarebbe anche stato, era sapere perché il tizio fosse lì quel giorno.
Ma allora tanto valeva chiederlo a tutti, anche alle vecchiette che si sistemano sempre sul cavalcavia nebulizzato di polvere di ferro originata dallo stridore di ruote di treni e rotaie, a due metri da macchine incolonnate ferme a motore acceso: ci sarei passata dopo poco,e le avrei viste lì, con tanto di paraocchi per prendere il sole e giornali da leggere (non si sa come, con il paraocchi), come se stessero in spiaggia ad agosto mentre invece sono in un posto trafficatissimo inquinatissimo grigissimo in mezzo a Torino.

E allora non ho chiesto a nessuno perché fosse lì quel giorno.

Poi sono tornata a casa e mi sono pentita amaramente.

Ché ho passato il resto del tempo a chiedermi cosa facesse lì quel tizio quel giorno.

Alle vecchiette, invece, potevo sempre chiedere un'altra volta.

sabato 24 marzo 2018

Il silenzio al di sotto dei suoni

Quando sei l'artefice di un tipo di arte che non richieda la compresenza di artista e fruitore, nonché necessiti di un po' di tempo di assimilazione, il feed back è sempre un casino.

Generalmente, al livello zero, è un po' come su BlaBlaCar: i passeggeri che trovano che guidi benissimo ti fanno il feed back a 5 stelline, mentre quelli che ti reputano un pericolo pubblico, se hanno la possibilità di farlo, non ti mettono comunque una valutazione negativa.
Spariscono, tacciono per sempre, anche quelli che non spariscono in senso fisico di caro estinto.

Questo significa che per l'artista a livello zero è essenziale capire il silenzio.
Venti amici che frequentava hanno visto il dvd del suo film?
Cinque gli hanno detto che è magnifico, gli altri quindici non rispondono più a telefono, mail e hanno cambiato indirizzo?
L'artista può farsi due calcoli veloci veloci.

Può contare sul fatto che non diventerà mai famoso, ma, se mai lo diventasse, si capovolgerà completamente la situazione: chi lo disprezzerà gli farà i complimenti, e chi lo apprezzerà esprimerà pessimi giudizi sul suo conto, specie su media vari.

Che non si sa mai,
la buona arte, per essere apprezzata in santa pace,
conviene che non si sappia troppo in giro.

martedì 20 marzo 2018

Il sottile confine tra l'estasi e la noia

Dovete (ma anche no, forse potete, opzionalmente) sapere che, in qualità di blogger, ho un'applicazione che si chiama Color note sul cellulare, e su quest'applicazione scrivo le mie idee di post, in un foglio di color giallino, perché si può scegliere tra una limitata serie di colori smorti.

Quando scrivo queste note è sempre un momento in cui non posso scrivere, di quelli che ti vengono le idee ma non puoi, e allora ti arrabatti a scrivere dove riesci, e una volta erano le carte del prosciutto, adesso è il cellulare, ché tanto piuttosto che uscire senza torni indietro e arrivi in ritardo dove dovevi andare, ma senza no. Senza mai.

Poi, quando torno a casa, mi metto davanti al pc, e, se mi è passata la frenesia del blogger indemoniato, accedo alla pagina di editing e vedo il cursore bianco che slampeggia il genio, ammesso che ce ne sia uno.

Rifletto un po', in preda a uno sconforto da cursore lampeggiante, poi mi dico che posso andare a consultare Color note.

La maggior parte delle note che ho scritto, non capisco a cosa si riferiscano.

Quindi stanno lì, a stagionare, e ogni volta che le rileggo in preda a esigenza di idee da post, capisco meno a cosa si riferiscano.

Però, questa, quella che dà il titolo al post di oggi, è bella.

Il sottile confine tra l'estasi e la noia. 

Chissà che volevo dire.

Probabilmente sono cose che si capiscono solo quando si è in cresta al confine.

Quando si è nella noia ma si intravede l'estasi, si sente quell'energia che cresce dentro e non si sa perché, dato che ci si sta annoiando da un considerevole periodo di tempo, trascinando le proprie scazzate (anche se si è maschi) membra tra la TV, il lavoro, il letto, il tavolo, lo sport obbligato, gli incontri obbligati.

Quando si sta vivendo nell'estasi, si sa che finirà, e quando sta finendo, si avverte.
E' come se un peso ti atterrasse tipo corvo obeso sulle spalle, mentre ti dici che in fondo sei ancora sulla cresta dell'estasi, ma la cresta si sta abbassando gradualmente, e il corvo si accomoda meglio con le sue cosciotte adipose e i suoi artigli cuscinettosi, fino a renderti gravosa ogni attività: la TV, il lavoro, dormire, mangiare, lo sport obbligato, gli incontri obbligati.

Il sottile confine, è bene averlo sempre sott'occhio,
starci vicini e varcarlo spesso,
cavalcarlo come Bodhi,
evitando di fare la sua fine.

venerdì 2 marzo 2018

Facilissimo


Quando si pensa al concetto di scrivere qualcosa, un post, o un racconto, o un romanzo, sembra facile.

E' un po' come quando si è studenti, soprattutto se si fanno studi liceali. Si vede il prof, e ci si dice: "Figo fare il prof, facilissimo: noi studiamo tutte le materie e lui una sola; noi stiamo qui un sacco di ore e lui solo 18", il che è anche vero, perché fare le superiori secondo me è una delle peggiori punizioni sociali imposte dalla legge, ma poi, quando ci si ritrova a fare davvero il prof, per di più in tempi contemporanei, ci si rende conto che non è così semplice.

Quando ci si dice che si potrebbe scrivere come professione, si prende il pc e si apre word.
Ci si ritrova quindi davanti alla pagina bianca con il cursore lampeggiante.
E ci si rimane.

In certi casi, poi, si parla con gli amici e, se sono abbastanza stimolanti, vengono fuori un sacco di idee. C'è anche l'amico dei titoli: quello che ogni tre frasi trova un titolo bellissimo per un racconto o un romanzo, e poi ti dice: "Dai, scrivilo!"
Io l'ho fatto, poi la casa editrice mi ha cambiato il titolo.

Comunque, al di là del titolo su cui ho scritto il mio ultimo romanzo, che è ancora disponibile per chi vorrà usarlo, magari per scrivere tutt'altra roba, da alcuni dialoghi escono titoli bellissimi, poi uno corre al pc, apre la famigerata pagina word, e ci rimane.
Davanti.
A fissare il cursore che lampeggia ramingo nel bianco.
Magari non nel bianco totale, se ci ha scritto sopra il titolo.
Ma forse, meglio il bianco completo.
Più poetico.
Più possibilista.
Più artisticamente contemporaneo.

giovedì 25 gennaio 2018

Slippery when wet


Uno è lì che nuota in piscina e intanto pensa a cose cruciali, perché deve trovare delle idee, idee che non gli vengono nella frenesia della vita smartphonificata accelerata distratta multitache fuori dall'acqua.
Invece, lì, può limitarsi ad essere multitache e, oltre a nuotare, concentrarsi ad esempio, senza fare riferimento alcuno a persone realmente esistenti e tantomeno vicine o coincidenti con l'autrice di questo blog, su che titolo dare al libro che gli pubblicheranno tra poco. Urge un titolo decente, quello originale è stato bocciato, le proposte sono assai peggio dell'originale, uno deve fare tutto da solo, lavorare mentre nuota, questa è la vita contemporanea.

Di colpo, lo coglie l'attacco di creatività: iniziano a venirgli in mente titoli fighi; ci riflette per combinare le parole nel giusto modo.

Ad un certo punto ne ha vari in mente e inizia a provare un terribile timore: la dimenticanza.
Mentre conta le vasche, si ripete i titoli già ideati, e intanto ne cerca altri, ma ogni titolo in più ha un maggior panico da gap di memoria.

Deve appuntarseli in qualche modo, ma il prima maledetto smartphone, quello che gli avrebbe impedito di concentrarsi, è appunto inoffensivamente chiuso con la modalità aereo in un armadietto degli spogliatoi. E poi sarebbe difficile digitare con le dita bagnate.

Quando i titoli, tutti fighissimi, sono diventati troppi per la mente martoriata da vizi, tempo e conteggio delle vasche, uno arriva a fare un cenno al bagnino, a chiedergli se per favore ha carta e penna. Il bagnino e carta e penna appartengono a due universi distinti e inconnettibili, infatti lui scuote la testa con occhio quagliato. Poi, anche se le avesse, come farebbe il nuotatore a scrivere? Il foglio diventerebbe un'illeggibile spugna, con l'inchiostro allargato a formare indefinite macchie di Rorschach, e la base d'appoggio sarebbero le grate di scolo del bordo della piscina. Poi, tra un'aggiunta e l'altra, la pagina se ne starebbe nell'umidità a stingersi sempre più.

Niente da fare, l'unica è memorizzare tutto.

Resistere fino alla sessantesima vasca.

Considerare che, in fin dei conti, l'idea migliore sarà quella che sopravviverà alla sfida della memoria.

Dopo un'ora e mezza uno uscirà dalla vasca, arriverà al cellulare correndo come un ossesso sulle segnalatamente scivolose piastrelle, armeggerà come un ossesso sul lucchetto cinese che ha messo all'armadietto, agguanterà il cellulare con mano viscida, in qualche modo accederà al blocco notes e finalmente potrà scrivere le pregnanti, ultime idee che gli sono rimaste in testa:

"56, 57, 58, 59, 60. Finito!"

mercoledì 16 agosto 2017

Impietoso filtro


Quando uno esce dalla modalità-post, altro che essere l'uomo medio che ha un'intuizione al giorno.
Diventa un sub-uomo, e non nel senso equoreo.

Quando uno è uscito dalla modalità-post, si ricorda che esistevano epoche in cui aveva uno strabordare di idee che gli facevano ingenuamente pensare di essere un super-uomo. In realtà, si trattava solo di un'iniqua distribuzione delle intuizioni di una vita, tutte concentrate lì e destinate, in media statistica, a fargli capire di essere più sub che super, nella migliore delle ipotesi infinitamente medio.

Lo strabordare di idee aveva fatto sì che uno, nei tempi di abbondanza, mettesse in freezer le idee strabordanti.
Il freezer è solitamente un foglietto volante, oppure uno spunto in un bloc-notes del cellulare.

E allora, quando uno ricorda di avere un blog, apre quel file, cerca quei foglietti sparsi per la casa, accartocciati sotto un armadio, fisarmonicizzati tra la scrivania e il muro.

Legge gli spunti.

Non capisce un tubo.

Non sa nemmeno più cosa gli passasse per la testa quando aveva scritto con sicuro entusiasmo: "secondo google maps nella sabbia o in mezzo al prato c'è chi è ben mimetizzato".

In realtà non è che sia una cazzata non capire un tubo adesso.

E' che le intuizioni di allora erano delle cazzate.

Per di più scadute.

Impietoso filtro del tempo.

giovedì 1 giugno 2017

Ma come ti viene in mente?

Mi è stato chiesto come un blogger qualunque possa pensare di mettere nel mare magnum di internet i suoi post, con tutta la letteratura eccellente, con tutto quanto di perfetto è già stato scritto, così tanto da rendere impossibile leggerlo tutto dalla nascita alla morte. 
Mi è stato chiesto perché qualcuno dovrebbe perdere vita a leggere post imperfetti, ma soprattutto con che superbia un blogger qualunque possa avere il coraggio di rendere pubblico il suo blog. 

Vediamo di rispondere. 

Prima di tutto, internet è un mare magnum, e, come si sa, nel mare ci può essere di tutto. 
Spetta al pescatore non tirare su scarpe o assorbenti usati prendendoli per carpe. 
Certo, se uno butta le scarpe vecchie o gli assorbenti nel mare, può non sentirsi tanto in pace con se stesso. Ma si sa, molta gente è sempre in guerra con se stessa, qualunque cosa lanci in acqua. 

Se si scrive qualcosa in internet, si mette il proprio prodotto alla mercé di persone che hanno tantissimo da leggere, e che quindi, in base al loro gusto personale, selezioneranno quello che preferiscono, siano minchiate, cose di grande letteratura, notizie effimere, news che cambiano il mondo. I lettori possono decidere di buttarsi sul carteceo o anche sul kindaceo, senza quindi leggere nulla in internet. 
Del resto, è prerogativa del lettore leggere quello che cavolo gli pare, e più roba c'è più il lettore accorto potrà scegliere e quello non accorto sarà confuso e incapace di decidere, come capita da sempre alle persone non accorte anche in assenza di internet. 

Come fa il blogger a scrivere post in dieci minuti e a postarli così, senza rileggere, limare, lavare in Arno, perfezionare? 

Ammaniti, quando ha scritto "Il momento è delicato" ha detto che "il romanzo è una storia d'amore, il racconto è la passione di una notte". 
Aggiungerei che il post è un incrocio di sguardi per strada. 
Fugace
fulmineo 
imperfetto.

Vuoi la storia d'amore? Leggi un romanzo. 
Vuoi la passione di una notte? Leggi un racconto.
Vuoi l'incrocio di sguardi per strada? Leggi un post. 

Del resto sei un lettore, e come tale godi dei diritti imprescindibili del lettore
Vi è incluso non leggere. Per primo. 
E anche quello di tacere. Per ultimo. 
Abusato il primo,
dimenticato l'ultimo. 
Come capita spesso agli ultimi. 

martedì 14 marzo 2017

Ramengo

Devo scrivere un post devo scrivere un post. Il mio blog lamenta incurie nei suoi confronti e io non riesco a trovare nulla di decente da buttarci dentro.
Come posso scrivere qualcosa che non meriti di essere letto, o che perlomeno non ritenga tale e avere il coraggio di schiacciare quel pulsante Pubblica arancione che troneggia in alto a destra? Direte che l'ho già fatto, ma era in buona fede perlopiù. Adesso non lo sarebbe.
Come può essere che uno passa mesi e mesi ad avere addirittura l'urgenza di scrivere, come se avesse qualcosa di vitale da cacciare fuori, e poi all'improvviso trovi del tutto banale, inutile e stupida qualsiasi cosa possa uscire dalla sua tastiera?
Muse finite, musi anche. Forse ci sono stati i saldi e non me ne sono accorta.
Passo in rassega quello di cui potrei scrivere: fatti di vita vissuta da me che non racconterei nemmeno al mio criceto sordo, se ne avessi uno che sa la LIS; fatti di vita vissuta da altri che mi paiono di banalità immensa, come lo sono loro stessi, e come fa una persona banale a scrivere di fatti banali vissuti da persone banali in modo non banale?; fatti irraccontabili per non ledere privacy e buon costume (e banali); teorie che dovrebbero trovare riscontro nella realtà ma non trovano che scontro o, peggio, il nulla; poesie che non capisce nessuno, nemmeno io.
La banalità ti aspetta all'angolo, ti salta addosso come un'ombra, si appollaia su di te e ti oscura dalla testa ai piedi, e hai poco da dire che un tempo non ti sentivi banale, avevi muse e musi, adesso lo sei, sei demusificato, banale, circondato da banalità e hai un blog banale che andrà a ramengo sia che tu scriva dentro queste cose banali, sia che tu lo abbandoni.
Abbandonare un minore è reato per giunta.
Va beh, adesso trovo anche il coraggio di schiacciare Pubblica.
Senza foto.
Tiè.

venerdì 28 ottobre 2016

Questa pagina bianca di blogger


Non mi veniva nessun post, poi ho pensato all'inizio che avevo il blog, che appena arrivavo in ufficio, (sì, perché lavoravo in un ufficio), senza avere la più pallida idea di quello che avrei scritto, mi mettevo daanti al pc e aprivo questa pagina bianca di blogger su cui sto scrivendo adesso.

La fissavo un po', intensamente, come si fissa solo ciò che si ama, e lei mi faceva venire ispirazione e post.

Era bello, perché sapevo che la mia mattinata iniziava bene, con un bel post (sì, perché ne scrivevo uno ogni giorno che mi trovavo davanti al pc in ufficio).

Allora mi sono detta che avrei potuto rifarlo.

Mi sono messa seduta al tavolo della cucina.

Ho acceso il pc.

Ho aperto questa pagina bianca di blogger, che è identica a quando la aprivo nel 2007 in ufficio.

L'ho fissata con lo sguardo con cui sono riuscita a fissarla.

E' passato il tempo che pensavo dovesse passare.

E' passato più del tempo che pensavo dovesse passare.

Niente.

Sarà la location.

Sarà la situazione lavorativa.

Sarà l'ora.

Sarò io.

domenica 18 settembre 2016

Quando succede davvero


Uno fa ingorde scorte.
Uno sa che poi succederà.
Succederà, che l'ispirazione se ne andrà.
Ma quando succede è un po' come quando sai che morirai e poi muori davvero.
Non è che ne abbia un'esperienza completa, solo parziale.
Della morte.
Della deispirazione ho un'esperienza completa.
Talmente completa che sono qui a cercare di scrivere bene di quando non riesci più a scrivere. Bene.
A scrivere. Punto.

Quando uno non riesce più a scrivere, è perchè è mancato l'attivatore.
Certo, si può pensare che si sia scemi a scegliere un attivatore che possa venir meno.
Il fatto è che l'attivatore non lo scegli, è lui che sceglie te.
Se no uno mica è fesso, ne decide uno che funziona sempre, tipo grattarsi a chiappe nude contro il tronco di un bonsai che si porta sempre dietro - farsi la pedicure - correre come un pazzo a perdifiato sul mondo che gira al contrario di come si va (ma questo è già rischioso perché non sempre la parti del corpo reggono) - masturbarsi - leggere libri di altri finochè cataratta non sopravvenga - eccetera.

Già ad esempio a me, leggere libri di altri, non so, quando sono incazzata perché non riesco a scrivere, mi fa incazzare ulteriormente. Leggo una bella frase e mi viene il nervoso. Ma perchè lui/lei sì e io no? Poi c'è già il fatto che lui/lei, se ho il libro in mano, è stato/a pubblicato/a, e invece io tapina faccio così schifo anche quando sono ispirata che mando al premio Calvino il libro più ispirato scritto ai tempi delle ingorde scorte e mi aspetto - se si ricordano - al più una lettera anonima di invito a partecipare alla premiazione altrui. Quando sono deispirata mica faccio come Enrico Vallesi, che manco era deispirato, provava solo la macchina da scrivere, ma digitava robe di altri e godeva come un riccio a vederle uscire dalla sua pigiata di tasti. No, io prendo il libro e lo scaravento contro il muro finchè la copertina rigida non si stacca dal resto dei fogli, lo scartavetro contro il bonsai dal ruvido tronco contro cui  talvolta sfrego le mie nude chiappe all'invano fine di trovare qualche brandello di ispirazione. Lo divido e me ne metto le due parti sotto le scarpe da ginnastica, legate con uno spago, per correrci sul mondo finchè non venga deteriorato da attrito sporcizia agenti naturali. Poi il libro si distrugge, ma è come i gremlins, ce ne sono tantissimi altri che proliferano, solo che qui sono belli, mica mostruosi, anzi sono mostruosi solo nella misura dell'invidia che ingenerano nella mia povera mente di scrittrice mancata bacata depremiocalvinizzata.

Quando decidi che ormai la deispirazione si è inesorabilmente impossessata di te, dopo esserti consumato fino all'osso di sfregamenti vari varie parti del corpo per capire se almeno la pedicure l'abrasione la masturbazione possano darti uno spiraglio di luce, decidi di lavorare come un pazzo (non al libro, al tuo lavoro secondario che ogni scrittore mancato/nte che non sia anche così sfigato da essere disoccupato ha). Ti incastri in puzzle lavorativi che manco Clemens Habicht, poi stai male perché vedi che quando inizi a subire questo informe mostro autocreato che prende vita propria e ti avvolge con le sue spire ineluttabili, soffri talmente che ti ammali psicosomaticamente, ti devasti così tanto psicofisicamente che ti metti in mutua, ma quando sei in mutua ci riprovi, ti piazzi là davanti al tuo monitor bianco, e non ti viene in mente nient'altro che l'idea che puoi solo tornare a lavorare disperatamente con febbre ai 42 moccolo al naso asma e inizio di paralisi corporea, per poi stare male perchè non hai tempo per scrivere cose che non puoi scrivere pur sapendo di doverle in qualche modo avere sulla punta delle dita, o forse in fondo a qualcosa del tuo corpo, ma molto in fondo, forse una roba sotto il diaframma.
Sì, ti sembra proprio che sia una roba che il diaframma blocca.
Prendi uno di quei cavapartelegnosadellananas, sì, mi sembra che a Ikea si chiami proprio così, o al massimo gkhjtiggrriskavij, una roba intuitiva che ti fa capire di che si tratti. Te lo pianti dove ritieni sia il diaframma e schiacci finchè non ti esce dalla schiena sto torsolo di te legnoso.
Un fiotto di sangue non pensato, distratto com'eri dall'intento primo, ti scende a fontanella dalla schiena.
Ti dici che tutto sommato
son soddisfazioni non essere quello che pulirà.
Ti dici che forse sui vicini di sotto
pioverà ABpositivo.
Ti dici che tutto sommato
magari quest'anno ti va bene,
che tutto sommato
essere pubblicato postumo
fa figo.

venerdì 26 agosto 2016

Nostalgia del futuro


Da che mondo è mondo si suol pensare che essere vecchi sia qualcosa di brutto triste logorante (o logorato) e prospetticamente lugubre, e che essere giovani sia bello fresco allegro e prospetticamente evolutivo.

Non che siano cose sbagliate; certo da giovani ci si aspetta di evolversi (magari bene) in futuro, certo da vecchi ci si aspetta di morire, con il giorno del trapasso sempre più vicino e incombente.

Eppure io, quando vedo quegli anzianotti accrocchiati nei bar nel primo pomeriggio, con le biciclette vecchie come loro legate tutte insieme ai pali fuori, che chiacchierano allegramente e giocano a carte, rilassati perché non hanno da andare in nessun posto a bollare il cartellino, tranquilli perché - almeno loro - sono pensionati e percepiscono soldi mensilmente qualsiasi cosa facciano, basta che respirino, almeno un po', sono colta da una strana nostalgia per il futuro.
Non so per quale strano meccanismo, vorrei, almeno per un po', essere loro.
Una roba un po' come Hime-chan no ribbon.

Noi giovani, o anche noi non-vecchi (forse ho peccato di presunzione mettendomi in entrambe le categorie), prima cosa potremmo ancora morire prima di invecchiare, e già qui si registra un innegabile vantaggio dei vecchi rispetto a noi: loro sono sicuri di essere stati giovani e anche non-vecchi, noi non lo siamo per niente di diventare vecchi. Potremmo essere falciati in ogni istante da questo attimo più una frazione di secondo. La loro speranza di vita statistica aumenta giorno dopo giorno.

In più, hanno fatto praticamente tutto quello che dovevano fare. Lavori famiglie viaggi non-lavori non-famiglie non-viaggi. Ormai sono verso la fine, quel che s'è fatto s'è fatto, quel che s'è visto s'è visto. Non c'è più ansia di combinare qualcosa, angoscia di non farcela.

E le malattie? E il rincitrullimento? E l'infiacchimento del corpo? E le rughe?

Va beh, basta scegliere qualche vecchietto arzillo tirato dal chirurgo estetico che morirà nel sonno a 125 anni (Berlusconi no però).

Non si può sapere come morirà?
Nemmeno con una mappatura genetica?

Va beh, allora ci penso ancora un po', magari mi godo ancora la mia non-ancora-vecchiaia-non-più-giovinezza.

Poi, da vecchia, se ci arriverò, vedrò come sarà.
E scriverò un post consuntivo, con analisi degli scostamenti rispetto a questo.
Se riuscirò a centrare i tasti.

mercoledì 30 marzo 2016

Muse dispettose


Quando un blogger scrive un post deludente, che si chiede perché mai l'abbia scritto, che tutti si/gli chiedono perché non abbia saggiamente deciso di astenersi dal pigiare con la freccetta del mouse quel cavolo di tasto "Pubblica", poi vive il tempo che intercorre tra la suddetta pubblicazione e l'adesso con crescente apprensione.
Sa che più tempo passa, più i suoi numerosi fan, andando sulla home del suo blog, troveranno il post di merda. Ogni volta che dal web tracking del suo sito vedrà un accesso diretto alla home, gli verrà un'orticaria mentale, complessa perché diventa difficile grattarsi il cervello, custodito com'è nella scatola cranica.
Gli verrà un'ansia da prestazione compensatoria, che si paleserà in tutta l'urgenza di dover postare un post bellissimo, che getti nell'oblio quello di merda precedente.

 Il problema è quando il blogger in questione aveva fino a poco prima creato una serie impressionante, seppur per brevissimo tempo, di post ben riusciti, che a schiacciare sul tasto "Pubblica" gli davano un tremito semiorgasmico, e a scriverli ancor di più. Era stato preso da un vento ascensionale fortissimo e improvviso, quello portato dalla Musa. Non si sapeva come, non si sapeva perché, si sapeva solo che. In pochissimo tempo aveva soffiato via strati e strati di patine opache, che avevano negli anni precedenti lavorato su di lui come fa l'acqua sulla pietra, che, impalpabili e trasparenti, gli avevano incurvato le spalle, gli avevano abbassato lo sguardo, scolpito le guance.
Era stato come usare per la prima volta uno di quegli shampoo ravvivatori della lucentezza intrinseca del capello, che c'è ma non si vede più da tempo immemore, e, stranamente, avesse funzionato.
Uno a quel punto pensa che magari la sua Musa sia come quelle che hanno fatto la differenza tra non essere nessuno e diventare veramente qualcuno,

e invece

di colpo

il vento cessa.

D'un botto.

Lo shampoo viene tolto dal mercato all'improvviso, i flaconi residui nei supermercati confiscati dai NAS, ché si sa che troppa lucentezza abbaglia e fa male alla logica della società.

Aveva appena trovato lo shampoo della sua vita,
finito.

Ecco finalmente il vento ascensionale che aveva sempre aspettato tipo l'onda perfetta di Point break,
finito.

E tutto si opacizza di colpo.

Altro che la lentezza
inesorabile
dell'acqua sulla pietra
che l'aveva mutato
in un grigio postatore discontinuo.

Il blogger demusificato
precipita,
da in altissimo,
si conficca
con la forza dell'accelerazione
nel duro suolo
che lo ricopre con strati e strati di patine terrose opachissime.

Ma forse è uno scherzo.

Sicuramente lo è.

Ora la Musa apparirà
come una visione,
farà capolino dal bordo del cratere scavato nell'impatto,
tenderà un braccio,
un braccio forte
e luminoso
e ascensionale da morire.
Dissabbierà il blogger.
Lo farà di nuovo splendere della sua luce.
Perché nessuno si salva da solo.

martedì 29 marzo 2016

Autolusingarsi

Quando uno nuota in piscina è un bel momento perché 1
dicevo che è bello perché uno può pensare ai fatti suoi, dal momento che 2
che non parla con nessuno, essendo immerso in acqua, e quindi la mente può spaziare 3
la mente può elaborare indisturbata belle idee che so per un post, per il libro che uno sta scrivendo 3 o 4? Che cavolo di vasca era? Facciamo che era la 5
Si possono ideare dei post tipo questo, e quando ci si lancia nel pensiero 35
capita che contare tutte queste vasche, per di più spesso da 25 metri, 36
comporti qualche lievissimo spezzettamento del pensiero 36
e qualche errore di conteggio 60.

Quando si arriva a 60, oltretutto nel giro di quindici minuti, ci si dichiara soddisfatti, si esce corroborati nel corpo e nella mente dai ben 1,5 km di nuotata, ci si fionda a casa a reintegrare le 300 calorie consumate e a riversare in un post le idee maturate nella nuotata, grandiose in modo direttamente proporzionale alla performance.


martedì 23 febbraio 2016

Ansia da postscenico


Questo titolo, oltre ad essere uno scioglilingua prossimamente consigliato da molti logopedisti, la dice lunga sulla qualità presunta del presente post.

Quando uno ha l'ansia da palcoscenico solitamente si paralizza, diventa balbuziente, muto (purtroppo non sordomuto), paonazzo, si scioglie sul palco come improvvisamente disossato finché di lui non resta che un fagotto di stracci. In conclusione, la sua performance di attore o relatore o declamatore subisce qualche leggerissimo contraccolpo, con conseguente gragnuola di pomodori uova marce fischi ad umiliare il suo corpo già autoumiliato.

Se si è blogger, si ha una serie di fantastici vantaggi quando colti da ansia da postscenico.
Prima cosa, per il momento pomodori e uova marci non possono raggiungere fisicamente la vittima.
Secondariamente, si deve essere così fessi da postare un post di merda. Insomma, non è che l'ansia ci colga nel momento in cui siamo costretti alla performance, con uno stuolo di gente, magari pagante, che ci fissa con moltitudini di occhi interlocutori. Possiamo sempre non postare. Non premere quel tastino con su scritto "pubblica".
Ma non postare crea una precedente, che può unirsi a un susseguente e ad un ulteriore post-susseguente. E' il modo ideale per passare da venti post al mese a due. Brutti.

L'ansia da postscenico coglie sia dopo un periodo in cui si è stati troppo bravi per se stessi, sia quando si ammucchiano le assenze di post.

Se si è stati troppo bravi per se stessi, forse posseduti da qualche demone poco dedito al suo lavoro perché molto distratto dall'hobby della letteratura, potrebbe capitare che se ne arrivi Padre Karras a rovinare tutto. All'improvviso ci si ritrova sposseduti davanti alla videata bianca.
Se l'ansioso conoscesse mai dal vivo qualche lettore, o se qualcuno di quelli sconosciuti avesse la sua mail e gli scrivesse chiedendogli come mai non arrivino più gli ottocento post al giorno del periodo di possessione, sarebbe la fine. Ansia da postscenico acutissima. Il panico di non sentirsi all'altezza di se stessi davanti a qualcuno che trepida per leggere i post e che controlla periodicamente se ne vengono pubblicati. Ma questa è fantascienza, e non mi dilungo su ciò per non andare fuori tema, non essendo questo un blog di tematica fantascientifica.

Se invece si è stati troppo assenteisti, si è perso quello sguardo da blogger sul mondo. C'è un periodo in cui lo si ha talmente prepotente che non si può fare a meno di correre a casa a postare in ogni momento possibile. Poi, di colpo, il periodo finisce. E ci si ritrova là, davanti allo schermo bianco. Anzi, non ci si trova nemmeno là davanti, perché si diventa come studenti che hanno tagliato talmente tante volte che tornarci diventa pericolosissimo, già solo per lo spauracchio del libretto su cui ci dovrà pur ben essere una giustificazione.
E così si fa slittare ulteriormente il momento del post.
Fino a dimenticare che il blog esiste.
Perché, con il passare del tempo vuoto, ci si dice che la capacità di scrivere post sia come la vita. Degenerativa.
Ad un certo punto, però, l'ispirazione torna, così, di botto.
Una botta di vita.
A volte, a sorpresa, rigenerativa.

venerdì 22 gennaio 2016

Muse


No, questo non è un post sul famoso gruppo alternative rock britannico.

E' un post sulle divinità greche ispiratrici delle arti, che poi per antonomasia sono diventate qualsiasi evento, persona, oggetto, pensiero scatenante dell'ispirazione.

Uno è lì che vive immerso nella più temibile e devastante causa di morte in vita, la NOIA, che fagocita qualsiasi estro, e si presenta prima o poi alle porte di tutti, e ormai pensa che sia successo qualcosa di inevitabile. Che i neuroni siano fioccati giù dal proprio cervello come forfora, con la differenza che il cuoio capelluto si ricrea e quelli no. Uno si convince che la degenerazione sia ineluttabile, e non crede nemmeno di essere annoiato, o poco stimolato. Si assuefà alle situazioni in cui vive, si crea riferimenti in base a ciò che lo circonda. Il mondo diventa un insieme di quei riferimenti e si dimentica il passato, quando, non si sa come, non si sa perché, si era zeppi di idee e non si vedeva l'ora di estrinsecarle.
La creazione diventa un lavoro.

Poi, ad un certo punto, ecco che arriva la Musa.
Forse era andata a farsi un vacanza, forse era impegnata con altri.
Forse la sua assenza era stata così lunga che la si era scordata.
Invece torna,
sotto forma di oggetto, pensiero, sogno, persona, idea, istante,
e ci coglie.
E' un interruttore che viene acceso all'improvviso: di colpo ci si ritrova di nuovo presenti a se stessi, come dopo una giornata di vento che rende tutto sclent e lusent.

E allora si scopre che i neuroni ancora sono in buona parte lì,
e che non si può fare altro che assecondare quest'epifania,
sperando che non sfumi,
sapendo che sfumerà,
e che l'unica cosa che si può fare
è
fare ingorde scorte.