LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.
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martedì 12 maggio 2026

Etimologia dello sciopero (zacchete) e della manifestazione (zicchete)

C’è una cosa strana che è successa in autunno, e, ancora un pochino, succede tuttora, ma meno, perché è già meno di tendenza.

In Italia, negli ultimi dieci anni, gli indigenti sono aumentati del 43%. Il tasso di occupazione è 9 punti sotto la media europea. In Ucraina, dall’inizio della guerra, quasi due milioni di vittime. A Gaza, dal 7 ottobre 2023, oltre 72.000 vittime.

Eppure, quando si parla di cose che ci toccano da vicino, la reazione è sempre la stessa: non vedo, non sento, non parlo. Mi chiudo nella mia bolla e cerco a tutti i costi di costruirmi una serenità sintetica.

Poi però, ecco lo SCIOPERO per Gaza. A ottobre. E lì, improvvisamente, due milioni in piazza. Categorie che SCIOPERANO per Gaza.

Scioperano.

E allora mi viene in mente l’etimologia: ex‑operare, uscire dal lavoro. Uno strumento nato per difendere chi lavora, non per fare beneficenza geopolitica tra l'altro sgangherata, perché i soldi li trattiene il datore di lavoro, mica vanno a Gaza.

Perché quando le condizioni di lavoro peggiorano a vista d'occhio con leggi assurde, carichi disumani, sprechi, interpretazioni creative della normativa, la filosofia del “lavora di più così sembri produttivo e chi se ne frega se non ti rimane più il tempo per vivere” — la maggior parte si piega e krumirizza con una naturalezza che di naturale non ha proprio nulla.

Poi però si sciopera, perdendo soldi veri, per una causa che non ha nulla a che vedere con il proprio lavoro.

Ma perché non MANIFESTARE (parola derivante dal latino manifestare, a sua volta derivato da manifestus, cioè "manifesto", "evidente"), invece che SCIOPERARE?

E in più: se si vuole manifestare per le vittime, perché non anche per quelle dell’Ucraina?

Perché non per tutte le vittime delle 32 guerre e 22 crisi attive nel mondo a inizio 2026?

Il marketing, quando funziona, è micidiale: ti fa credere di sapere quello che fai, invece è solo lui che sa quello che ti fa fare.

Basta un attimo.

Ti distrai, ti giri, guardi altrove.

E zacchete.





giovedì 19 marzo 2026

Fiducia: - 273,15

Uno è in piscina e si accorge di aver fatto una tessera con tanti ingressi sbagliando acquisto. 
Al che fa proposte incedenti al bigliettaio, che lo rimbalza manco fosse una pallina da tennis. Uno vorrebbe dirgli che il tennis è due civici più in là, che forse potrebbe fare prova di maggior empatia, poi si illumina con un'altra idea grandiosa: le proposte indecenti, invece che al bigliettaio, le farà agli avventori. 
Una trentenne sta ordinando una tessera identica. Uno le si avvicina e le propone di comprarla da lui invece che dal bigliettaio, che tanto è uno degli ultimi esemplari di dipendente comunale di piscina pubblica ed è contento, almeno si evita lo sforzo di sollevare il braccio, prendere il POS, impostarlo, staccare la tessera, consegnarla, comunicare quanto necessario. La donna dice che sì, vorrebbe quella tessera, ma ha solo il bancomat, su Satispay non ha abbastanza denaro e non porta con sé contanti, non si sa mai. Uno, illuminato da fiducia nel genere umano in generale, e nella donna che ha di fronte in particolare, le dice: "Senta, facciamo così. Io le do la tessera e il mio numero di telefono, lei cambia il budget di Satispay prima di domenica, e poi mi paga questi 45 € - rinomatamente cifra tendente a cambiare la vita di ogni essere umano che possa incassarla". Lei fissa questo personaggio strambo, e dice: "E già, lei non è mica intelligente, io potrei fregarmi sia la tessera sia i suoi 45 €, e così lei rimarrebbe fregato due volte. Io non mi fido mica, della gente". 
E paga con il bancomat una tessera nuova al bigliettaio.
 
Ora, io capisco che ci si possa non fidare del genere umano.
Capirei anche se fosse lei a non fidarsi di uno che non ha mai visto.
Ma, in questo caso, è un altro che si fida di lei.
Insomma, ormai la fiducia nel genere umano è arrivata a livelli così bassi che le persone non si fidano nemmeno più della fiducia degli altri in loro. 

domenica 8 febbraio 2026

Black or white


Mai come prima, viviamo un periodo storico in cui tutto è a portata di mano. 
Vogliamo vedere un film? Ci sono milioni di piattaforme streaming su cui attingere, senza aspettare, on demand. Mica è più come una volta, che si aspettava che il film, se non lo si era visto al cinema, uscisse in TV.
Vogliamo ascoltare delle canzoni? C'è Spotify, insieme a altre piattaforme di musica on line, sempre on demand. 
Vogliamo informarci? Mica leggiamo il giornale cartaceo, che quando lo compri le notizie sono già stantie. Ci sono fior di siti che rimbalzano notizie di tutti i tipi.
Poi ci sono i social su cui documentarsi ancora di più.
Si cerca in Google ogni argomento e si trova tutto quello che si cerca, e anche il suo contrario. 
Ora, poi, c'è l'AI, che, con un leggerissimo aumento dell'impatto ambientale di dieci volte rispetto a Internet, che già inquina moltissimo, ci trova tutto quello che vogliamo, e anche quello che non vogliamo, dato che pur di lisciarci il pelo si inventa credibilissime allucinazioni. 

Insomma, mai come ora, siamo bombardati da una quantità di informazioni, input, notizie, che i nostri cervelli sono farciti come anatre degli allevamenti di foie gras de canard

Il risultato finale è un po' come quando si mettono tutti i colori insieme: si ottiene il bianco.
Il bianco è un non-colore, e insieme è la somma di tutti i colori del mondo. 
L'assenza di tutti i colori, invece, è il nero: anche lui si può definire come un non-colore, in quanto in lui non c'è nemmeno un colore. 
Alla fin fine, tra il bianco e il nero, che sono concettualmente opposti, c'è quasi una coincidenza nell'essere entrambi non-colori.  

Quando gli esseri umani, nella loro versione scimmiesca, non avevano accesso a nessuna informazione, erano un po' come il nero. 
Ora, nella versione  da noi ritenuta evoluta, stiamo diventando come il bianco. 

Tra avere la testa bianca, piena di tutto e del contrario di tutto, ed averla nera, cioè vuota, dovessi votare, non saprei bene cosa scegliere. 

giovedì 1 gennaio 2026

Un mondo evolutamente miope

 

Uno si ritrova nel mezzo del cammin della sua vita a credere che la miopia sia ormai smarrita, invece eccola lì. 
Di colpo, non si legge più quello che c'è a più di 2-3 metri di distanza. 

Uno aspettava, preparato controvoglia, l'arrivo della presbiopia, invece no, da vicino vede sempre benissimo. Tipo si siede in treno e involontariamente riesce a leggere pure i messaggi del vicino, anche se ne farebbe volentieri a meno. 

Invece, quello che gli succede, è che ad esempio uno guida e la strada, quella, la vede, ma i cartelli, quelli, no. Per fortuna c'è il fido smartphone con gmaps che lo guida. Già, finché non c'è un cartello di quelli momentanei, e si prende una bella multa. 

Uno non può più socializzare con la gente che incrocia per strada o nella vita, a meno che questa gente non si infili in quella bolla con 2-3 m di raggio. I pochi vedenti residui credono che sia asociale. Invece è solo miope, e non si fida a salutare qualcuno che poi magari non è quello che si pensava e si corre pure il rischio di socializzare senza volerlo, o peggio, di socializzare con qualcuno che, vedendolo, si eviterebbe. E così ci si limita a frequentare un gruppo di persone che si riconosce dall'odore, o dalla voce, quando parla allo smartphone.
Per fortuna, per i single, ci sono le fide app di incontri per socializzare, raggiungendo poi fisicamente la persona, avvicinandosi progressivamente l'uno all'altro con la reciproca geolocalizzazione di gmaps. Spesso ci si accorge che forse sarebbe stato meglio fidarsi della propria miope vista nella vita vera che delle foto ritoccate dagli smartphone, ma questa è un'altra storia. 

Ad un certo punto uno pensa che non è giusto, che la miopia era una roba da prima dei 27 anni, ma poi scopre che sua mamma, che ha preso a mandare ogni mattina ottocento messaggi whatsapp di buongiorno con girasoli fiocchetti e campane è diventata miope pure lei: a 89 anni. 

Al che si realizza che non vederci più oltre tre metri di distanza fa parte dell'evoluzione.

A che serve vedere lontano, a gente che vive nelle scatole, si sposta nelle scatole e fa tutto con una scatolina con schermo che tiene a 30 cm dalla faccia? 


martedì 28 gennaio 2025

La S lunga e constrictor


C'era una volta un Carrefour medio grande, con un enorme piazzale davanti, quasi in centro a una città quasi grande. 
Ce n'era anche un altro medio piccolo non lontano, un Carrefour che sembrava una famiglia, dove non c'era granché da comprare ma ci andavi perché ci lavorava gente simpatica, e poi mettevano nei lineari la roba che scadeva dopo davanti e quella che scadeva prima dietro. Un sacco di fatica sprecata.
Un bel giorno il Carrefour medio piccolo ebbe sempre meno cose da comprare, poi i lineari diventarono vuoti come il frigo di un single e alla fine chiuse. 
Nell'edificio di quello grande ci fu per un sacco di tempo un gran cantiere. Alla fine del gran cantiere sorse una Esselunga mega gigante, di cui ho già parlato per la bella sensazione che mi genera entrare lì dentro. 
Il Carrefour medio-grande, però, ha resistito. Adesso sopravvive nelle spire del boa constrictor del colosso della GDA, che lo avviluppa proprio fisicamente.
Che poi, la Esselunga è italiana, il Carrefour francese: vediamo con le lunghe mani dell'influenza del pensiero trumpiano su quello meloniano cosa succederà. 

lunedì 27 gennaio 2025

L'incidente


Oggi ho assistito a un incidente. 
Non uno di quegli incidenti spettacolari, con lamiere che volano di qua e braccia che volano di là. Un incidente compito, raccolto, un graffietto di qua, un cofano un po' storto di là. Due automobili bianche in mezzo a un incrocio .Dalle due macchine bianche scendono due donne bianche. E lì, io, che sono ferma a un semaforo in bici, mi aspetto che si parlino, che si salutino, magari anche un po' scocciate, magari anche un po' sgarbatamente, ma no. 
Frugano in sincrono nella borsa. 
Estraggono in sincrono il cellulare.
Telefonano, guardando ognuna da una parte diversa. 

sabato 14 settembre 2024

Insegnare a vivere nella paura

Come tutti i settembri, possiamo assistere al rientro scolastico di bambini e adolescenti. 
In questo 2024, sarà la vecchiaia, sarà la diminuzione della tolleranza per il traffico legata agli strati di overdose che si assommano anno dopo anno vivendo in città, si ha l'impressione che le strade siano invase da automobili tetrizzate in un ingorgo di lamiere e CO2, con generosissima emissione di PM2,5 e PM10.
Non c'è dubbio che ci sia una correlazione tra scuola e traffico. Ma come, a scuola vanno quasi tutti minorenni e aumentano le automobili? Che mistero è? Non esistono i mezzi pubblici, le biciclette, i piedi? 
Ecco, esistono, ma solo per gli studenti delle superiori (non tutti). 
Quelli fino a 14 anni, cioè fino alla terza media, devono essere scortati dai genitori, dotati di carta d'identità depositata a inizio anno, non solo alle elementari, ma anche alle medie. 
L'ignaro adulto privo di figli, sconvolto da ciò, ma sentendolo dire da tutti i genitori, si stupisce e fa una ricerca su internet: trova questo e questo. Ecco, in realtà il problema non è tanto legato alla legge, quanto alla cagasottaggine della gente. La scuola si vuole tutelare e crea delle regole in più rispetto alla legge, i genitori hanno paura di essere snaturati e diventano sempre più schiavi di un sistema che, invece di creare cittadini, crea un branco di impauriti.   
Eliminare ogni rischio comporta però il rischio di perdere sé stessi, sia come genitori sia come bambini. 
Un bambino accompagnato fino a 14 anni a scuola, tra l'altro quasi sempre in macchina, con creazione di ingorghi devastanti, a 15 anni avrà paura di tutto e si sarà allenato a pensare che se è stato scortato fino a quell'età, là fuori debba esserci qualcosa di terribilmente minaccioso. 
Un genitore che accompagna sempre il figlio dappertutto fino ai 14 anni perderà un sacco del proprio tempo libero e correrà il rischio di sviluppare un attaccamento al pargolo difficilmente reversibile, con aleggiamento di una vaga sensazione di non avere più una vita da vivere senza i figli. 
Insomma, un popolo di persone che hanno paura di un sacco di cose è un popolo più manovrabile con strategie nemmeno troppo fini. 
Sarà più rischioso vivere nella paura e insegnare la paura o lasciare che i propri figli facciano qualcosa da soli, anche girare in città in autonomia per quei 200-1000 m che separano casa da scuola, magari evitando di sentirsi dei perfetti idioti e scoprendo l'adrenalina e la concentrazione che comporta fare qualcosa di responsabilizzante completamente in autonomia? 
E quale delle due scelte garantisce un maggior rendimento?
La risposta è scontata: a giudicare dalle strade ricoperte di automobili e SUV rigorosamente in moto davanti alle scuole, è sicuramente che sia meglio vivere nella paura e insegnarla.


giovedì 20 giugno 2024

Il non-latte al gusto di latte sugli scaffali corti della Esselunga

Uno si aggira per i lineari della Esselunga, che già di per loro sono minacciosi, e non si rende conto nemmeno del perché. Probabilmente perché la merce è tutta allineata in un modo completamente diverso rispetto a tutti gli altri supermercati. In quasi tutta la GDO, si vede un prodotto e gli altri esemplari sono incolonnati dietro al primo. In questo, invece, il lineare è poco profondo e molto largo, e i prodotti sono quasi tutti in vista, uno la replica dell'altro, come tanti gemelli omozigoti o cloni pronti ad avviluppare abbindolosamente il cliente che si aggira nei labirinti delle menti di chi ne ha concepito la disposizione. 

L'aggirarsi è legato alla ricerca del latte di avena, tanto apprezzato per il suo gusto di avena. 

Dato che in un supermercato come la Esselunga, con i lineari poco profondi, si creano dei percorsi lunghissimi, in cui si è bombardati non da tutta la gamma di prodotti, ma proprio da TUTTI i prodotti, in preda a un senso di vertigine da overdose commerciale, uno fatica tantissimo a trovare i latti. Che poi sono solo di mucca. Quelli vegetali sono altrove, in un'altra sfilza di cloni. Nell'ipnotico peregrinare sotto gli effetti psichedelici del marketing, uno incappa in 45 esemplari, tutti ugualmente in vista, di questo:
In preda a un frustrato sconforto, gira la confezione e legge:
Nel delirium tremens da Esselunga, gli basta la scritta AVENA. Non può ricorrere a Yuka, perché ha in una mano il cestino e nell'altra il bombardatore con cui scannerizza comodamente la merce senza dover poi passare in cassa. 

Tornato a casa, apre la confezione, con le ghiandole salivari tutte festanti all'idea di gustare il sapore dell'avena. Ecco. No. Il sapore è uguale a quello del latte. Ma proprio uguale. E dire che a uno il latte non è mai piaciuto. Fosse intollerante, ok. Ma proprio a lui non piace il gusto del latte. 
Poi guarda meglio gli ingredienti:
Oltre all'avena, lì dentro c'è di tutto: anche la cicoria e i piselli. Pure i fosfati di potassio, pieni di fosforo, che se già c'è nei dentifrici c'è scritto di sputare bene tutto, perché se si assume in eccesso può compromettere la mineralizzazione delle ossa, danneggiare i reni, aumentare il rischio di malattie cardiovascolari e cancro al seno. Poi c'è un bell'aroma artificiale, probabilmente al gusto di latte. Tutte cose che nel latte vero e in quello normale di avena non ci sono.  
L'aspetto divertente è che c'è pure scritto "FONTE DI CALCIO", sia davanti, in grosso, sia dietro, in neretto (oltre che vitamina D2): c'è calcio in aggiunta, con dubbia utilità antagonista rispetto al fosfato, scritto tra gli ingredienti come se fosse innocuo: del resto, conta solo quello che è urlato e sbandierato. 

Insomma, per rendere latte simile al vero il latte finto, si mettono insieme un sacco di schifezze.

Uno, amareggiato, beve lo stesso il non-latte al gusto di latte, che si deposita come un mattone sul suo stomaco: non è intollerante al lattosio. Lo è alla stupidità.

venerdì 10 maggio 2024

Vecchi stronzi

I vecchi, perché così vanno chiamati, sia per evitare facili ipocrisie, sia per significato etimologico, si lamentano sempre dei giovani, della degenerazione della loro generazione. Loro sì, che sono cresciuti con sani principi, i giovani no. 

Leopardi, da canto suo, diceva che la misantropia si prova solo quando si vive in mezzo agli esseri umani, mentre un eremita, che non ne vede mai, difficilmente può essere misantropo. 
Ecco, io credo che si potrebbe pensare che la sua osservazione possa essere traslata parlando di misefebia e misgerontitudine (scusate i termini coniati sul momento). 
Ma invece no.
Una persona a caso, ad esempio un prof, abituato a stare sempre in mezzo ai giovani,  se si sposta in città e incontra dei vecchi, che frequenta poco, difficilmente li apprezzerà.
Non è sicuramente il caso di generalizzare, ma è statisticamente rilevante il loro comportamento indisponente e di intolleranza e supponenza a volte apocalittiche. 

Un esempio per tutti: il vecchio che attraversa la strada.

Arrivi e hai il semaforo verde, il vecchio che deve attraversare la strada ha il rosso. Attraversa lo stesso. Se non ti fermi ti dà una bastonata sul cofano, o addosso se sei in bici. E ti insulta, perché lui è anziano saggio e degno di rispetto.

Arrivi e hai il semaforo rosso, il vecchio che deve attraversare la strada ha il verde. 
Se non ti fermi sei un assassino di vecchi, il che potrebbe anche avere qualche giustificazione di riequilibrio dell'età media mondiale e anche della saccenza e presunzione altrui. Ma non puoi. Riequilibrare così, non puoi. Non sta a te decidere degli equilibri del globo. 
Se ti fermi e lo fai passare, la strada è deserta, e, quando lui è già a 100 m, passi con il rosso (fatti tuoi se poi ti prendi una multa), lui rotea il bastone per aria e grida: "Non devi passare con il rosso!", aggiungendo una serie di parolacce e bestemmie che un giovane non direbbe, ma tanto il vecchio ormai ha raggiunto la soglia del menefreghismo totale per il giudizio degli altri, tutto concentrato su quello divino che lo attende a poca distanza. Forse. E qui uno pensa spontaneamente: "Ma cantieri non ce ne sono abbastanza, che viviamo in una città colabrodo piena di allettantissimi cartelli e recinzioni drappeggiati di rosso e bianco?"

Insomma, il vecchio qualsiasi cosa faccia, ha sempre ragione. Se tu fai qualcosa che non corrisponde al suo sistema di valori, ti insulta. Anche se non gli arrechi alcun danno. 

Il giovane, invece, tollera. 

Prova a contare quanti vecchi ti insultano al semaforo e quanti giovani lo fanno.
Che dici? Il giovane sfreccia in monopattino lo insulti tu?
E' perché sei vecchio. 

mercoledì 13 marzo 2024

Della negligenza

A volte un battito d'ali di un negligente (per non usare altri appellativi) in cortile causa un tornado nello stesso cortile e dintorni. Senza stare ad andare dall'altra parte del mondo.
In città, si sa, si parcheggio difficilmente. Proprio per questo, esistono i garage, cari come alloggi interi in altre località. Uno si compra un garage in città, aprendo il mutuo che a Bombonina un altro apre per una casa di 100 mq.  
Fortunatamente, però, elimina i tempi di parcheggio.

Si dà il caso che la persona ecologica eviti di usare troppo l'automobile, lasciandola come un pupazzo di pezza di quando era piccola a giacere in quel carissimo garage, e spostandosi sempre in bici o a piedi.

Arriva però il giorno in cui ha la bronchite, deve andare a 15 km da casa, ha un appuntamento importante e improrogabile, si è slogato anche una caviglia. Tutto insieme. Si tratta di ipotesi irreali, esempi tratti da un mondo inventato, un mondo tipo Alice nel Paese delle merdaviglie. 

Ecco, in quel giorno, uno scende in garage con l'anticipo doveroso per gli appuntamenti importanti (un'ora per un tragitto da mezz'ora, quindi un'ora e mezza prima) e trova a un metro e mezzo dalla porta un furgone gigantesco. Parcheggiato. Forse c'era già da tempo, ma piedi e bici non necessitano di attenzione per particolari remoti e insignificanti. 
Ovviamente, sul furgone, nessun segno di minima civiltà, nemmeno un bigliettino con un numero di telefono.
Il malcapitato, zoppicando e scatarrando, cerca con mille manovre di estrarre il mezzo, ma, come dice il nome stesso, esce solo per metà dal garage prima di incappare nella fiancata del furgone. Capito che non c'è possibilità, si mette suonare il clacson, poi a girare, sempre zoppicando, per tutti i 145 appartamenti del supercondominio a cui afferisce il cortile. 
Dopo 50 minuti, trova l'operaio in questione in un alloggio dell'ottavo piano dell'ultimo immobile. Perso leggermente l'aplomb, l'ecologista è sempre meno dedito all'equilibrio dell'Universo perché si sta squilibrando qualcosa in lui, soprattutto mentre l'operaio, serafico, ribatte: "Beh, se non c'è parcheggio per strada, io metto il furgone in cortile. Siete voi che avete un cortile mal fatto, senza parcheggi per gli operai, e pieno di box. Tutti mi sgridano, quindi non lascio certo il mio numero di telefono perché se no la gente non mi lascia lavorare e mi fa spostare il furgone di continuo". La logica dell'operaio non fa una grinza nella sua testa: è difficile che 2 neuroni possano aggrumarsi. 
Estratta l'automobile dal garage dopo un'ora e quindici, uno si accorge che mancano ormai 15 minuti all'appuntamento a 15 km di attraversamento di tutta la città di distanza. 
Parte dimentico dei limiti di velocità, comunque dettati dal traffico cittadino delle 10 del mattino. Cosa ci farà, poi, tutta sta gente in macchina alle 10 del mattino, non è dato sapere. 
Dopo 20 minuti, il traffico si dirada e il guidatore, diventato seminevrotico, ancora ben lungi dalla meta ma già in ritardo, decide di fare una performance da need for speed in un sottopasso. Ecco, all'uscita del sottopasso proprio non ci riesce, a sorridere all'obiettivo della macchina fotografica impugnata dal vigile con tanto di giubbottino giallo. 
Controlla il tachimetro: intorno ai100 all'ora. Il limite è di 50.
Arriva ovviamente in ritardo all'appuntamento. 

Passano i giorni, e l'operaio continua a parcheggiare. 
La persona civica gli propone uno scambio di numeri di telefono, per potersi conciliare in modo da usare entrambi il cortile. "No, poi mi rompe le balle come gli altri". I due neuroni continuano a elaborare delicate strategie di convivenza civile.  

Arriva la notifica giudiziaria, in 4 esemplari, da ritirare in 4 luoghi remoti della città. Quando il proprietario del garage scopre di aver preso 2.700 € di multa e di non avere più la patente per i prossimi tre mesi, si apposta in cortile aspettando l'avvento dell'operaio. Il serafico omino, ascoltato il racconto, ribatte: "E va beh, è successo anche a me: paga 1.000 € in più e la patente non gliela tolgono". 

Ecco, ora vi confesso che questa è una storia poco verosimile, ma vera.

Perchè il Paese delle merdaviglie esiste davvero: si chiama Italia. 

giovedì 28 dicembre 2023

Self-wish man

E niente, siamo sotto periodo di Feste, c'è gente con il cappello da Babbo Natale ovunque, addobbi dappertutto, balconi pieni di luci che manco Bollywood, renne, strenne in ogni dove, la gente ha panettoni che le escono da ogni orifizio, nell'aere si diffondono canzoni natalizie, ci sono film e cartoni di Natale dappertutto, che non si sa più dove trovare un film decente in un cinema, traffico da Feste micidiale che anche in bici ti incagli nei tubi di scappamento, insomma, una serie di festose meraviglie.

Vado in tabaccheria a comprare non so più cosa, ma ovviamente non lo trovo, ed è già tanto se trovo la tabaccheria, perché i tre quarti dei negozi sono chiusi. 

Il tabaccaio mi dice: "Mi spiace, non lo abbiamo, è un periodo così. Abbiamo poco". In effetti sembra che lo abbiano saccheggiato, a momenti non ci sono più nemmeno le sigarette.

Mentre esco aggiunge: "Tanti auguri di buone Feste eh! Anche a te! Ciao!"

Self-wish man.

venerdì 15 dicembre 2023

Taboo procreativo

Oggi ho deciso di fare un post su qualcosa di impopolare, ma così impopolare che forse sarebbe meno impopolare scrivere contenuti altamente e deviatamente pornografici. Del resto, anche la pornografia conduce a un atto finalizzato all'esatto opposto di ciò di cui voglio parlare: le persone che non vogliono avere figli. 
Non quelle che non possono: quelle che non vogliono. 
Se vogliamo essere più impopolari, diciamolo: le donne che non vogliono avere figli.

Le donne, negli ultimi anni si sono, almeno apparentemente, liberate da molti fardelli legati al patriarcato, termine che ultimamente riempie le bocche di tutti, quindi lo metto anche io in questo post, così divento mainstream, magari qualcuno finisce qui per caso, e i miei lettori si potrebbero contare sulle dita di più di una mano. 
A parte la sottile scaltrezza sociale di far passare il messaggio che essere libere voglia dire lavorare, in modo che adesso in una famiglia con due adulti si lavori in due percependo meno dello stipendio di quando si lavorava in uno, la donna è sicuramente più emancipata di prima. Ma continua a essere ritenuta per la maggior parte dell'umanità come colei che ha il potere di portare in grembo un bambino, e poi spararlo nel mondo già bell'e che fatto, un po' piccolo ma generalmente accessoriato di tutto e pronto a crescere. 
Chi più ne spara al mondo, più appare altruista. Chi sacrifica la propria vita per i figli è eroico, uomo o donna che sia. Un uomo che non vuole figli è egoista, una donna che non ne vuole è quasi inconcepibile. 

E' vero, può essere egoista aver voglia di dedicarsi a se stessi, di non passare almeno 5-6 anni della propria vita dietro a mini-umani contenenti parti del proprio DNA che possono essere simpatici, ok, ma sono poco autosufficienti e che, ultimamente, la società stessa costringe a crescere nel culto della paura, come se fossero deficienti completi. In più i piccoli umani sono vulnerabili alle malattie, spesso puzzolenti, da piccolissimi non dormono, non parlano, piangono e strepitano, insomma sono quasi sempre una fatica atroce. Ma, lo dicono tutti, "ti ripagano", "sono una gioia immensa", "sono la cosa più bella della vita". 
E infatti la popolazione  mondiale cresce così tanto che tra un po' non ci staremo più tutti. Siamo circa 8 miliardi nel mondo, nel 2023: se i bambini sono così meravigliosi, perché dovrebbe essere egoista non farne? Si lascia un po' più di spazio agli altri che già ci sono, e mi pare non se la passino tutti così bene, a spartirsi questa Terra.
 
Se si evita scientemente di dare vita a un altro individuo che possa decidere liberamente del suo destino nel migliore dei casi, che rischi di essere considerato una proprietà dei procreatori stessi nel peggiore, non si è dei mostri.

Qualcuno inizia a parlarne, tipo qui e, l'anno scorso proprio in questo periodo, qui
Non un film presente nelle multisala, non un libro campione di incassi i cui autori diventeranno ricchi.
Ma da qualche parte si deve pur partire.

martedì 21 novembre 2023

La temibile paura

C'è una cosa più spaventosa dei femminicidi, dei delitti, delle aggressioni, delle violenze: è la paura. 

Ogni volta che accade qualcosa di brutto, e anche bruttissimo, come in questi giorni, se ne dà risonanza apocalittica: minuti di silenzio, minuti di rumore, ed è giusto, per carità, sono successe cose tremende, innocenti ci hanno rimesso la pelle, persone squilibrate hanno commesso delitti atroci. 
Non succede altrettanto quando non accade niente di niente, quando tutto va liscio, sai che noia, sai che scarsa audience. Anche quando qualcosa va particolarmente bene, darne notizia non sviluppa quel viscerale senso di autodistruzione insito in ogni essere umano che tanto gonfia le notizie negative.
Sempre di più si dà risonanza al fatto che, visti la congiuntura sociale, economica, gli anni del covid e dei lockdown, il welfare che va a banane, la gente inizi a dare i numeri, a fare cose strane, ad avere reazioni di rabbia. 

E poi, si sa, meno la gente si sente libera, più è vincolata da lacci di ogni tipo, più reprime sentimenti che, tutti insieme, diventano come la pressione in una pentola a pressione, come un vaso di pandora che ad un certo punto esplode, con una pericolosità tanto più devastante quanta più repressione c'è stata. 

La paura, che, appunto, è più spaventosa dei delitti, è una delle più grandi autolimitazioni che possa imporsi la gente.
Quasi tutto quello che non si fa, non lo si fa per paura di ciò che potrebbe succedere se lo si facesse. 
Le persone che non si frequentano, spesso non si frequentano per paura di quello che potrebbero farci.

Ma più uno ha paura, più si limita; più si limita, meno è libero. Meno è libero, più è represso. Più è represso, più rischia di campare i dadi e diventare pericoloso.

Vivere in una società dove fin da piccoli viene insegnato che anche andare a scuola da soli, non accompagnati da genitori stressatissimi su SUV imparcheggiabili, e uscirne da soli, ad esempio alle elementari, è pericolosissimo, crea paura. 
Sentirsi dire, fin da piccoli, che si vive in un mondo dove criminali, pazzi, malviventi e pedofili violentatori sono appostati ad ogni angolo di strada, crea paura. 
E' ovvio che si cresca osannando la religione della paura, e sacrificando sul suo altare le più elementari libertà, come poter sperimentare un percorso di massimo 500 metri da soli, a piedi, per andare e tornare da scuola. 

E' abbastanza evidente che un popolo di paurosi professionisti, in cui le famiglie, la società, i media insegnano che tutto è pericoloso, sia facile da governare e manovrare. 

E' certo vero che vivere è pericoloso.

Ma non vivere, o vivere con il freno a mano tirato, governati dalla paura, lo è molto di più.

venerdì 10 novembre 2023

Assurdità legalizzate


Le piste ciclabili sono una bella cosa, in città. Uno pedala tranquillo in un percorso protetto dalle automobili, si sente sicuro, eccetera.
Il problema è che tutti i verbi all'indicativo dovrebbero essere trasformati in condizionali, in ragione di una serie molto lunga di variabili distorte che rendono i percorsi ciclistici urbani una gimcana infernale. 
Affrontiamone uno solo: la convivenza con i pedoni.
Ho scritto post che parlano di quei pedoni che, in presenza di marciapiedi immensi, camminano nella sottile striscia rossa destinata ai ciclisti, forse perché allegri amanti del colore, che tra l'altro coincide con quello del sangue, che verseranno separatamente o congiuntamente al ciclista con cui cozzeranno prima o poi.
Mentre, nel suddetto caso, è chiaro che si tratti di un comportamento ai margini dell'umana ragionevolezza, spesso la convivenza è resa ancora più complessa dalla lungimiranza degli urbanisti che decidono dove e come mettere marciapiedi e piste ciclabili. 

A Torino ci sono alcuni capolavori che fanno pensare che i disegni siano stati tracciati dai bambini del Regina Margherita in età prescolare, dopo un'operazione, in preda ai postumi dell'anestesia. Infatti la meraviglia si trova non distante dal suddetto ospedale. 
Cavalcavia di corso Bramante: un marciapiedi, a caso, è stato adibito a pista ciclabile a doppio senso, l'altro è rimasto un marciapiedi. Il problema è che per transitare da una parte all'altra del corso, bisogna attraversare non 3 strade con semaforo, ma ben 5 perché c'è anche un simpatico controviale. Chi arriva dal lato sfavorevole, quindi, per sistemarsi sul lato giusto, pedone o ciclista che sia, deve attraversare all'inizio del cavalcavia e tornare al lato precedente alla fine del cavalcavia: 10 attraversamenti semaforici, di mezzo minuto l'uno. Attesa totale: 5 minuti. Se si fa avanti e indietro più volte, i 5 minuti si accumulano. 
E' pressoché naturale, ovvio e non contestabile se non si è autistici ad alto funzionamento, che sia i pedoni, sia i ciclisti, si distribuiscano in modo uniforme su entrambi i lati. 
Personalmente, colta da attacco di precisione, ho anche segnalato via mail la criticità al Comune. Come immaginabile, ho ricevuto rapida risposta. In sogno. 
Ora, appurato che i cittadini dovrebbero seguire una diligenza minima, personalmente ho deciso di non rispettare la viabilità di corso Bramante. Ho concluso, in modo autonomo e  incredibilmente sovversivo, che se vado a piedi dal lato ciclabile e vedo un ciclista in arrivo mi faccio da parte, se sono in bici sul lato pedonale rallento e mi fermo quando necessario, in modo da non ostacolare in nessuno modo i pedoni. 
Ecco, questo mio comportamento causa nervosismo supremo in una serie di individui che ritengono gravissima la mia condotta, e vogliono allietarmi la giornata sottolineando che sto contravvenendo alle regole e dovrei passare dal lato che mi è stato destinato. Essendo io sempre in bici, mi ritrovo vecchiette che, di fronte a me, ferma, allargano le borse a braccia aperte, manco giocassero a sparviero, gridando: "la ciclabile è dall'altra!" Ora, spesso lascio perdere, immaginando che siano state falciate in passato da qualche monopattino lanciato ai 30 all'ora sulla zona pedonale e siano in preda a sindrome post traumatica da stress, ma a volte, se ho tempo, mi fermo ad argomentare i perché e i percome della mia scelta, facendo notare loro che nella zona destinata alle biciclette, giustamente, c'è una bolgia di pedoni, che spesso, ingiustamente, insulta i ciclisti che passano troppo veloce. Concludo anche con un invito alla convivenza tollerante. 
Non ci crederete, ma in questi casi, nonostante la notevole prova di PNL, vengo mandata a quel paese e il personaggio in questione rimane fermamente sulle proprie posizioni, asserendo che io sia una serie di sostantivi che qui non cito per buona creanza.
E' chiaro che questo farsi giustizia da soli e inventare regole intermedie da rispettare ognuno per i fatti propri sia una peculiarità squisitamente italiana. Qualunque cosa faccia di diverso dalla regola, uno si sente sempre un po' strano, fuori posto. Ma se segue la regola si sente un completo idiota, e fare manovre del tutto assurde per adeguarsi beceramente al dictat fa sentire strani e fuori posto lo stesso. 
Il succo finale è questo:

sabato 23 settembre 2023

Pigrizia rimordente digitale

Uno sta guardando un bel film sdraiazzato sul divano ed ecco che gli viene voglia di implementare l'esperienza goduriosa con un bel gelato, ma il bel gelato non c'è e lui non ha nessuna intenzione di sollevare il deretano dai morbidi cuscini su cui giace. 
Nasce subito l'idea di attaccarsi a qualche app di gig economy del food delivery, ad esempio Glovo. Ma poi uno pensa agli amici che dicono che loro, un glover, non lo chiamerebbero mai, per rispetto dell'umana persona, per etica, perché è pericolosi girare in bici in città, perché a Madrid, una volta, uno di loro è stato beccato a mangiare una fetta di pizza e a ricostituire il cerchio in un modo che fa un baffo a Giotto, perché quelle borse sono piene di cibi mischiati, perché, perché, perché.
Il film continua, il cervello che c'è nella pancia brontola, uno inizia a a pensare che comunque non tutti i glover si mangiano le pizze, che il gelato non è una pizza, che se arrivasse scavato, magari con le mani o con la lingua, forse pieno di pericolosissimo covid, e poi riappianato, un po' se ne accorgerebbe, e in ogni caso occhio non vede cuore non duole, che se uno vuole lavorare in modo elastico ha un'opportunità in più di farlo grazie a Glovo & co, che in fondo anche andare a prendere un gelato in bici interrompendo il film potrebbe essere un'attività ad altissimo rischio come quella del glover, ma non pagata (di merda).
Alla fine uno apre l'app (che nonostante gli amici ha installato insieme a 12 altre sempre di food delivery), cerca un gelato vicino, buono, godurioso come il film, seleziona i gusti con cupidigia e fa per ordinare. Vede la faccia del fattorino in un pallino sul monitor: una faccia che è pur sempre solo una faccia presa in foto, dalle foto non si capisce l'anima, e vicino ci sono le caselle da sbaffare per la mancia. Mancia zero sarebbe proprio da sfruttatore. Poi c'è 7%, 10%, 20% ecc ecc.  Ad essere etici, bisognerebbe dare una manciona, un indennizzo per il pericolo, la frustrazione, la maleducazione altrui, ma il tizio ha una faccia antipatica, poi magari è un mangiatore di gelato seriale. Insomma, uno decide di guardarlo in 3D e poi di dare la mancia in base all'impatto live. 
Dopo una manciata di minuti uno sente suonare. Interrompe di malavoglia il bel film, si alza, il glover chiede in inglese maccheronico se può scendere i 5 piani che lo separano dal gelato. Ok, uno scende in pigiama sperando di non incontrare nessuno, arriva alla portina e il glover è lì, con la vaschetta in mano apparentemente incartata con cura, una faccia completamente diversa da quella della foto, un sorriso che sembra davvero sincero, e così uno sale le scale attanagliato dal dubbio. Arriva in casa e apre l'app per dare una mancia a questo individuo che alle dieci di sera sorride radioso davanti a una portina grigia porgendo un gelato superfluo e forse anche dannoso. Niente, non c'è modo di dare la mancia al glover. Tutti i tasti digitabili portano a lamentele. Non ce n'è uno che dice: "voglio dare la mancia, voglio pagare di più, il glover è stato così carino e gentile". No, solo lamentele. Si decide prima quanto dare, a scatolino chiuso. Dopo, è tardi. Uno passa due ore a cercare il modo di dare qualcosa al fattorino, spulcia tutte le faq, va nell'assistenza clienti. Niente. Gli viene il dubbio che comunque, dando la mancia tramite l'app, i soldi finiscano a quello antipatico della foto, quello che ha magari subappaltato l'account al poveraccio sorridente a cui toccherà una cifra irrisoria.
Inutile pensare di girovagare nella notte alla ricerca di chi ha fatto la consegna: sarà già dall'altra parte della città, mimetizzato in mezzo a un popolo di pedalatori notturni scatoluti, a portare qualche cibo a qualcuno che magari non gli darà nessuna mancia, uno stronzetto che non ha voglia di smuovere il deretano dal divano mentre guarda un film. 
Intanto si fa l'ora di andare a dormire, 
il film è ancora interrotto a metà, 
il gelato fuso, l
a fame sfamata. 

venerdì 18 agosto 2023

Greenwashing in lavatrice

La società ci spinge al green.
 
Usare poca acqua.
Usare poca elettricità.
Scaldarsi poco.
Condizionarsi poco.
Spostarsi a piedi o in bici. Se non si può, mezzi pubblici. Se non si può, scooter o monopattini elettrici. Ché poi, chiedete a un'agenzia pubblicitaria di usare la parola GREEN in uno slogan per qualche mezzo elettrico: non si può, è greenwashing! E già qui, l'esitazione dei pubblicitari la dice lunga sulla verdezza dei mezzi elettrici. 

Ipotizziamo pure che, comunque, si sia tutti dotati di forte spirito ecologico e si VOGLIA fortemente essere eco-sostenibili.
Ecco: si va in giro in bici o a piedi, si compra nelle botteghe locali cibo bio, non si acquista nulla dalle multinazionali. 
Si indossano solo abiti ottenuti con PET riciclato, con il risultato di puzzare come mufloni appena ci si muove, emanando un sudore allo stato gassoso che potrebbe far sospettare una responsabilità legata alle piogge acide (di cui non parla più nessuno, perché sono passate di moda).

Poi, si deve comprare una lampada nuova. Si va in qualsiasi negozio e ci sono solo quelle led che, una volta esaurite, vanno buttate e ricomprate. E' in voga un nuovo detto: "Buttare la lampadina a led con tutta la sua lampada". Ora, è possibile che invece che cambiare la lampadina io debba buttare tutta la lampada? E questo non lo decido io, lo decidono i produttori!

Vi si rompe una piccola parte di un elettrodomestico? Tipo di una lavatrice? 
Di solito succede appena uscita di garanzia: è un caso? No, si chiama obsolescenza programmata.
Provate a chiedere a un tecnico quanto prende per intervento e pezzi di ricambio, fate due conti e vedrete che vi converrà comprare una lavatrice nuova. Quando andrete al negozio, per piccolo che sia, sentendovi assai poco eco, dopo lunga meditazione sulla sicura catena di guasti che potrebbe accadere tenendo l'elettrodomestico vecchio, vi verrà detto che la speranza di vita è dai 3 ai 7 anni, se si usa poco. E infatti la garanzia scade tra due anni. 
Ma è possibile che con la tecnologia che c'è la vita media di un elettrodomestico sia diventata di 3 anni mentre una volta ne durava 30? 
L'eco-aspirante si sente preso per i fondelli, immaginando la montagna di rifiuti da smaltire che garantisce una politica di produzione del genere, e pensando alla fatica che fa da anni a differenziare, sperando nel riutilizzo, ogni minimo rifiuto che produce: l'umido di qua, ché dopo un giorno corrode ogni borsa biodegradabile, trasformando la propria cucina in un'area di compost a cielo chiuso, la plastica, lavata, ma con poca acqua, di là, il coperchietto della plastica ancora in un altro posto, tenendo d'occhio il calendario dei ritiri del pattume. 

Insomma, c'è qualcosa che decisamente non quadra nelle politiche ecologiche.

Del resto, c'è tempo:

martedì 27 giugno 2023

Cambio secolo, cambio visuale

 

Negli anni '70 del 1900 le affissioni pubblicitarie erano tutte in alto. Certo, lo sguardo di alcuni "pareva scorrere sulle sabbie del deserto", ma la maggior parte delle persone procedeva guardando in su e lontano. I pubblicitari lo sapevano, e quindi munivano le città di cartelloni grandi, leggibili da da metri di distanza.
 
Adesso, negli anni '20 del 2000, le affissioni sono per terra. E nemmeno su un "per terra" da gente che focalizza dove sta andando. Perfino in mountain bike, appena impari, ti dicono: "guarda sempre 5 metri avanti, che se guardi poco oltre le ruote ti schianti". Se uno guarda la pubblicità nell'immagine qui sopra da 5 metri non legge nulla. I pubblicitari lo sanno, che la visuale delle persone si è rimpicciolita fino a un campo d'azione che anche un maestro di MTB considererebbe 
propedeutico allo schianto. 
E così, le affissioni le sprayano per terra, in piccolo, per quelli che, ingobbiti dalla piccolezza dei loro orizzonti, guardano poco oltre i loro piedi, notando una macchia di colore oltre lo schermo del cellulare

venerdì 17 marzo 2023

Homo pinnatus

L'homo pinnatus è un  individuo che si materializza nelle piscine seminando il terrore negli altri nuotatori. Solitamente, ma non sempre, di età post pensionistica, infila quelle taglienti e contundenti estremità artificiali e si infila in una corsia, che all'improvviso si svuota, pena il piastrellamento di tutte le altre con uno strato di pelle tale da impedire la visione del fondale a sua volta piastrellato. 
Se un malcapitato, a causa della saturazione totale delle altre corsie, si ritrova a dover condividere la nuotata con lui, ad ogni incrocio o sorpasso temerà per la propria sopravvivenza. Se il suddetto è anche educato, si stupirà di come, dopo 5 o 6 vasche, non sarà ancora costellato di lividi oblunghi. 
C'è però da insistere sul punto che se qualcuno si reca in piscina con le pinne, è probabile che di base non sia dotato di particolare empatia. E' altresì probabile anche che non abbia grandissime abilità natatorie, e che si diletti in attività tipo la rana pinnata. Spesso la pinna è corredata anche da maschera con tanto di tubo e dei famigerati guantini palmati, che, non si sa perché, spesso sono fatti di un materiale simile al tessuto uncinato su cui si attacca il velcro. Il compagno di corsia può contare su un servizio di massaggio thai plasticizzato di quelli super-mega-troppo energici alternato a scrub profondo (fino alla carne). 
Magari gli verrà in mente di interagire con il super accessoriato ponendogli quesiti tipo:
  • ma lo sa che la rana fa già male alle ginocchia di per sé? Intende distruggersele completamente mettendo pure le pinne? (evitando di aggiungere: come fa a permettersi ancora di fare simili stupidaggini alla sua età? Non ha già le ginocchia corrose dagli anni?)
  • ma chi glielo fa fare di lavare in doccia (manifestando un'altra volta scarsa empatia con gli altri) questo arsenale di attrezzature ogni volta? E poi come lo asciuga? Con i pochi phon messi a disposizione degli avventori?
Ma in realtà, l'homo pinnatus, questi quesiti non se li pone nemmeno. 
E non sa nemmeno di avere un compagno di corsia che vorrebbe porglieli, ha la maschera troppo appannata. 

mercoledì 15 febbraio 2023

Duro vs Zelensky


Ok che è passata quasi una settimana ed è tardi, ma ci tengo a dire che al festival di Sanremo c'era il mio comico preferito che è Angelo Duro, che, qualsiasi cosa dica, a me fa ridere. Ecco, vado su Yotube, guardo un suo video qualunque e rido. Ora, mi chiedo perché, invece, a Sanremo, non facesse ridere. Secondo me era una strategia. Perché non è possibile che uno che fa ridere (me) sempre, poi, al festival non faccia ridere (me e nemmeno la gente seduta là, a giudicare dalle facce). In ogni caso, ci tengo a precisare che lui non avrà fatto ridere, ma è andato in onda dieci minuti prima dell'una, mentre Zelensky, sarà che non fa proprio per nulla ma per nulla ridere, nemmeno nelle aspettative, è andato in onda ben più tardi. 

venerdì 13 gennaio 2023

Il sapone sapone

In questi anni di virus continui è accaduto qualcosa di inaspettato e contrario alla logica: il sapone non faceva più figo. Ha iniziato a combattere contro la concorrenza dei gel igienizzanti, che con il loro nome rassicurante hanno sbaragliato la cara vecchia saponetta, inquietantemente accarezzata da una promiscuità di mani, e anche il tradizionale sapone liquido, quello su cui c'era scritto, appunto, solo sapone liquido. Pur avendo apparentemente un'identità più igienica della saponetta, mancava l'aggettivo salvifico.

Ma a questo punto nasce spontanea una domanda: qual era l'antica funzione del sapone, inclusa la sua versione solida, se non igienizzare? Il fatto che qualsiasi saponetta, anche quella lercia, rigata di nero, incollata a una portasaponetta di plastica ingiallita dal tempo, che si trova nei peggiori bagni delle più malfamate piole elimini la quasi totalità dei virus, se strofinata su tutta la superficie delle mani per 20 secondi almeno, non interessa al pubblico. 
Il pubblico è sensibile alla parola. 
E la parola è

 IGIENIZZANTE. 

Sulla saponetta si potrebbe incidere, ma durerebbe poco. 
Sul sapone liquido, invece si può scrivere, con tanto di croce rossa o verde che accende gli istinti crocerossini, che fanno sempre audience.
E così, anche se tutte le saponette e tutti i saponi liquidi sono per loro ruolo igienizzanti, perché rendono le mani e qualsiasi altra parte del corpo strofinino con la sufficiente energia libere dalla maggior parte dei virus, se non c'è scritto l'aggettivo magico non piacciono. 

Forse è per questo che il Ministero della semplificazione ha avuto vita breve, declassato ad agenda di cui non parla più anima viva: alla gente piace complicarsi la vita, aggiungere aggettivi altisonanti, sinonimi di quelle semplici parole che già di per sé significano tutto il necessario. 
E così la pandemia di covid ha lasciato uno strascico di saponi igienizzanti, anche perché chiamarli saponi saponi sarebbe stato palesemente e non subdolamente pleonastico. 
Il pubblico vuole il pleonasmo complicato, quello che non capisce, gli piace fregarsi da solo e compiacersi da solo della propria subdola fregatura.