C’è una cosa strana che è successa in autunno, e, ancora un pochino, succede tuttora, ma meno, perché è già meno di tendenza.
In Italia, negli ultimi dieci anni, gli indigenti sono aumentati del 43%. Il tasso di occupazione è 9 punti sotto la media europea. In Ucraina, dall’inizio della guerra, quasi due milioni di vittime. A Gaza, dal 7 ottobre 2023, oltre 72.000 vittime.
Eppure, quando si parla di cose che ci toccano da vicino, la reazione è sempre la stessa: non vedo, non sento, non parlo. Mi chiudo nella mia bolla e cerco a tutti i costi di costruirmi una serenità sintetica.
Poi però, ecco lo SCIOPERO per Gaza. A ottobre. E lì, improvvisamente, due milioni in piazza. Categorie che SCIOPERANO per Gaza.
Scioperano.
E allora mi viene in mente l’etimologia: ex‑operare, uscire dal lavoro. Uno strumento nato per difendere chi lavora, non per fare beneficenza geopolitica tra l'altro sgangherata, perché i soldi li trattiene il datore di lavoro, mica vanno a Gaza.
Perché quando le condizioni di lavoro peggiorano a vista d'occhio con leggi assurde, carichi disumani, sprechi, interpretazioni creative della normativa, la filosofia del “lavora di più così sembri produttivo e chi se ne frega se non ti rimane più il tempo per vivere” — la maggior parte si piega e krumirizza con una naturalezza che di naturale non ha proprio nulla.
Poi però si sciopera, perdendo soldi veri, per una causa che non ha nulla a che vedere con il proprio lavoro.
Ma perché non MANIFESTARE (parola derivante dal latino manifestare, a sua volta derivato da manifestus, cioè "manifesto", "evidente"), invece che SCIOPERARE?
E in più: se si vuole manifestare per le vittime, perché non anche per quelle dell’Ucraina?
Perché non per tutte le vittime delle 32 guerre e 22 crisi attive nel mondo a inizio 2026?
Il marketing, quando funziona, è micidiale: ti fa credere di sapere quello che fai, invece è solo lui che sa quello che ti fa fare.
Basta un attimo.
Ti distrai, ti giri, guardi altrove.
E zacchete.
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