LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

venerdì 8 giugno 2018

Piccolezza

Uno è lì che guarda il mondo piccolo dall'oblò di un aereo e intanto si chiede quanto diavolo starà inquinando.
Potrebbe essere su un treno, già, non può nemmeno dire di essere su uno di quegli aerei indispensabili per raggiungere un luogo importante in un tempo ragionevolmente compatibile con gli impegni della vita sociale.
Guarda sotto, l'oblò è un suo occhio da ciclope, un ciclope per cui un albero di pesche è un qualcosa che possa mettere tutto in bocca, stringendo le labbra per trattenere solo la frutta, estraendolo e lasciandone i rami, fili spogli. E anche le pesche, piccole così, sono microgranuli che gli rimangono tra i denti.
Le case sono perfette nella loro piccolezza, così come le automobili, e dentro gli omini, che uno lo sa bene, nella loro microscopicità da punto di vista altro, hanno tutto nei minimi particolari:

due braccia,
due mani,
due piedi,
due orecchie

ed un solo cervello,
ma piccolo,
così piccolo
che avrà pensieri piccoli,
ma così piccoli.


domenica 3 giugno 2018

Videogiocare la vita


C'è un giochino su internet che facevo circa vent'anni fa che consisteva nel fare delle cose della vita quotidiana, in cui c'era tutto un giorno accelerato, poi una notte accelerata, e avanti così.
C'era una città, c'erano dei negozi, dei luoghi di lavoro, la casa del tuo personaggio, e tu dovevi fargli fare cose che aumentavano i tuoi punti cultura, bellezza, socievolezza, ecc. Potevi anche farne che li diminuivano, tipo strafogarti di hamburger, insultare la gente, ecc.
Era una diavoleria giapponese, come solo i giapponesi sanno fare.
Non lo trovo più, perché era, appunto, una diavoleria tale che anche i giapponesi l'hanno trovata diabolica e devono averla tolta.

Mi ero messa a giocare, ed era proprio come la vita reale: avevi quelle cose da fare, se non le facevi perdevi punti, se le facevi ti smaronavi alla grande, il tutto a velocità accelerata. Non che lo smaronamento accelerato lo sia meno, anzi, è peggio, perché finisce subito e ne arriva subito un altro, e non hai nemmeno il tempo di prenderti un attimo per rilassarti, anzi, lo prendi, ma anche il rilassamento è velocissimo, e rilassarsi velocemente è addirittura peggio che smaronarsi velocemente, perché è un ossimoro in termini e fatti.
Poi c'erano i premi quando si raggiungeva un obiettivo, ché poi il protagonista voleva ingraziarsi anche una ragazza, ma i premi erano velocissime musichette con su scritta la frase. Insomma, il susseguirsi di operazioni era finalizzato a qualcosa che poi, quando c'era, te ne accorgevi appena che non c'era già più ed eri di nuovo catapultato in quel susseguirsi di operazioni, che dopo un po' diventavano ripetitive,
ti facevano sentire
un topo in gabbia.

Allora chiudevi la finestra del pc
e tornavi alla tua vita.

giovedì 31 maggio 2018

Ghiaccio dal cielo


Palline di ghiaccio
che scendono giù a bozzolare tutto il mondo,
che ti rimbalzano sul cranio con rumori tipo bongo,
ammassate in battaglioni così ravvicinati
da avere una potenza tale
che se si concentrassero ancora un po'
aprirebbero una di quelle crepe sulla terra,
che se sei lì a farti tamburellare il cranio,
e casualmente hai un piede a destra e uno a sinistra della crepa,
ti trovi a fare la spaccata sul vuoto,
e in quel vuoto tutte la pallottole ghiacciate
si infilerebbero fino a raggiungere
l'infuocato cuore del pianeta
e liquefacendosi lo raffredderebbero
mentre lui li riscalderebbe
finché grandine ghiacciata
e nucleo incandescente
fossero una cosa sola

domenica 20 maggio 2018

Spazi concentrici e pezzanti della paura


Tempo fa ho parlato di spazio della paura e spazio della paura della paura.
C'era questa stratificazione di paure, concentriche tra loro.

Alcune erano realistiche, del tipo che se vedo un TIR sparato alla sua velocità massima degli 80 all'ora arrivarmi addosso è giusto che mi spaventi, e cerchi di rifugiarmi dove non rischio di finire asfaltato al suolo con il marchio degli pneumatici del TIR impressi sul mio corpo esanime.

Altre erano create dalla mente.
Le avevo chiamate paura della paura.
E paura della paura della paura.
E avanti così.
Insomma, il pericolo incombente non c'è, ma potrebbe esserci, in un altro momento, o in un altrove, o o lì ma nascosto ai propri occhi.
Insomma, c'è sempre un motivo per aggiungere strati di paura intorno a strati di paura, finché non ci si ritrova imbozzolati come un baco da seta, con la differenza che il baco prima o poi si spezza ed esce la farfalla, mentre dal bozzolo della paura non può uscire niente e nessuno, nemmeno la farfalla del silenzio degli innocenti. E se ci si vuole liberare tocca sbozzolarsi srotolandosi lentamente, o perlomeno essersi premuniti con una motosega prima di essersi avviluppati nel primo strato.

Poi, a volte, uno è lì che tutto va bene, benissimo, tipo quando c'è l'amore, come se ci fosse una giornata di tempo sclent e lusent, e all'improvviso scende giù un temporale di paura che viene dai cumulonembi personali, stoccati in un alto magazzino mentale. Sono quelle gocce temporalesche così grosse e provenienti da nuvole così atavicamente lontane che senti solo dei PACC PACC fortissimi: ti guardi intorno e c'è già un mondo pezzato, e poi, velocissimo, diventa tutto color paura, dello sclent e lusent non rimane nulla, perché lo sclent e lusent è proprio l'opposto delle gocciolone pezzanti e impazzanti.

Il tempo bello è l'opposto del tempo brutto, non è che le due cose possano coesistere.

giovedì 10 maggio 2018

W i vecchi dentro


Si parlava attorno ad un tavolo e tutti insistevano a dire che erano ok, con una quarantina d'anni fuori, ma giovani dentro.
Sembrava davvero una figata, essere giovani dentro, nonostante la discesa delle facce rispetto alle orecchie, come testimoniano quelle pieghe a fianco del trago.

Ma se uno è vecchio fuori e giovane dentro, è poi così figo?

Io preferirei essere giovane fuori e vecchia dentro, a dire il vero.

Ché essere vecchi dentro vuol dire che si è già passato un sacco di tempo a capire/sentire cose che da giovani non si erano capite/sentite, a indagare su se stessi e sugli altri e su ciò che sta intorno, e io mica vorrei essere ancora giovane come ero giovane quando avevo vent'anni.

E' un po' come quando invece che dire vacca si dice mucca o bovino femmina perché vacca non è politically correct.
Io dico che al posto di saggio o vissuto o maturo va benissimo vecchio, che non deve per forza essere lo scazzato, ignavo, reazionario che intendono quelli che si declamano giovani dentro - non è che poi, proprio in modalità anti-vecchiaia, si rivelano immaturi? -

E' bello essere vecchi dentro.

Molta gente vecchia fuori è ancora troppo giovane.
Dentro.
E ne va fiera.

venerdì 4 maggio 2018

Essere lì


Quando uno si prodiga a comunicare, e ci tiene, e si sente entusiasta, ma sembra che all'interlocutore non interessi una cippa, magari arriva a chiedergli perché, nonostante il menefreghismo, continui a rispondere.
Può capitare che si senta dire "Perché sei qui" nel caso in cui siano fisicamente uno di fronte all'altro, o "Perché sei lì" se il dialogo avviene via whatsapp o altre diavolerie social.

Questa risposta, a primo acchito, potrebbe provocare una siderazione, di quelle che fanno concludere che il suddetto interlocutore sia uno stronzo senza ritorno.

Però, a pensarci bene, è proprio una cosa così brutta dire a qualcuno che si comunica con lui perché è lì?

Se si sottintende perché è lì fisicamente, o virtualmente, e, per educazione, ché i genitori hanno insegnato fin da piccoli che bisogna rispondere alle persone, si deve rispondere, non è il massimo della piacevolezza. Ci si sente all'improvviso un intralcio proprio mentre si era presenti e coinvolti in un dialogo che sembrava qualcosa di bello.

Ma "essere lì" può avere tutt'altra accezione: può voler dire esserci, proprio in quel momento, non essere da nessun'altra parte che lì, e allora non solo non è una cosa che avvilisce, ma è davvero un grande complimento, ché è ben raro che qualcuno riesca a essere lì, nel presente, completamente coinvolto in un dialogo, né assorto in un passato ormai passato, né proiettato verso un futuro non arrivato, e nemmeno assorbito da un altrove.

E se quello che ha detto "Perché sei lì" non lo avesse fatto in piena consapevolezza, probabilmente perché lui, invece, non è lì,
quello che è lì può
estirparlo dal suo grufolare nel passato,
portarlo lì,
proteggerlo da scivoloni nel futuro,
insegnargli che l'altrove può aspettare,
finché lui capirà che essere lì è l'unica cosa da fare.

Se e quando saranno tutti e due lì,
entrambi presenti,
allora sì,
che qualcosa di bello succederà.

mercoledì 2 maggio 2018

Diamoci una sforbiciata

 
Non so se vi sia mai capitato di tagliarvi le unghie con le forbicine per unghie.
A me è incorso l'increscioso evento in età avanzata: sarà forse per questo che ho avuto notevoli difficoltà.
Sicuramente, l'impugnatura era per destri e io sono mancina, ma, essendo mancina, appunto, di vecchia data, so bene che il verso delle forbici non è un grandissimo problema, perchè basta impugnare al contrario quelle per destri. E se proprio si è mancini fondamentalisti, c'è sempre la versione specifica.

Iniziando con il piede destro e tenendo le forbici rigorosamente con la sinistra, subito mi sono detta "Ecco qua, a essere mancina sono fregata", e intanto le lame tagliavano le unghie che ad avvicinarle a qualsiasi oggetto minimamente filamentoso o lanoso, calze inlcuse, lo avrebbero uncinato con il loro grazioso bordo ondulato, e durante questo processo le altre dita intralciavano il passaggio delle lame.  Sull'altro piede il taglio era più agevole per via della mancanza di dita intralcianti, ma le punte andavano ad attaccare ai fianchi il dito successivo, incidendolo che manco Zorro.
Si deduce che la situazione, per un destro, sia del tutto speculare.

Direi che le forbicine siano inadatte sia ai mancini sia ai destrimani (o anche destripedi), e siano fatte per chi vuole i piedi le dita amputate tutte alla stessa lunghezza.
Per apprendiste streghe.
Per tutti gli altri, c'è il tagliaunghie.