LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

lunedì 14 settembre 2026

M A I S

Entro in un supermercato per ritirare un pacco al locker e ho il cruccio di lasciare la bici fuori senza farmela rubare, non avendo il lucchetto. Dopo varie esitazioni tra il portarla nel supermercato varcando una porta scorrevole e fare una folle corsa dopo aver aperto il cassetto con il Bluetooth da fuori, vedo un mendicante piuttosto in carne, sdraiato al suolo su un gradino. 
Mi chiama e mi fa: prendimi il mais. Io lo guardo incredula e gli faccio: il mais? Ma che mais? E me lo immagino a mangiare mais crudo oppure esporlo al sole sull'asfalto del marciapiedi per farlo scoppiettare in allegri popcorn urbani, aromatizzati al petrolio. Lui mi fissa come se fossi rintronata, e mi fa: il mais. Poi, nell'aria, scrive le lettere M A I S. Va beh, gli dico, ti porto il mais ma mi guardi la bici.
Entro e mi aggiro tra i lineari alla ricerca di un mais plausibile. Esito tra quello precotto in lattina e le gallette di mais soffiato. Mi identifico in lui e mi dico che le seconde sono più comode. Esco tutta contenta, con il mio pacco sotto un'ascella e il mais sotto l'altra, poi glielo consegno. Lui mi guarda come se fossi ancora più rintronata di quello che sembrava supporre prima. Ma no!, mi fa. Io volevo il mais per il cane! Sollevo l'obiezione che non ha nessun cane. E certo, il cane è a casa. 
Va beh, gli dico, tieniti questo e fattelo andare bene. 
Mentre mi allontano, dopo che ha borbottato che a lui il biscotto ingrassa e al cane fa male, lo sento mormorare una preghiera di ringraziamento e lo vedo aprire il pacchetto di gallette. 
Torno a casa, mi informo, e scopro che in effetti le gallette non vanno granché bene per i cani, ci voleva la polenta, e nemmeno per le persone a dieta sono il top. 
Non ci sono più i mendicanti di una volta. 

lunedì 18 maggio 2026

Ossimorica e deformata interpretazione dell'impiego dell'AI



Al Salone del libro, che finisce oggi, c'era un sacco di gente in gamba che parlava, leggeva, discuteva.
Tra questi, una psicologa, Barbara Volpi, incastonata tra altri personaggi, era bravissima a esprimere i concetti.
Tra questi c'era anche Giusy Marchetta,  che ha scritto il bel "L'iguana non vuole", che  parla di scuola, un po' come Enrico Galiano, che di qualunque cosa parli parla di scuola, anche al Salone, anche all'intervista nello spazio de "La Stampa", dove avrebbe dovuto raccontare il suo ultimo libro "Il cuore non va a dormire", ma evidentemente il cervello del prof va a dormire meno del cuore.  


Ovviamente, dove c'era Giusy Marchetta, anche lei prof, si è parlato anche (e onestamente, stranamente, non solo) di scuola. 

Ecco, Barbara Volpi, psicologa, psicoterapeuta ma non prof, ha scritto un libro quest'anno sull'argomento e raccontava di come i bambini da 0 a 2 anni non debbano vedere gli adulti di riferimento maneggiare un cellulare.

Ma poi si è venuto a parlare di scuola, e sia lei sia altri relatori spiegavano - tutti d'accordo, prof e non prof - che i ragazzi devono essere accompagnati a usare in modo critico l'intelligenza artificiale, si deve insegnare loro a usare il giusto prompt, a studiare con l'aiuto dell'AI, a farsi interrogare e correggere. A verificare sempre la veridicità dei dati. E c'erano molti docenti, nel pubblico, che avevano seguito un sacco di corsi sulla piattaforma SOFIA dedicata alla formazione dei docenti, tutti sull'AI, perché moltissimi Dirigenti hanno caldamente invitato alla formazione, in linea con quello che dicevano i relatori. 

Certo, l'AI inquina un casino, e quindi meglio usarla consapevolmente e bene, piuttosto che come fanno alcune persone sprovvedute e non formate, o piuttosto che scambiare per risultati di una tradizionale ricerca Google i risultati della ricerca Google nella sezione AI (ma poi, perché bisogna inquinare il decuplo con una ricerca Google, quando l'AI magari non ci serve in quel momento?).

Evidentemente, alcuni dirigenti scolastici, altri rispetto a quelli di cui sopra, o magari anche gli stessi, fan di James Russell Lowell, tengono molto, molto, molto alla protezione dell'ambiente. All'improvviso, dispongono tramite circolari il divieto di qualsiasi utilizzo di strumenti di Intelligenza Artificiale che comporti il trattamento, diretto o indiretto, di dati, informazioni o contenuti riconducibili all’attività didattica, educativa, organizzativa o, più in generale, al contesto scolastico, anche qualora l’uso avvenga per finalità personali, da intendersi indipendentemente dal luogo di utilizzo, dal dispositivo impiegato e dal tipo di account utilizzato (istituzionale o personale), intendendo non solo applicazioni dedicate (es. chatbot o generatori di contenuti  come ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude…), ma anche funzionalità di IA integrate in piattaforme, software, sistemi di posta elettronica o strumenti di videoscrittura, quali, a titolo esemplificativo, suggerimenti automatici, riscrittura o correzione di testi, analisi dei contenuti, ecc.

Questi dirigenti sono così dediti alla difesa della natura, che, prossimamente, vista la totale impossibilità di usare un PC astenendosi dall'intelligenza artificiale (la usa la ricerca Google, la usa la mail di google, la usa Gsuite per la scuola, è stata integrata anche in Classroom, ma banalmente, anche il correttore ortografico o il traduttore di Google non sono scevri da intelligenza artificiale,...) faranno creare fogli di papiro con piantagioni di papiri in ogni luogo d'Italia, dove gli insegnanti trascorreranno un monte ore aggiuntivo annuale in modo che nessuno dica mai più di loro che sono braccia rubate all'agricoltura.
Chiederanno pure ai docenti di far usare come inchiostro il loro sangue, prelevato durante apposite sedute, in cui sanguisughe naturali e molto ecologiche saranno loro incollate alla pelle per il prelievo. Queste ultime saranno incluse nel welfare annunciato da Valditara. Le spese per le analisi del sangue rientreranno infatti nella prodigiosa assicurazione PRIVATA per gli insegnanti della PUBBLICA Istruzione.

martedì 12 maggio 2026

Etimologia dello sciopero (zacchete) e della manifestazione (zicchete)

C’è una cosa strana che è successa in autunno, e, ancora un pochino, succede tuttora, ma meno, perché è già meno di tendenza.

In Italia, negli ultimi dieci anni, gli indigenti sono aumentati del 43%. Il tasso di occupazione è 9 punti sotto la media europea. In Ucraina, dall’inizio della guerra, quasi due milioni di vittime. A Gaza, dal 7 ottobre 2023, oltre 72.000 vittime.

Eppure, quando si parla di cose che ci toccano da vicino, la reazione è sempre la stessa: non vedo, non sento, non parlo. Mi chiudo nella mia bolla e cerco a tutti i costi di costruirmi una serenità sintetica.

Poi però, ecco lo SCIOPERO per Gaza. A ottobre. E lì, improvvisamente, due milioni in piazza. Categorie che SCIOPERANO per Gaza.

Scioperano.

E allora mi viene in mente l’etimologia: ex‑operare, uscire dal lavoro. Uno strumento nato per difendere chi lavora, non per fare beneficenza geopolitica tra l'altro sgangherata, perché i soldi li trattiene il datore di lavoro, mica vanno a Gaza.

Perché quando le condizioni di lavoro peggiorano a vista d'occhio con leggi assurde, carichi disumani, sprechi, interpretazioni creative della normativa, la filosofia del “lavora di più così sembri produttivo e chi se ne frega se non ti rimane più il tempo per vivere” — la maggior parte si piega e krumirizza con una naturalezza che di naturale non ha proprio nulla.

Poi però si sciopera, perdendo soldi veri, per una causa che non ha nulla a che vedere con il proprio lavoro.

Ma perché non MANIFESTARE (parola derivante dal latino manifestare, a sua volta derivato da manifestus, cioè "manifesto", "evidente"), invece che SCIOPERARE?

E in più: se si vuole manifestare per le vittime, perché non anche per quelle dell’Ucraina?

Perché non per tutte le vittime delle 32 guerre e 22 crisi attive nel mondo a inizio 2026?

Il marketing, quando funziona, è micidiale: ti fa credere di sapere quello che fai, invece è solo lui che sa quello che ti fa fare.

Basta un attimo.

Ti distrai, ti giri, guardi altrove.

E zacchete.





venerdì 8 maggio 2026

Tempistica impeccabile

Ho scoperto che se uno ha un blog che scrive con costanza, può entrare gratis al Salone del libro con l'accredito. 
E io ho un blog, e che blog: lo scrivo dal 2007, l'ho scritto con costanza per un sacco di anni, addirittura tutti i giorni, a volte più volte al giorno, con una prolificità che farebbe invidia a certi romanzieri russi dell'Ottocento, solo che loro scrivevano Guerra e Pace e io scrivevo delle ascelle farinose e della dura legge dell'imprenditoria, ma tant'è.
Ecco, mai e poi mai, quando sono andata al Salone, ho saputo che avrei potuto entrare gratis, in qualità di blogger super mega prolifica. Sono sempre entrata a pagamento, tranne un glorioso anno in cui mi hanno invitata a prendere parte alla giuria di "Incipit offresi" con tanto di accredito. Poi c'è stato anche il quasi glorioso anno in cui ero convinta di entrarci come autrice della Giulio Perrone, e poi invece mi hanno detto: ma no, pagati l'ingresso che tanto il tuo libro mica lo portiamo, noi, al Salone, ché l'abbiamo pubblicato a febbraio e siamo già a maggio, è vecchio e stantio.  Come il pane di tre giorni, solo meno utile.
Invece, quest'anno che ho scritto meno post, perché ho scritto una serie di romanzi da cassetto, racconti da concorso in cui si vincono mezzi kg di castelmagno e creme d'aglio di Caraglio, ecco, quest'anno ho fatto questa scoperta. 

La tempistica, come al solito, è impeccabile.

giovedì 19 marzo 2026

Fiducia: - 273,15

Uno è in piscina e si accorge di aver fatto una tessera con tanti ingressi sbagliando acquisto. 
Al che fa proposte incedenti al bigliettaio, che lo rimbalza manco fosse una pallina da tennis. Uno vorrebbe dirgli che il tennis è due civici più in là, che forse potrebbe fare prova di maggior empatia, poi si illumina con un'altra idea grandiosa: le proposte indecenti, invece che al bigliettaio, le farà agli avventori. 
Una trentenne sta ordinando una tessera identica. Uno le si avvicina e le propone di comprarla da lui invece che dal bigliettaio, che tanto è uno degli ultimi esemplari di dipendente comunale di piscina pubblica ed è contento, almeno si evita lo sforzo di sollevare il braccio, prendere il POS, impostarlo, staccare la tessera, consegnarla, comunicare quanto necessario. La donna dice che sì, vorrebbe quella tessera, ma ha solo il bancomat, su Satispay non ha abbastanza denaro e non porta con sé contanti, non si sa mai. Uno, illuminato da fiducia nel genere umano in generale, e nella donna che ha di fronte in particolare, le dice: "Senta, facciamo così. Io le do la tessera e il mio numero di telefono, lei cambia il budget di Satispay prima di domenica, e poi mi paga questi 45 € - rinomatamente cifra tendente a cambiare la vita di ogni essere umano che possa incassarla". Lei fissa questo personaggio strambo, e dice: "E già, lei non è mica intelligente, io potrei fregarmi sia la tessera sia i suoi 45 €, e così lei rimarrebbe fregato due volte. Io non mi fido mica, della gente". 
E paga con il bancomat una tessera nuova al bigliettaio.
 
Ora, io capisco che ci si possa non fidare del genere umano.
Capirei anche se fosse lei a non fidarsi di uno che non ha mai visto.
Ma, in questo caso, è un altro che si fida di lei.
Insomma, ormai la fiducia nel genere umano è arrivata a livelli così bassi che le persone non si fidano nemmeno più della fiducia degli altri in loro. 

domenica 8 febbraio 2026

Black or white


Mai come prima, viviamo un periodo storico in cui tutto è a portata di mano. 
Vogliamo vedere un film? Ci sono milioni di piattaforme streaming su cui attingere, senza aspettare, on demand. Mica è più come una volta, che si aspettava che il film, se non lo si era visto al cinema, uscisse in TV.
Vogliamo ascoltare delle canzoni? C'è Spotify, insieme a altre piattaforme di musica on line, sempre on demand. 
Vogliamo informarci? Mica leggiamo il giornale cartaceo, che quando lo compri le notizie sono già stantie. Ci sono fior di siti che rimbalzano notizie di tutti i tipi.
Poi ci sono i social su cui documentarsi ancora di più.
Si cerca in Google ogni argomento e si trova tutto quello che si cerca, e anche il suo contrario. 
Ora, poi, c'è l'AI, che, con un leggerissimo aumento dell'impatto ambientale di dieci volte rispetto a Internet, che già inquina moltissimo, ci trova tutto quello che vogliamo, e anche quello che non vogliamo, dato che pur di lisciarci il pelo si inventa credibilissime allucinazioni. 

Insomma, mai come ora, siamo bombardati da una quantità di informazioni, input, notizie, che i nostri cervelli sono farciti come anatre degli allevamenti di foie gras de canard

Il risultato finale è un po' come quando si mettono tutti i colori insieme: si ottiene il bianco.
Il bianco è un non-colore, e insieme è la somma di tutti i colori del mondo. 
L'assenza di tutti i colori, invece, è il nero: anche lui si può definire come un non-colore, in quanto in lui non c'è nemmeno un colore. 
Alla fin fine, tra il bianco e il nero, che sono concettualmente opposti, c'è quasi una coincidenza nell'essere entrambi non-colori.  

Quando gli esseri umani, nella loro versione scimmiesca, non avevano accesso a nessuna informazione, erano un po' come il nero. 
Ora, nella versione  da noi ritenuta evoluta, stiamo diventando come il bianco. 

Tra avere la testa bianca, piena di tutto e del contrario di tutto, ed averla nera, cioè vuota, dovessi votare, non saprei bene cosa scegliere. 

giovedì 1 gennaio 2026

Un mondo evolutamente miope

 

Uno si ritrova nel mezzo del cammin della sua vita a credere che la miopia sia ormai smarrita, invece eccola lì. 
Di colpo, non si legge più quello che c'è a più di 2-3 metri di distanza. 

Uno aspettava, preparato controvoglia, l'arrivo della presbiopia, invece no, da vicino vede sempre benissimo. Tipo si siede in treno e involontariamente riesce a leggere pure i messaggi del vicino, anche se ne farebbe volentieri a meno. 

Invece, quello che gli succede, è che ad esempio uno guida e la strada, quella, la vede, ma i cartelli, quelli, no. Per fortuna c'è il fido smartphone con gmaps che lo guida. Già, finché non c'è un cartello di quelli momentanei, e si prende una bella multa. 

Uno non può più socializzare con la gente che incrocia per strada o nella vita, a meno che questa gente non si infili in quella bolla con 2-3 m di raggio. I pochi vedenti residui credono che sia asociale. Invece è solo miope, e non si fida a salutare qualcuno che poi magari non è quello che si pensava e si corre pure il rischio di socializzare senza volerlo, o peggio, di socializzare con qualcuno che, vedendolo, si eviterebbe. E così ci si limita a frequentare un gruppo di persone che si riconosce dall'odore, o dalla voce, quando parla allo smartphone.
Per fortuna, per i single, ci sono le fide app di incontri per socializzare, raggiungendo poi fisicamente la persona, avvicinandosi progressivamente l'uno all'altro con la reciproca geolocalizzazione di gmaps. Spesso ci si accorge che forse sarebbe stato meglio fidarsi della propria miope vista nella vita vera che delle foto ritoccate dagli smartphone, ma questa è un'altra storia. 

Ad un certo punto uno pensa che non è giusto, che la miopia era una roba da prima dei 27 anni, ma poi scopre che sua mamma, che ha preso a mandare ogni mattina ottocento messaggi whatsapp di buongiorno con girasoli fiocchetti e campane è diventata miope pure lei: a 89 anni. 

Al che si realizza che non vederci più oltre tre metri di distanza fa parte dell'evoluzione.

A che serve vedere lontano, a gente che vive nelle scatole, si sposta nelle scatole e fa tutto con una scatolina con schermo che tiene a 30 cm dalla faccia?