LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

lunedì 18 maggio 2026

Ossimorica e deformata interpretazione dell'impiego dell'AI



Al Salone del libro, che finisce oggi, c'era un sacco di gente in gamba che parlava, leggeva, discuteva.
Tra questi, una psicologa, Barbara Volpi, incastonata tra altri personaggi, era bravissima a esprimere i concetti.
Tra questi c'era anche Giusy Marchetta,  che ha scritto il bel "L'iguana non vuole", che  parla di scuola, un po' come Enrico Galiano, che di qualunque cosa parli parla di scuola, anche al Salone, anche all'intervista nello spazio de "La Stampa", dove avrebbe dovuto raccontare il suo ultimo libro "Il cuore non va a dormire", ma evidentemente il cervello del prof va a dormire meno del cuore.  


Ovviamente, dove c'era Giusy Marchetta, anche lei prof, si è parlato anche (e onestamente, stranamente, non solo) di scuola. 

Ecco, Barbara Volpi, psicologa, psicoterapeuta ma non prof, ha scritto un libro quest'anno sull'argomento e raccontava di come i bambini da 0 a 2 anni non debbano vedere gli adulti di riferimento maneggiare un cellulare.

Ma poi si è venuto a parlare di scuola, e sia lei sia altri relatori spiegavano - tutti d'accordo, prof e non prof - che i ragazzi devono essere accompagnati a usare in modo critico l'intelligenza artificiale, si deve insegnare loro a usare il giusto prompt, a studiare con l'aiuto dell'AI, a farsi interrogare e correggere. A verificare sempre la veridicità dei dati. E c'erano molti docenti, nel pubblico, che avevano seguito un sacco di corsi sulla piattaforma SOFIA dedicata alla formazione dei docenti, tutti sull'AI, perché moltissimi Dirigenti hanno caldamente invitato alla formazione, in linea con quello che dicevano i relatori. 

Certo, l'AI inquina un casino, e quindi meglio usarla consapevolmente e bene, piuttosto che come fanno alcune persone sprovvedute e non formate, o piuttosto che scambiare per risultati di una tradizionale ricerca Google i risultati della ricerca Google nella sezione AI (ma poi, perché bisogna inquinare il decuplo con una ricerca Google, quando l'AI magari non ci serve in quel momento?).

Evidentemente, alcuni dirigenti scolastici, altri rispetto a quelli di cui sopra, o magari anche gli stessi, fan di James Russell Lowell, tengono molto, molto, molto alla protezione dell'ambiente. All'improvviso, dispongono tramite circolari il divieto di qualsiasi utilizzo di strumenti di Intelligenza Artificiale che comporti il trattamento, diretto o indiretto, di dati, informazioni o contenuti riconducibili all’attività didattica, educativa, organizzativa o, più in generale, al contesto scolastico, anche qualora l’uso avvenga per finalità personali, da intendersi indipendentemente dal luogo di utilizzo, dal dispositivo impiegato e dal tipo di account utilizzato (istituzionale o personale), intendendo non solo applicazioni dedicate (es. chatbot o generatori di contenuti  come ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude…), ma anche funzionalità di IA integrate in piattaforme, software, sistemi di posta elettronica o strumenti di videoscrittura, quali, a titolo esemplificativo, suggerimenti automatici, riscrittura o correzione di testi, analisi dei contenuti, ecc.

Questi dirigenti sono così dediti alla difesa della natura, che, prossimamente, vista la totale impossibilità di usare un PC astenendosi dall'intelligenza artificiale (la usa la ricerca Google, la usa la mail di google, la usa Gsuite per la scuola, è stata integrata anche in Classroom, ma banalmente, anche il correttore ortografico o il traduttore di Google non sono scevri da intelligenza artificiale,...) faranno creare fogli di papiro con piantagioni di papiri in ogni luogo d'Italia, dove gli insegnanti trascorreranno un monte ore aggiuntivo annuale in modo che nessuno dica mai più di loro che sono braccia rubate all'agricoltura.
Chiederanno pure ai docenti di far usare come inchiostro il loro sangue, prelevato durante apposite sedute, in cui sanguisughe naturali e molto ecologiche saranno loro incollate alla pelle per il prelievo. Queste ultime saranno incluse nel welfare annunciato da Valditara. Le spese per le analisi del sangue rientreranno infatti nella prodigiosa assicurazione PRIVATA per gli insegnanti della PUBBLICA Istruzione.

martedì 12 maggio 2026

Etimologia dello sciopero (zacchete) e della manifestazione (zicchete)

C’è una cosa strana che è successa in autunno, e, ancora un pochino, succede tuttora, ma meno, perché è già meno di tendenza.

In Italia, negli ultimi dieci anni, gli indigenti sono aumentati del 43%. Il tasso di occupazione è 9 punti sotto la media europea. In Ucraina, dall’inizio della guerra, quasi due milioni di vittime. A Gaza, dal 7 ottobre 2023, oltre 72.000 vittime.

Eppure, quando si parla di cose che ci toccano da vicino, la reazione è sempre la stessa: non vedo, non sento, non parlo. Mi chiudo nella mia bolla e cerco a tutti i costi di costruirmi una serenità sintetica.

Poi però, ecco lo SCIOPERO per Gaza. A ottobre. E lì, improvvisamente, due milioni in piazza. Categorie che SCIOPERANO per Gaza.

Scioperano.

E allora mi viene in mente l’etimologia: ex‑operare, uscire dal lavoro. Uno strumento nato per difendere chi lavora, non per fare beneficenza geopolitica tra l'altro sgangherata, perché i soldi li trattiene il datore di lavoro, mica vanno a Gaza.

Perché quando le condizioni di lavoro peggiorano a vista d'occhio con leggi assurde, carichi disumani, sprechi, interpretazioni creative della normativa, la filosofia del “lavora di più così sembri produttivo e chi se ne frega se non ti rimane più il tempo per vivere” — la maggior parte si piega e krumirizza con una naturalezza che di naturale non ha proprio nulla.

Poi però si sciopera, perdendo soldi veri, per una causa che non ha nulla a che vedere con il proprio lavoro.

Ma perché non MANIFESTARE (parola derivante dal latino manifestare, a sua volta derivato da manifestus, cioè "manifesto", "evidente"), invece che SCIOPERARE?

E in più: se si vuole manifestare per le vittime, perché non anche per quelle dell’Ucraina?

Perché non per tutte le vittime delle 32 guerre e 22 crisi attive nel mondo a inizio 2026?

Il marketing, quando funziona, è micidiale: ti fa credere di sapere quello che fai, invece è solo lui che sa quello che ti fa fare.

Basta un attimo.

Ti distrai, ti giri, guardi altrove.

E zacchete.





venerdì 8 maggio 2026

Tempistica impeccabile

Ho scoperto che se uno ha un blog che scrive con costanza, può entrare gratis al Salone del libro con l'accredito. 
E io ho un blog, e che blog: lo scrivo dal 2007, l'ho scritto con costanza per un sacco di anni, addirittura tutti i giorni, a volte più volte al giorno, con una prolificità che farebbe invidia a certi romanzieri russi dell'Ottocento, solo che loro scrivevano Guerra e Pace e io scrivevo delle ascelle farinose e della dura legge dell'imprenditoria, ma tant'è.
Ecco, mai e poi mai, quando sono andata al Salone, ho saputo che avrei potuto entrare gratis, in qualità di blogger super mega prolifica. Sono sempre entrata a pagamento, tranne un glorioso anno in cui mi hanno invitata a prendere parte alla giuria di "Incipit offresi" con tanto di accredito. Poi c'è stato anche il quasi glorioso anno in cui ero convinta di entrarci come autrice della Giulio Perrone, e poi invece mi hanno detto: ma no, pagati l'ingresso che tanto il tuo libro mica lo portiamo, noi, al Salone, ché l'abbiamo pubblicato a febbraio e siamo già a maggio, è vecchio e stantio.  Come il pane di tre giorni, solo meno utile.
Invece, quest'anno che ho scritto meno post, perché ho scritto una serie di romanzi da cassetto, racconti da concorso in cui si vincono mezzi kg di castelmagno e creme d'aglio di Caraglio, ecco, quest'anno ho fatto questa scoperta. 

La tempistica, come al solito, è impeccabile.

giovedì 19 marzo 2026

Fiducia: - 273,15

Uno è in piscina e si accorge di aver fatto una tessera con tanti ingressi sbagliando acquisto. 
Al che fa proposte incedenti al bigliettaio, che lo rimbalza manco fosse una pallina da tennis. Uno vorrebbe dirgli che il tennis è due civici più in là, che forse potrebbe fare prova di maggior empatia, poi si illumina con un'altra idea grandiosa: le proposte indecenti, invece che al bigliettaio, le farà agli avventori. 
Una trentenne sta ordinando una tessera identica. Uno le si avvicina e le propone di comprarla da lui invece che dal bigliettaio, che tanto è uno degli ultimi esemplari di dipendente comunale di piscina pubblica ed è contento, almeno si evita lo sforzo di sollevare il braccio, prendere il POS, impostarlo, staccare la tessera, consegnarla, comunicare quanto necessario. La donna dice che sì, vorrebbe quella tessera, ma ha solo il bancomat, su Satispay non ha abbastanza denaro e non porta con sé contanti, non si sa mai. Uno, illuminato da fiducia nel genere umano in generale, e nella donna che ha di fronte in particolare, le dice: "Senta, facciamo così. Io le do la tessera e il mio numero di telefono, lei cambia il budget di Satispay prima di domenica, e poi mi paga questi 45 € - rinomatamente cifra tendente a cambiare la vita di ogni essere umano che possa incassarla". Lei fissa questo personaggio strambo, e dice: "E già, lei non è mica intelligente, io potrei fregarmi sia la tessera sia i suoi 45 €, e così lei rimarrebbe fregato due volte. Io non mi fido mica, della gente". 
E paga con il bancomat una tessera nuova al bigliettaio.
 
Ora, io capisco che ci si possa non fidare del genere umano.
Capirei anche se fosse lei a non fidarsi di uno che non ha mai visto.
Ma, in questo caso, è un altro che si fida di lei.
Insomma, ormai la fiducia nel genere umano è arrivata a livelli così bassi che le persone non si fidano nemmeno più della fiducia degli altri in loro. 

domenica 8 febbraio 2026

Black or white


Mai come prima, viviamo un periodo storico in cui tutto è a portata di mano. 
Vogliamo vedere un film? Ci sono milioni di piattaforme streaming su cui attingere, senza aspettare, on demand. Mica è più come una volta, che si aspettava che il film, se non lo si era visto al cinema, uscisse in TV.
Vogliamo ascoltare delle canzoni? C'è Spotify, insieme a altre piattaforme di musica on line, sempre on demand. 
Vogliamo informarci? Mica leggiamo il giornale cartaceo, che quando lo compri le notizie sono già stantie. Ci sono fior di siti che rimbalzano notizie di tutti i tipi.
Poi ci sono i social su cui documentarsi ancora di più.
Si cerca in Google ogni argomento e si trova tutto quello che si cerca, e anche il suo contrario. 
Ora, poi, c'è l'AI, che, con un leggerissimo aumento dell'impatto ambientale di dieci volte rispetto a Internet, che già inquina moltissimo, ci trova tutto quello che vogliamo, e anche quello che non vogliamo, dato che pur di lisciarci il pelo si inventa credibilissime allucinazioni. 

Insomma, mai come ora, siamo bombardati da una quantità di informazioni, input, notizie, che i nostri cervelli sono farciti come anatre degli allevamenti di foie gras de canard

Il risultato finale è un po' come quando si mettono tutti i colori insieme: si ottiene il bianco.
Il bianco è un non-colore, e insieme è la somma di tutti i colori del mondo. 
L'assenza di tutti i colori, invece, è il nero: anche lui si può definire come un non-colore, in quanto in lui non c'è nemmeno un colore. 
Alla fin fine, tra il bianco e il nero, che sono concettualmente opposti, c'è quasi una coincidenza nell'essere entrambi non-colori.  

Quando gli esseri umani, nella loro versione scimmiesca, non avevano accesso a nessuna informazione, erano un po' come il nero. 
Ora, nella versione  da noi ritenuta evoluta, stiamo diventando come il bianco. 

Tra avere la testa bianca, piena di tutto e del contrario di tutto, ed averla nera, cioè vuota, dovessi votare, non saprei bene cosa scegliere. 

giovedì 1 gennaio 2026

Un mondo evolutamente miope

 

Uno si ritrova nel mezzo del cammin della sua vita a credere che la miopia sia ormai smarrita, invece eccola lì. 
Di colpo, non si legge più quello che c'è a più di 2-3 metri di distanza. 

Uno aspettava, preparato controvoglia, l'arrivo della presbiopia, invece no, da vicino vede sempre benissimo. Tipo si siede in treno e involontariamente riesce a leggere pure i messaggi del vicino, anche se ne farebbe volentieri a meno. 

Invece, quello che gli succede, è che ad esempio uno guida e la strada, quella, la vede, ma i cartelli, quelli, no. Per fortuna c'è il fido smartphone con gmaps che lo guida. Già, finché non c'è un cartello di quelli momentanei, e si prende una bella multa. 

Uno non può più socializzare con la gente che incrocia per strada o nella vita, a meno che questa gente non si infili in quella bolla con 2-3 m di raggio. I pochi vedenti residui credono che sia asociale. Invece è solo miope, e non si fida a salutare qualcuno che poi magari non è quello che si pensava e si corre pure il rischio di socializzare senza volerlo, o peggio, di socializzare con qualcuno che, vedendolo, si eviterebbe. E così ci si limita a frequentare un gruppo di persone che si riconosce dall'odore, o dalla voce, quando parla allo smartphone.
Per fortuna, per i single, ci sono le fide app di incontri per socializzare, raggiungendo poi fisicamente la persona, avvicinandosi progressivamente l'uno all'altro con la reciproca geolocalizzazione di gmaps. Spesso ci si accorge che forse sarebbe stato meglio fidarsi della propria miope vista nella vita vera che delle foto ritoccate dagli smartphone, ma questa è un'altra storia. 

Ad un certo punto uno pensa che non è giusto, che la miopia era una roba da prima dei 27 anni, ma poi scopre che sua mamma, che ha preso a mandare ogni mattina ottocento messaggi whatsapp di buongiorno con girasoli fiocchetti e campane è diventata miope pure lei: a 89 anni. 

Al che si realizza che non vederci più oltre tre metri di distanza fa parte dell'evoluzione.

A che serve vedere lontano, a gente che vive nelle scatole, si sposta nelle scatole e fa tutto con una scatolina con schermo che tiene a 30 cm dalla faccia? 


venerdì 26 dicembre 2025

Capire poco - o della maledizione della partita doppia

 

Oggi faccio un post semiscolastico e personale, anche se di solito preferisco parlare di uno in generale e non di me. Invece qui parlo proprio di me, non tanto per incensarmi (sarebbe assurdo, ve ne accorgerete), quanto per dare un esempio a voi numerosi lettori più giovani di quanto sia forse meglio fare quello che amate anche se ha pochi sblocchi lavorativi, piuttosto che una roba con molti sbocchi che vi fa sboccare. 

Ecco, lo so che da quel che leggete qui dentro, voi due lettori, sembro mooolto equilibrata, ma vi vorrei parlare di un (forse) errore (o orrore) che mi attanaglia da decenni: la partita doppia.
Ecco, perché io mi sento un po' perseguitata dalla partita doppia, e mi sono sorpresa a pensare: se so la partita doppia, è perché io valgo. Ecco, io ogni tanto la so, male, poco, ma poi la scordo e non la so più. E quindi non valgo.
Il problema, che non è di uno generico, ma squisitamente mio, è che io, la partita doppia, dovrei insegnarla. 
Insomma, con tutta la moltitudine di cose che si possono fare nella vita, che poi sono sempre meno man mano che si invecchia, io sono invecchiata e il mio imbuto di possibilità, assurdamente, si assottiglia sempre lasciando dentro meno cose, ma lei, la partita doppia, sempre, c'è. 
Maledetta.

Quando stavo finendo le scuole medie, i professori chiamavano i genitori e dicevano tre cose diverse: 
  1. suo figlio non ce la fa, meglio se fa il professionale;
  2. suo figlio fatica un po', meglio se fa il tecnico;
  3. suo figlio può fare tutto, deve fare il Liceo.
Non ho mai capito perché se uno può fare tutto, allora deve fare il Liceo. Se può fare tutto, allora deve poter fare anche il professionale o il tecnico. O altro che non mi viene in mente. Ma no, in quelle scuole ci va solo chi non capisce tanto. 
In ogni caso io ero di quelli che possono fare tutto e quindi devono fare il Liceo, così ho fatto il Liceo.

Poi, alla fine del Liceo, di nuovo, i Prof parlavano con i genitori. 
Che uno (cioè io) dice: "Insomma, ho la maggiore età, potrò pur ben sapere meglio io, rispetto a uno che mi vede tre ore a settimana, di cosa ho bisogno, o no?" 
E infatti sì. 
Però a quell'età uno (cioè io) ha scarsa autostima, così ascolta i saggi, cioè i prof. 
Perché a quell'età, almeno negli anni novanta, uno ha una visione un po' distorta del mondo, e se è proprio molto ingenuo crede che i prof siano persone meravigliose che sanno tutto. E le persone meravigliose dicono ai genitori di nuovo varie cose:
  1. suo figlio fatica parecchio a capire, è meglio se va a lavorare, ma chi gli ha detto di fare un Liceo a sto caprone che adesso è un casino trovare un lavoro? (Un altro prof, come lei, direbbe il genitore, e continuerebbe ragionevolmente a pensare: ma chi si fida più dei prof?).
  2. suo figlio fatica un po' a capire, può fare un'università ma di quelle facili, che so, una laurea breve in qualcosa di tecnico (che poi, fatico a capire perché le cose tecniche debbano essere per chi fatica a capire).
  3. suo figlio può fare qualsiasi cosa.
Ecco, di nuovo, io ero finita in quelli lì che possono fare qualsiasi cosa. Poi dicevano che scrivevo benissimo, che proprio avevo una dote, poi ero brava anche nelle lingue, negli sport, insomma un sacco di doti. Però, ecco, le lingue, uno se le può imparare per i fatti suoi, con Lettere si finisce a fare i commessi da Ikea, con l'ISEF (adesso mi pare sia scienze motorie, sono anziana), oufff, finisci a fare sostegno a scuola, non c'è sbocco. Ed ecco ora la genialata: è meglio coltivare tutte queste meravigliose attitudini nel tempo libero, e, visto che uno può fare qualunque cosa, meglio se fa qualcosa di UTILE. 

E così, mi ritrovo a fare qualcosa di utile: ECONOMIA AZIENDALE. Quell'Università che, nell'indecisa lista delle preferenze, era finita per prima all'ultimo posto. 

Vado lì, e alla prima lezione di economia aziendale mi spiegano - di merda - la partita doppia e lì affondo in quell'asfalto fresco di cui parla Enrico Galiano come nelle sabbie mobili. Vado subito a ripetizioni, ma mi sento handicappata, non diversamente abile, proprio handicappata con l'h. Mi dico che forse è meglio accettare i miei limiti: non posso fare qualunque cosa, insomma  la fisica, la meccanica e l'economia aziendale no. Ma poi insisto. Ho la maledizione di quella che può fare qualunque cosa. E così vado avanti. Copio in modi assurdi, creo accordi fantasiosi con compagni di università, in qualche modo arrivo in meno di 4 anni a laurearmi in Economia aziendale, senza aver capito quasi niente dell'Economia aziendale, avendo passato il tempo a coltivare le lingue, la letteratura, lo sport, ché poi, ovvio, finisco e addio economia aziendale. 

La sera della festa di laurea un rivolo di sudore freddo mi scorre in fronte. Mi sono laureata in ECONOMIA AZIENDALE. 

Passo gli anni successivi a cercare di fare altro, ma l'economia aziendale torna sempre. Non riesco  a trasformare in lavoro quelle cose che dovevo coltivare da sola, nonostante sappia benissimo le lingue, scriva benissimo, sappia la letteratura, abbia letto tantissimo, faccia benissimo lo sport. 
Riesco a lavorare solo con bilanci, soldi, insomma quelle cose che mi vengono malissimo.
Lavoro in Banca, riclassifico bilanci: mi viene, ma lo so, che mi viene male, perché in realtà io sono inglobata economicoaziendalmente nell'asfalto secco. 
Nessuno se ne accorge, perché la gente capisce poco e non capisce di capire poco, in generale. 

E poi cosa finisco a fare? A insegnare l'Economia aziendale. 
Dopo aver preso 80/80 alla scuola di specializzazione per l'Economia aziendale. 
Ma ormai si è capito, che i prof capiscono poco, per quello che mi hanno dato 80/80. 
Chissà perché, a quei prof che non capivano che io capivo poco, un professore non ha detto: "Capisce poco, meglio se va a studiare al tecnico ed evita l'università". Avevano professori che capivano poco.

Un giorno, a metà della scuola di specializzazione, avevo mangiato un tortino intero da tre persone in un coffe shop di Amsterdam e, sotto gli effetti del tortino, l'unica cosa che dicevo era: "E se adesso mi dimentico la partita doppia?"
L'ho dimenticata, quella poca che avevo capito. 
L'ho ripassata.
L'ho ridimenticata alla velocità della luce. 
L'ho riripassata.
E avanti così.
L'ho insegnata, ad un certo punto, all'inizio della carriera scolastica.
Gli alunni, a fine anno, in una valutazione della prof, cioè di me, hanno scritto testuali parole: 
"La prof è autistica della sua materia". E qui si consolida l'idea iniziale mia dell'handicap con l'h.
"La prof pensa solo alla partita doppia nella vita".
"La prof ama e fa solo partita doppia, nel tempo libero". 
Del resto, capivano poco. 
Io pure. 

Sì, perché a chi devo insegnare la partita doppia? A quelli che capiscono poco. 
Quelli a cui i prof delle medie hanno detto: "Capisce poco, deve fare qualcosa di tecnico".
E così, io che capisco poco della partita doppia, devo insegnare la partita doppia a chi capisce poco.

Non è una maledizione?
Forse sì.
Forse no. 
Ché, a pensarci bene, un prof che capisce poco capisce gli alunni che capiscono poco. Esercita un'empatia impossibile per un prof che capisce molto, perché nel suo animo devastato dal dubbio rinasce ogni giorno il fanciullino disagiato a rischio dispersione scolastica che c'è in lui.  

domenica 21 dicembre 2025

Dicono che i professori parlano sempre di scuola. E hanno ragione.

Leggevo un libro di Paolo Nori, anzi lo audioleggevo, perché audioleggere Paolo Nori che legge sé stesso è più bello che leggerlo su un libro di carta o su un supporto multimediale. 
Ad un certo punto, più o meno, diceva che i prof parlano sempre di scuola, e, se si parla d'altro, dopo poco collegano questo altro alla scuola e riprendono a parlare di scuola.
 
Sta cosa non mi piace, ho pensato, ma è vera.
Brutta, ma vera. 
Se sei con un prof, lo fa. 
Se sei un prof, lo fai. 
Se sei un prof con un altro prof o degli altri prof, lo fate in modo elevato al numero di prof che ci sono. 

C'è gente che ha anche delle teorie in proposito, teorie del tutto campate in aria perché sono persone che non fanno i prof. 
Tipo dicono che i prof, a scuola, ci stanno troppo poco, e non sono tra di loro ma con gli alunni, e quindi non hanno pause caffè, momenti vuoti in cui devono stare a scuola, riunioni, occasioni per parlare tra di oro del loro "lavoro".
Ecco, quegli esterni sbagliano, e probabilmente alcuni di quegli esterni sono andati a lavorare al MIM, il Ministero dell'Istruzione, ma da un po' anche del Merito, sicuramente perché molto meritevoli. Si sono trovati e si sono detti: "Questi prof quando sono fuori dalla scuola parlano sempre della scuola e ammorbano Paolo Nori e anche il prossimo. Rimediamo: riempiamoli di momenti vuoti e inutili a scuola, così parlano di scuola a scuola e poi una volta fuori non importunano più il prossimo". 

Così è stato.

Ma non ha funzionato.

Anzi, i professori escono da scuola e parlano e pensano alla scuola sempre di più, anche di notte, mentre dormono, e, se sonnambulano, sonnambulano parlando di scuola e mimando azioni scolastiche, 
tipo liti ai collegi docenti, 
tipo ore buca trascorse seduti su un gradino fuori dalla scuola, pur di non stare a scuola a parlare di scuola, parlando di scuola con altri prof che stanno fuori seduti su un gradino, pur di non stare a scuola a parlare di scuola. 

E se un professore ha altre mille cose di cui parlare, altri diecimila interessi, altri dodici lavori, non importa, perché sarà sempre di scuola che finirà per parlare, 
se ha consapevolezza, ammorbando sé stesso e gli altri,
se non ha consapevolezza, ammorbando solo gli altri. 

Qual è il succo di questo post? Il succo è che il MIM, seppur pieno di persone meritevolissime, ha sbagliato qualcosa, e quindi, in pieno stile leopardiano, lo dirà,

sabato 20 dicembre 2025

Everybody needs somebody to love

 

Al parco Michelotti a Torino c'è un'opera che pare sia d'arte, e pare rientri nell'iniziativa "Luci d'artista", ma va bene anche di giorno senza luci.  
Passandoci davanti, notte o giorno che sia, ci si imbatte, tra le altre scritte, anche in quella che dice: "EVERYBODY NEEDS SOMEBODY TO LOVE", frase già sentita, niente di nuovo. Ma capita che le frasi si sentano e non si capiscano davvero, o si capiscano solo in parte, e poi, quanto le leggi o senti dire la millesima volta, taaac, ti viene un'intuizione che ti fa scoprire una nuova sfaccettatura. 

E quindi, uno che si trova lì davanti e legge la frase per la millesima volta, potrebbe dire: "Perbacco, non mi ero mai accorto che qui non ti si dice TUTTI HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LI AMI", ma "TUTTI HANNO BISOGNO DI QUALCUNO DA AMARE". Il che è ben, ben, ben diverso. 

Diciamo che spesso nella vita uno è abituato a cercare qualcuno che lo ami, più che qualcuno da amare. Insomma, si dà molta importanza alla reciprocità, tanto che ci si concentra più su quello che provano gli altri per noi che su quello che proviamo noi per gli altri. Il che è molto difficile da verificare, perché non è che si capisca cosa passa nella mente e nel cuore degli altri, già è difficile capire quello che passa nei propri. 
Uno che ti ama potrebbe manifestarlo in un sacco di modi diversi, che tu potresti non capire nonostante autentici sforzi di empatia, che se ami qualcuno non sono nemmeno sforzi, ti vengono naturali. Ma ti viene anche naturale arrovellarti proprio sulla veridicità o natura di quell'amore altrui. I sintomi di amore possono essere molto diversi tra loro, figurarsi, siamo in un Paese con una varietà genetica pazzesca, con usanze diverse, poi se si guarda in Europa, anche se dovrebbe essere un'Unione, tenta di unire l'inconciliabile, un'accozzaglia di popoli talmente diversi tra loro che diventa impossibile, se si spazia nello spazio, capire se un europeo ci ama...un francese dimostrerà l'amore in modo diverso da un italiano e diverso da un inglese. Immaginatevi poi, spaziando ancora di più, Putin che vi ama, cosa che sembrerebbe succedere davvero in questo momento a Alina Kabaeva, che riceve manifestazioni d'amore consistenti nel relegare i figli in una residenza, che, seppur lussuosa, sa tanto di prigione. Pensate poi i sintomi di amore di uno come Trump. Un eschimese manifesterà il suo amore sfregando il suo naso moccoloso congelato contro il vostro naso moccoloso congelato, finché il calore umano scioglierà il gelo e i due muchi si fonderanno in un'orgia di scarichi nasali. 

Insomma, aver bisogno di qualcuno che ci ami è un gran casino, anche se molti ci perdono dietro la vita. 

Invece, aver bisogno di qualcuno da amare è molto meglio, se non ci si fissa in sta storia della reciprocità: uno, lo sai (forse); due, questo stato raro ti fa uscire dalla tua comfort zone, perché ti metti a fare cose che normalmente mai faresti, e le fai con una leggerezza che normalmente mai avresti, e ti distogli da tutte le preoccupazioni di routine, dal combattere le ingiustizie, dal lamentarti per il tuo lavoro. Ti viene quel PFM che ha lo stesso effetto di una sessione meditativa professionale continuativa. E lo scopo di innamorarsi non è essere ricambiati. No! E' lo stato di innamoramento, che poi chi se ne frega se dopo il "fall in love" c'è il precipitare in una voragine oscura, intanto hai avuto il tuo enorme benefit che ti ha schiodato dalla croce delle imposizioni sociali personali familiari a cui sei normalmente ancorato, anche se la croce è un po' fuori tema per il periodo natalizio. 

martedì 25 marzo 2025

ll libraio magico

C'era una volta una libreria, che poi ha chiuso. 
Nella libreria c'era un libraio, una persona gentile e amante dei libri a tuttotondo, che li ha ammucchiati tutti nei seminterrati della sua libreria chiusa, e quando andavi lì sotto ti sembrava di entrare in un altro mondo, a cui si accedeva seguendolo per ripide scale e porticine misteriose, fino ad accedere a mucchi di libri odorosi di tempo. 

Ecco, così me lo ricordo, questo libraio gentile che ti vendeva i libri a peso, ma ogni tanto uno lo valutava diversamente, perché era un'edizione rara, e lo sapeva a memoria, senza AI, senza PC, semplicemente lo sapeva perché quello era il suo regno ed accedervi era una magia. 

martedì 28 gennaio 2025

La S lunga e constrictor


C'era una volta un Carrefour medio grande, con un enorme piazzale davanti, quasi in centro a una città quasi grande. 
Ce n'era anche un altro medio piccolo non lontano, un Carrefour che sembrava una famiglia, dove non c'era granché da comprare ma ci andavi perché ci lavorava gente simpatica, e poi mettevano nei lineari la roba che scadeva dopo davanti e quella che scadeva prima dietro. Un sacco di fatica sprecata.
Un bel giorno il Carrefour medio piccolo ebbe sempre meno cose da comprare, poi i lineari diventarono vuoti come il frigo di un single e alla fine chiuse. 
Nell'edificio di quello grande ci fu per un sacco di tempo un gran cantiere. Alla fine del gran cantiere sorse una Esselunga mega gigante, di cui ho già parlato per la bella sensazione che mi genera entrare lì dentro. 
Il Carrefour medio-grande, però, ha resistito. Adesso sopravvive nelle spire del boa constrictor del colosso della GDA, che lo avviluppa proprio fisicamente.
Che poi, la Esselunga è italiana, il Carrefour francese: vediamo con le lunghe mani dell'influenza del pensiero trumpiano su quello meloniano cosa succederà. 

lunedì 27 gennaio 2025

L'incidente


Oggi ho assistito a un incidente. 
Non uno di quegli incidenti spettacolari, con lamiere che volano di qua e braccia che volano di là. Un incidente compito, raccolto, un graffietto di qua, un cofano un po' storto di là. Due automobili bianche in mezzo a un incrocio .Dalle due macchine bianche scendono due donne bianche. E lì, io, che sono ferma a un semaforo in bici, mi aspetto che si parlino, che si salutino, magari anche un po' scocciate, magari anche un po' sgarbatamente, ma no. 
Frugano in sincrono nella borsa. 
Estraggono in sincrono il cellulare.
Telefonano, guardando ognuna da una parte diversa. 

giovedì 31 ottobre 2024

Questione di etimologia

 Aveva ragione Moretti, le parole sono importanti. 
Molti dicono di no, che le parole sono solo una convenzione, che l'importante è la sostanza. 
La sostanza, però, a volte deriva anche dalle parole che si usano per definirla, e l'etimologia stessa racconta molto più di quello che si pensi. Ci condiziona senza che ce ne rendiamo davvero conto, un po' come fa l'inconscio rispetto al cosciente, che ci governa mentre pensiamo di essere noi a decidere tutto a livello consapevole. 

Facciamo un esempio: a scuola, una volta c'era il Preside, adesso c'è il Dirigente Scolastico. 

A fare un concorso da Preside andrebbero le stesse persone che vanno a farne uno da Dirigente Scolastico?

Sembra che, sostanzialmente, si tratti sempre di quel primo inter pares che coordina e organizza l'attività di un collegio di docenti, ma l'etimologia la dice molto lunga:
  • Preside, infatti, deriva dal latino praeses -ĭdis ‘chi siede avanti, chi presiede’, der. di praesidēre ‘presiedere’ •sec. XIV.
  • Dirigente, invece, deriva dal latino dirigĕre, der. di regĕre ‘guidare, reggere’, col pref. dis- 1 •prima metà sec. XIV.
In sintesi, l'etimologia dice che:
  • il Preside presiede,
  •  il Dirigente dirige. 

sabato 14 settembre 2024

Insegnare a vivere nella paura

Come tutti i settembri, possiamo assistere al rientro scolastico di bambini e adolescenti. 
In questo 2024, sarà la vecchiaia, sarà la diminuzione della tolleranza per il traffico legata agli strati di overdose che si assommano anno dopo anno vivendo in città, si ha l'impressione che le strade siano invase da automobili tetrizzate in un ingorgo di lamiere e CO2, con generosissima emissione di PM2,5 e PM10.
Non c'è dubbio che ci sia una correlazione tra scuola e traffico. Ma come, a scuola vanno quasi tutti minorenni e aumentano le automobili? Che mistero è? Non esistono i mezzi pubblici, le biciclette, i piedi? 
Ecco, esistono, ma solo per gli studenti delle superiori (non tutti). 
Quelli fino a 14 anni, cioè fino alla terza media, devono essere scortati dai genitori, dotati di carta d'identità depositata a inizio anno, non solo alle elementari, ma anche alle medie. 
L'ignaro adulto privo di figli, sconvolto da ciò, ma sentendolo dire da tutti i genitori, si stupisce e fa una ricerca su internet: trova questo e questo. Ecco, in realtà il problema non è tanto legato alla legge, quanto alla cagasottaggine della gente. La scuola si vuole tutelare e crea delle regole in più rispetto alla legge, i genitori hanno paura di essere snaturati e diventano sempre più schiavi di un sistema che, invece di creare cittadini, crea un branco di impauriti.   
Eliminare ogni rischio comporta però il rischio di perdere sé stessi, sia come genitori sia come bambini. 
Un bambino accompagnato fino a 14 anni a scuola, tra l'altro quasi sempre in macchina, con creazione di ingorghi devastanti, a 15 anni avrà paura di tutto e si sarà allenato a pensare che se è stato scortato fino a quell'età, là fuori debba esserci qualcosa di terribilmente minaccioso. 
Un genitore che accompagna sempre il figlio dappertutto fino ai 14 anni perderà un sacco del proprio tempo libero e correrà il rischio di sviluppare un attaccamento al pargolo difficilmente reversibile, con aleggiamento di una vaga sensazione di non avere più una vita da vivere senza i figli. 
Insomma, un popolo di persone che hanno paura di un sacco di cose è un popolo più manovrabile con strategie nemmeno troppo fini. 
Sarà più rischioso vivere nella paura e insegnare la paura o lasciare che i propri figli facciano qualcosa da soli, anche girare in città in autonomia per quei 200-1000 m che separano casa da scuola, magari evitando di sentirsi dei perfetti idioti e scoprendo l'adrenalina e la concentrazione che comporta fare qualcosa di responsabilizzante completamente in autonomia? 
E quale delle due scelte garantisce un maggior rendimento?
La risposta è scontata: a giudicare dalle strade ricoperte di automobili e SUV rigorosamente in moto davanti alle scuole, è sicuramente che sia meglio vivere nella paura e insegnarla.


giovedì 20 giugno 2024

Il non-latte al gusto di latte sugli scaffali corti della Esselunga

Uno si aggira per i lineari della Esselunga, che già di per loro sono minacciosi, e non si rende conto nemmeno del perché. Probabilmente perché la merce è tutta allineata in un modo completamente diverso rispetto a tutti gli altri supermercati. In quasi tutta la GDO, si vede un prodotto e gli altri esemplari sono incolonnati dietro al primo. In questo, invece, il lineare è poco profondo e molto largo, e i prodotti sono quasi tutti in vista, uno la replica dell'altro, come tanti gemelli omozigoti o cloni pronti ad avviluppare abbindolosamente il cliente che si aggira nei labirinti delle menti di chi ne ha concepito la disposizione. 

L'aggirarsi è legato alla ricerca del latte di avena, tanto apprezzato per il suo gusto di avena. 

Dato che in un supermercato come la Esselunga, con i lineari poco profondi, si creano dei percorsi lunghissimi, in cui si è bombardati non da tutta la gamma di prodotti, ma proprio da TUTTI i prodotti, in preda a un senso di vertigine da overdose commerciale, uno fatica tantissimo a trovare i latti. Che poi sono solo di mucca. Quelli vegetali sono altrove, in un'altra sfilza di cloni. Nell'ipnotico peregrinare sotto gli effetti psichedelici del marketing, uno incappa in 45 esemplari, tutti ugualmente in vista, di questo:
In preda a un frustrato sconforto, gira la confezione e legge:
Nel delirium tremens da Esselunga, gli basta la scritta AVENA. Non può ricorrere a Yuka, perché ha in una mano il cestino e nell'altra il bombardatore con cui scannerizza comodamente la merce senza dover poi passare in cassa. 

Tornato a casa, apre la confezione, con le ghiandole salivari tutte festanti all'idea di gustare il sapore dell'avena. Ecco. No. Il sapore è uguale a quello del latte. Ma proprio uguale. E dire che a uno il latte non è mai piaciuto. Fosse intollerante, ok. Ma proprio a lui non piace il gusto del latte. 
Poi guarda meglio gli ingredienti:
Oltre all'avena, lì dentro c'è di tutto: anche la cicoria e i piselli. Pure i fosfati di potassio, pieni di fosforo, che se già c'è nei dentifrici c'è scritto di sputare bene tutto, perché se si assume in eccesso può compromettere la mineralizzazione delle ossa, danneggiare i reni, aumentare il rischio di malattie cardiovascolari e cancro al seno. Poi c'è un bell'aroma artificiale, probabilmente al gusto di latte. Tutte cose che nel latte vero e in quello normale di avena non ci sono.  
L'aspetto divertente è che c'è pure scritto "FONTE DI CALCIO", sia davanti, in grosso, sia dietro, in neretto (oltre che vitamina D2): c'è calcio in aggiunta, con dubbia utilità antagonista rispetto al fosfato, scritto tra gli ingredienti come se fosse innocuo: del resto, conta solo quello che è urlato e sbandierato. 

Insomma, per rendere latte simile al vero il latte finto, si mettono insieme un sacco di schifezze.

Uno, amareggiato, beve lo stesso il non-latte al gusto di latte, che si deposita come un mattone sul suo stomaco: non è intollerante al lattosio. Lo è alla stupidità.

venerdì 10 maggio 2024

Vecchi stronzi

I vecchi, perché così vanno chiamati, sia per evitare facili ipocrisie, sia per significato etimologico, si lamentano sempre dei giovani, della degenerazione della loro generazione. Loro sì, che sono cresciuti con sani principi, i giovani no. 

Leopardi, da canto suo, diceva che la misantropia si prova solo quando si vive in mezzo agli esseri umani, mentre un eremita, che non ne vede mai, difficilmente può essere misantropo. 
Ecco, io credo che si potrebbe pensare che la sua osservazione possa essere traslata parlando di misefebia e misgerontitudine (scusate i termini coniati sul momento). 
Ma invece no.
Una persona a caso, ad esempio un prof, abituato a stare sempre in mezzo ai giovani,  se si sposta in città e incontra dei vecchi, che frequenta poco, difficilmente li apprezzerà.
Non è sicuramente il caso di generalizzare, ma è statisticamente rilevante il loro comportamento indisponente e di intolleranza e supponenza a volte apocalittiche. 

Un esempio per tutti: il vecchio che attraversa la strada.

Arrivi e hai il semaforo verde, il vecchio che deve attraversare la strada ha il rosso. Attraversa lo stesso. Se non ti fermi ti dà una bastonata sul cofano, o addosso se sei in bici. E ti insulta, perché lui è anziano saggio e degno di rispetto.

Arrivi e hai il semaforo rosso, il vecchio che deve attraversare la strada ha il verde. 
Se non ti fermi sei un assassino di vecchi, il che potrebbe anche avere qualche giustificazione di riequilibrio dell'età media mondiale e anche della saccenza e presunzione altrui. Ma non puoi. Riequilibrare così, non puoi. Non sta a te decidere degli equilibri del globo. 
Se ti fermi e lo fai passare, la strada è deserta, e, quando lui è già a 100 m, passi con il rosso (fatti tuoi se poi ti prendi una multa), lui rotea il bastone per aria e grida: "Non devi passare con il rosso!", aggiungendo una serie di parolacce e bestemmie che un giovane non direbbe, ma tanto il vecchio ormai ha raggiunto la soglia del menefreghismo totale per il giudizio degli altri, tutto concentrato su quello divino che lo attende a poca distanza. Forse. E qui uno pensa spontaneamente: "Ma cantieri non ce ne sono abbastanza, che viviamo in una città colabrodo piena di allettantissimi cartelli e recinzioni drappeggiati di rosso e bianco?"

Insomma, il vecchio qualsiasi cosa faccia, ha sempre ragione. Se tu fai qualcosa che non corrisponde al suo sistema di valori, ti insulta. Anche se non gli arrechi alcun danno. 

Il giovane, invece, tollera. 

Prova a contare quanti vecchi ti insultano al semaforo e quanti giovani lo fanno.
Che dici? Il giovane sfreccia in monopattino lo insulti tu?
E' perché sei vecchio. 

mercoledì 13 marzo 2024

Della negligenza

A volte un battito d'ali di un negligente (per non usare altri appellativi) in cortile causa un tornado nello stesso cortile e dintorni. Senza stare ad andare dall'altra parte del mondo.
In città, si sa, si parcheggio difficilmente. Proprio per questo, esistono i garage, cari come alloggi interi in altre località. Uno si compra un garage in città, aprendo il mutuo che a Bombonina un altro apre per una casa di 100 mq.  
Fortunatamente, però, elimina i tempi di parcheggio.

Si dà il caso che la persona ecologica eviti di usare troppo l'automobile, lasciandola come un pupazzo di pezza di quando era piccola a giacere in quel carissimo garage, e spostandosi sempre in bici o a piedi.

Arriva però il giorno in cui ha la bronchite, deve andare a 15 km da casa, ha un appuntamento importante e improrogabile, si è slogato anche una caviglia. Tutto insieme. Si tratta di ipotesi irreali, esempi tratti da un mondo inventato, un mondo tipo Alice nel Paese delle merdaviglie. 

Ecco, in quel giorno, uno scende in garage con l'anticipo doveroso per gli appuntamenti importanti (un'ora per un tragitto da mezz'ora, quindi un'ora e mezza prima) e trova a un metro e mezzo dalla porta un furgone gigantesco. Parcheggiato. Forse c'era già da tempo, ma piedi e bici non necessitano di attenzione per particolari remoti e insignificanti. 
Ovviamente, sul furgone, nessun segno di minima civiltà, nemmeno un bigliettino con un numero di telefono.
Il malcapitato, zoppicando e scatarrando, cerca con mille manovre di estrarre il mezzo, ma, come dice il nome stesso, esce solo per metà dal garage prima di incappare nella fiancata del furgone. Capito che non c'è possibilità, si mette suonare il clacson, poi a girare, sempre zoppicando, per tutti i 145 appartamenti del supercondominio a cui afferisce il cortile. 
Dopo 50 minuti, trova l'operaio in questione in un alloggio dell'ottavo piano dell'ultimo immobile. Perso leggermente l'aplomb, l'ecologista è sempre meno dedito all'equilibrio dell'Universo perché si sta squilibrando qualcosa in lui, soprattutto mentre l'operaio, serafico, ribatte: "Beh, se non c'è parcheggio per strada, io metto il furgone in cortile. Siete voi che avete un cortile mal fatto, senza parcheggi per gli operai, e pieno di box. Tutti mi sgridano, quindi non lascio certo il mio numero di telefono perché se no la gente non mi lascia lavorare e mi fa spostare il furgone di continuo". La logica dell'operaio non fa una grinza nella sua testa: è difficile che 2 neuroni possano aggrumarsi. 
Estratta l'automobile dal garage dopo un'ora e quindici, uno si accorge che mancano ormai 15 minuti all'appuntamento a 15 km di attraversamento di tutta la città di distanza. 
Parte dimentico dei limiti di velocità, comunque dettati dal traffico cittadino delle 10 del mattino. Cosa ci farà, poi, tutta sta gente in macchina alle 10 del mattino, non è dato sapere. 
Dopo 20 minuti, il traffico si dirada e il guidatore, diventato seminevrotico, ancora ben lungi dalla meta ma già in ritardo, decide di fare una performance da need for speed in un sottopasso. Ecco, all'uscita del sottopasso proprio non ci riesce, a sorridere all'obiettivo della macchina fotografica impugnata dal vigile con tanto di giubbottino giallo. 
Controlla il tachimetro: intorno ai100 all'ora. Il limite è di 50.
Arriva ovviamente in ritardo all'appuntamento. 

Passano i giorni, e l'operaio continua a parcheggiare. 
La persona civica gli propone uno scambio di numeri di telefono, per potersi conciliare in modo da usare entrambi il cortile. "No, poi mi rompe le balle come gli altri". I due neuroni continuano a elaborare delicate strategie di convivenza civile.  

Arriva la notifica giudiziaria, in 4 esemplari, da ritirare in 4 luoghi remoti della città. Quando il proprietario del garage scopre di aver preso 2.700 € di multa e di non avere più la patente per i prossimi tre mesi, si apposta in cortile aspettando l'avvento dell'operaio. Il serafico omino, ascoltato il racconto, ribatte: "E va beh, è successo anche a me: paga 1.000 € in più e la patente non gliela tolgono". 

Ecco, ora vi confesso che questa è una storia poco verosimile, ma vera.

Perchè il Paese delle merdaviglie esiste davvero: si chiama Italia. 

sabato 2 marzo 2024

Buon non-compleanno

Oggi il mio blog non compie gli anni, perché li aveva già compiuti martedì 27 febbraio, ed erano 17, e infatti sto numero portasfiga, nell'anno bisesto anno funesto, si è dato da fare.

Poi festeggiare il compleanno è demodé, soprattutto quando di anno in anno si diventa sempre meno prestanti, più anziani, più acciaccati (non lui, chi ci scrive).

Aspettiamo il prossimo anno, l'anno della matura età, anche se non della maturità, almeno per il blog (per me probabilmente sì, come quasi tutti). 




giovedì 28 dicembre 2023

Self-wish man

E niente, siamo sotto periodo di Feste, c'è gente con il cappello da Babbo Natale ovunque, addobbi dappertutto, balconi pieni di luci che manco Bollywood, renne, strenne in ogni dove, la gente ha panettoni che le escono da ogni orifizio, nell'aere si diffondono canzoni natalizie, ci sono film e cartoni di Natale dappertutto, che non si sa più dove trovare un film decente in un cinema, traffico da Feste micidiale che anche in bici ti incagli nei tubi di scappamento, insomma, una serie di festose meraviglie.

Vado in tabaccheria a comprare non so più cosa, ma ovviamente non lo trovo, ed è già tanto se trovo la tabaccheria, perché i tre quarti dei negozi sono chiusi. 

Il tabaccaio mi dice: "Mi spiace, non lo abbiamo, è un periodo così. Abbiamo poco". In effetti sembra che lo abbiano saccheggiato, a momenti non ci sono più nemmeno le sigarette.

Mentre esco aggiunge: "Tanti auguri di buone Feste eh! Anche a te! Ciao!"

Self-wish man.

venerdì 15 dicembre 2023

Taboo procreativo

Oggi ho deciso di fare un post su qualcosa di impopolare, ma così impopolare che forse sarebbe meno impopolare scrivere contenuti altamente e deviatamente pornografici. Del resto, anche la pornografia conduce a un atto finalizzato all'esatto opposto di ciò di cui voglio parlare: le persone che non vogliono avere figli. 
Non quelle che non possono: quelle che non vogliono. 
Se vogliamo essere più impopolari, diciamolo: le donne che non vogliono avere figli.

Le donne, negli ultimi anni si sono, almeno apparentemente, liberate da molti fardelli legati al patriarcato, termine che ultimamente riempie le bocche di tutti, quindi lo metto anche io in questo post, così divento mainstream, magari qualcuno finisce qui per caso, e i miei lettori si potrebbero contare sulle dita di più di una mano. 
A parte la sottile scaltrezza sociale di far passare il messaggio che essere libere voglia dire lavorare, in modo che adesso in una famiglia con due adulti si lavori in due percependo meno dello stipendio di quando si lavorava in uno, la donna è sicuramente più emancipata di prima. Ma continua a essere ritenuta per la maggior parte dell'umanità come colei che ha il potere di portare in grembo un bambino, e poi spararlo nel mondo già bell'e che fatto, un po' piccolo ma generalmente accessoriato di tutto e pronto a crescere. 
Chi più ne spara al mondo, più appare altruista. Chi sacrifica la propria vita per i figli è eroico, uomo o donna che sia. Un uomo che non vuole figli è egoista, una donna che non ne vuole è quasi inconcepibile. 

E' vero, può essere egoista aver voglia di dedicarsi a se stessi, di non passare almeno 5-6 anni della propria vita dietro a mini-umani contenenti parti del proprio DNA che possono essere simpatici, ok, ma sono poco autosufficienti e che, ultimamente, la società stessa costringe a crescere nel culto della paura, come se fossero deficienti completi. In più i piccoli umani sono vulnerabili alle malattie, spesso puzzolenti, da piccolissimi non dormono, non parlano, piangono e strepitano, insomma sono quasi sempre una fatica atroce. Ma, lo dicono tutti, "ti ripagano", "sono una gioia immensa", "sono la cosa più bella della vita". 
E infatti la popolazione  mondiale cresce così tanto che tra un po' non ci staremo più tutti. Siamo circa 8 miliardi nel mondo, nel 2023: se i bambini sono così meravigliosi, perché dovrebbe essere egoista non farne? Si lascia un po' più di spazio agli altri che già ci sono, e mi pare non se la passino tutti così bene, a spartirsi questa Terra.
 
Se si evita scientemente di dare vita a un altro individuo che possa decidere liberamente del suo destino nel migliore dei casi, che rischi di essere considerato una proprietà dei procreatori stessi nel peggiore, non si è dei mostri.

Qualcuno inizia a parlarne, tipo qui e, l'anno scorso proprio in questo periodo, qui
Non un film presente nelle multisala, non un libro campione di incassi i cui autori diventeranno ricchi.
Ma da qualche parte si deve pur partire.