LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.
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mercoledì 13 febbraio 2013

Solo più




















Uno vive la sua vita
ha delle convinzioni
ha dei punti fermi
Tutto gira
ma i punti fermi restano
anzi tutto gira intorno ai punti fermi
che fanno da perno in tutto sto giramento di tutto.

Un mio punto fisso era che se avevo tante cose, e ora me ne restano due o tre, quindi poche, dico che ne ho "solo più" due o tre.
Alessandra mi ha fatto notare che dire "solo più" è un errore, non esiste nell'italiano, è una roba che diciamo solo noi piemontesi. Insomma, se andiamo fuori dal nostro fazzoletto di terra e diciamo "solo più", la gente si chiede dove siamo andati a scuola.
La risposta è: in Piemonte.
Ma loro non la conoscono.

Immagino di aver scritto un sacco di volte "solo più" anche in questo blog altamente letterario.
Che smacco.

Il fatto è che se mi rimangono tre mele dopo averne mangiata una cassa, non trovo altro modo di esprimere in modo più chiaro il concetto.
"Non me ne rimangono che tre". Che lungaggine.
"Ce ne sono solo tre". Potrebbero non essercene state tante prima, non è completo.
"Delle tante, me ne rimangono solo tre". Altra lungaggine che però ovvia al problema di cui sopra.
In ogni caso, "solo più" rimane il meglio.
Perlomeno nella mia testa. 
Mi sarà probabilmente difficilissimo smetterne l'utilizzo improprio.

Proporrei che alla Crusca prendano in considerazione l'aggiunta al dizionario di italiano di questo indispensabile accostamento.

lunedì 24 settembre 2012

Accenti migranti

Il mio accento ha subito variazioni piuttosto particolari nel corso della vita.
All'inizio non c'era alcun dubbio, avevo un accento piemontese che buttava per terra. A scuola, quando c'era da leggere qualche brano, oppure da declamare qualcosa in pubblico, iniziavo a sentirmi sempre più piemontese, sempre più paonazza di vergogna, sempre più imbarazzata, e quando giungeva il momento, ero così piemontese, ma così piemontese che tutti mi prendevano in giro, pur vivendo in Piemonte.
Questo disagio accentuato mi ha seguita per anni e anni.
Il bello è che non avevo la più pallida idea su come togliermelo di dosso: non capivo che fare.
Dicevo: "Chè bééééllòòòòòò!" e tutti ridevano, e io non sapevo che nell'alfabeto italiano le vocali fossero sette e non cinque. Ne sapevo solo cinque e le dicevo così come mi veniva, e mi veniva piemontesissimo!

Poi mi sono trasferita in Francia, dove parlavo un ottimo francese con ovvio accento italiano. Lì mi deridevano tutti per l'accento italiano, non sapendo che, in verità, non era italiano ma piemontese. Solo io lo sapevo, ma ero confortata dal fatto che nessuno lo capisse. E' un po' come se un italiano andasse a dire a un francese marsigliese che parla in italiano che ha l'accento marsigliese: non si dice, si dice che ha un accento francese e basta. Che meraviglioso cambio di prospettiva, che ampliamento degli orizzonti è stato per me!

Quando sono tornata dopo vari anni in Italia, e non in un'Italia qualunque, ma in Piemonte, e non in un Piemonte qualunque, ma a Cuneo, mi sono seduta in un dehors di una pizzeria e mi sono resa conto di essere circondata da gente con un accento piemontese devastante. Non li sopportavo nemmeno, mi disturbavano l'orecchio.
Intanto i cunesi hanno iniziato a prendermi per russa, rumena, francese, e hanno smesso di dirmi che avevo l'accento piemontese.

Poi sono finita a lavorare Genova, ma accento genovese niente. Manco un belin belan piccolo piccolo sparso per le frasi.
Purtroppo, dopo un trasferimento a Cuneo, ho lavorato un po' a fianco di un piemontese d.o.c., e mi sono resa conto di essere spacciata. I primi giorni mi veniva il mal d'orecchie al sol sentirlo, dopo una settimana mi pareva parlasse un italiano lavato in Arno. Voleva dire che ero riregredita alla situazione iniziale in una sola settimana.

La gente, però, non mi diceva più "che accento piemontese che hai!". Forse era per educazione, forse perchè non interagivo più prevalentemente con adolescenti che risaputamente hanno l'hobby di fare delle tue debolezze un perno su cui roteare vorticosamente conficcandotele nel cuore come un vampiro farebbe con un paletto di frassino.

Poi, sono finita a Torino, dove non si trova un piemontese manco a piangere, e credevo che il mio accento si fosse stabilizzato. Lavorando nella scuola, dove il 99% della gente viene da sotto Napoli, pensavo che tornassi ad essere indicata per una piemontesona.

Invece no.

All'inizio erano tutti convinti che fossi veneta.

Gradualmente, complice anche un compagno metà tedesco e metà romano con l'optional della zeppola, mi è venuta una strana C, simile a una Z.

Adesso tutti mi prendono per emiliana.

Tutto questo può anche essere accettabile, è arrivato gradualmente, può andar bene.
Ma il colpo di grazia mi è arrivato da Alessandra: mi ha fatto notare che in ogni parola terminante per N in realtà pronuncio NG. Da ciò, scaturiscono paroline carine, come: "couponG di GrouponG, Bob DylanG, Alberto PianG" ecc ecc.
Mi piacerebbe capire da cosa sorga questa strana NG:
Piemontesi, che mi dite, sarà tipica della nostra pronuncia?
Francesi, che mi dite, sarà tipica della vostra pronuncia?
Ma soprattutto, Alessandra, che mi dici, ti impiccerai troppo o sarai un'acuta osservatrice?

venerdì 21 settembre 2012

Bravo!


Oltre a chi dice brava a qualsiasi donna faccia qualche sport diverso dallo spazzare la soglia di casa, qui in Piemonte c'è l'usanza di dire bravo! o brava! a una persona che non fa nulla di eclatante (il che rientra quindi nella casistica precedente, ma con una diversa sfumatura).

Esempio:

Due persone stanno parlando tra loro:
INDIVIDUO A: "Sah, andrò a mangiare pranzo, neh!"
INDIVIDUO B: "Bravo!".

Alessandra si chiede perchè ci si debba complimentare con uno che va a mangiare pranzo...tutti dobbiamo mangiare. Sarebbe da idiota non mangiare e lasciarsi morire di fame. Andare a mangiare è il minimo sindacale per la sopravvivenza, non indica chissà che bravura.
Io le faccio presente che un piemontese che ti dice bravo in realtà intende "Ma che me lo dici a fare? Non me ne frega assolutamente nulla del fatto che tu faccia questa cosa!".

Dopo un po' di giorni, Alessandra mi dice: "Penso che ora andrò a vedere quel film di cui ti ho parlato".
E io: "Brava!".

Ci è rimasta male.

mercoledì 19 settembre 2012

Alessandra docet


Oggi introduco una nuova etichetta, che si potrebbe nidificare in quella preesistente "LEZIONI DI LINGUE":

Alessandra docet.

Chi è Alessandra? Una mia nuova amica e collega, che ha una rarissima capacità: quella contemplativo-riflessiva.
Lei osserva tutto e deduce dal tutto osservazioni vere sulle persone e le loro modalità che nessuno aveva mai rilevato in vita sua, nemmeno in vite belle lunghe.
Ritengo che una dote così valida debba per forza essere celebrata con un'etichetta.
Ogni volta che la sua mente partorirà interessanti considerazioni, vi allieterò con un post a lei dedicato.