Al Valentino una volta, prima dell'ultima inondazione, c'era sto barcone di cui ho parlato, un barcone ancorato su cui si facevano feste e che aveva una scritta appesa, "Buona giornata anche a te".
Ogni volta che c'era un'inondazione veniva risistemato.
Dopo l'ultima, invece, non più.
Semplicemente, al posto suo c'è il Po come in qualsiasi altro punto.
Adesso si passa da lì e a malapena ci si ricorda che c'era il barcone.
Ma quando lo si ricorda, allora viene in mente il "Buona giornata", e ci si dice da soli "Buona giornata", come quando ce lo diceva il barcone, e si rimane contenti uguale.
A volte ci si concede licenza poetica e ci si dice anche, a seconda del momento in cui vi si passa, "Buon pomeriggio", o "Buona serata", e via ad essere tutti contenti.
Poi si pensa che c'era tanta gente che passava di lì e leggeva, e allora si inizia a dire agli altri buona giornata, o buon qualcosa, magari anche non proprio in quel punto, magari non proprio in quel momento.
Ma lo si fa.
E tutti rimangono più contenti,
anche se il barcone non c'è più.
lunedì 11 febbraio 2019
mercoledì 6 febbraio 2019
Collimazioni rare, quasi nulle
Nella vita le cose raramente collimano.
Ma vedere che nemmeno i due libri di Francesco Piccolo, "Momenti di trascurabile felicità"e "Momenti di trascurabile infelicità" collimano, manco nella libreria, non so se sia un momento di trascurabile felicità o un momento di trascurabile infelicità.
Ma vedere che nemmeno i due libri di Francesco Piccolo, "Momenti di trascurabile felicità"e "Momenti di trascurabile infelicità" collimano, manco nella libreria, non so se sia un momento di trascurabile felicità o un momento di trascurabile infelicità.
lunedì 4 febbraio 2019
Perché sono qui oggi? Beh.
Ero lì che correvo davanti a un parco recintato, e con la coda dell'occhio ho visto un tizio che si stava facendo un video-selfie con il cellulare, e diceva: "Perché sono qui oggi? Beh".
E interrompeva.
Poi riprendeva e ridiceva: "Perché sono qui oggi? Beh".
E di nuovo interrompeva.
Siccome quando uno corre passa veloce, sono passata veloce ed ero già quasi oltre, con una tentazione micidiale di fermarmi e dirgli: "Perché sei qui oggi?", ma sembrava brutto, perché in questa società virtual-social, uno sconosciuto che ti parla per strada sembra un pazzo, poi così, senza un perché. Insomma, il perché ci sarebbe anche stato, era sapere perché il tizio fosse lì quel giorno.
Ma allora tanto valeva chiederlo a tutti, anche alle vecchiette che si sistemano sempre sul cavalcavia nebulizzato di polvere di ferro originata dallo stridore di ruote di treni e rotaie, a due metri da macchine incolonnate ferme a motore acceso: ci sarei passata dopo poco,e le avrei viste lì, con tanto di paraocchi per prendere il sole e giornali da leggere (non si sa come, con il paraocchi), come se stessero in spiaggia ad agosto mentre invece sono in un posto trafficatissimo inquinatissimo grigissimo in mezzo a Torino.
E allora non ho chiesto a nessuno perché fosse lì quel giorno.
Poi sono tornata a casa e mi sono pentita amaramente.
Ché ho passato il resto del tempo a chiedermi cosa facesse lì quel tizio quel giorno.
Alle vecchiette, invece, potevo sempre chiedere un'altra volta.
E interrompeva.
Poi riprendeva e ridiceva: "Perché sono qui oggi? Beh".
E di nuovo interrompeva.
Siccome quando uno corre passa veloce, sono passata veloce ed ero già quasi oltre, con una tentazione micidiale di fermarmi e dirgli: "Perché sei qui oggi?", ma sembrava brutto, perché in questa società virtual-social, uno sconosciuto che ti parla per strada sembra un pazzo, poi così, senza un perché. Insomma, il perché ci sarebbe anche stato, era sapere perché il tizio fosse lì quel giorno.
Ma allora tanto valeva chiederlo a tutti, anche alle vecchiette che si sistemano sempre sul cavalcavia nebulizzato di polvere di ferro originata dallo stridore di ruote di treni e rotaie, a due metri da macchine incolonnate ferme a motore acceso: ci sarei passata dopo poco,e le avrei viste lì, con tanto di paraocchi per prendere il sole e giornali da leggere (non si sa come, con il paraocchi), come se stessero in spiaggia ad agosto mentre invece sono in un posto trafficatissimo inquinatissimo grigissimo in mezzo a Torino.
E allora non ho chiesto a nessuno perché fosse lì quel giorno.
Poi sono tornata a casa e mi sono pentita amaramente.
Ché ho passato il resto del tempo a chiedermi cosa facesse lì quel tizio quel giorno.
Alle vecchiette, invece, potevo sempre chiedere un'altra volta.
giovedì 31 gennaio 2019
To fall
Sei in ambiente lavorativo che cazzeggi alla grande, in una pausa, e ti si avvicina una delle innumerevoli colleghe, una donna simpatica sulla cinquantina.
Non si sa come, né perché, vi mettete a parlare di cadute rovinose.
Lei inizia a raccontarti di quando, a 15 anni, d'estate, scendeva dal paesino in motorino perché aveva tutto un gruppo di amici con cui si vedevano, e in questo gruppo d'amici c'era anche il suo fidanzatino dell'epoca, e quindi, anche se odiava il motorino, lo usava tutti i giorni.
E tu immagini questo clima bucolico-campestre estivo, con il paesello sulla collinetta, e non sei più al lavoro ma lì, che sorvoli un paesaggio creato da te su suggestione altrui.
E vedi la collega giovane e spensierata, che si veste tutta perché ha freddo, non mette il casco perché ancora non è obbligatorio, e, tutta intirizzita, animata dall'adrenalina di vedere questo fidanzatino, si precipita sulle stradine terrose, si capotta in un campo di stoppe di meliga, che fanno ben male, tutte così puntute. Poi si alza, vede che nonostante tutto è solo bozzoluta pallida e tremolante ma non si è fatta nulla di definitivo, prende il motorino tutto scassato, e si avvia verso il fidanzatino perdendo pezzi per strada.
E in tutti questi discorsi e profusione di immaginazione idilliaca, ti sorge una domanda assurda:
"Ma il fidanzatino di allora è il marito con cui hai avuto una profusione di figli che ormai sono già all'Università?"
Ti dici che la domanda è assurda, che non può essere un idillio tale.
E poi lei ti dice "E ancora adesso lo racconto ai miei figli, che mi sono capottata in motorino in un campo di stoppe mentre mi precipitavo dal loro papà".
E allora realizzi che è davvero un idillio tale.
E che sì, si può.
Non si sa come, né perché, vi mettete a parlare di cadute rovinose.
Lei inizia a raccontarti di quando, a 15 anni, d'estate, scendeva dal paesino in motorino perché aveva tutto un gruppo di amici con cui si vedevano, e in questo gruppo d'amici c'era anche il suo fidanzatino dell'epoca, e quindi, anche se odiava il motorino, lo usava tutti i giorni.
E tu immagini questo clima bucolico-campestre estivo, con il paesello sulla collinetta, e non sei più al lavoro ma lì, che sorvoli un paesaggio creato da te su suggestione altrui.
E vedi la collega giovane e spensierata, che si veste tutta perché ha freddo, non mette il casco perché ancora non è obbligatorio, e, tutta intirizzita, animata dall'adrenalina di vedere questo fidanzatino, si precipita sulle stradine terrose, si capotta in un campo di stoppe di meliga, che fanno ben male, tutte così puntute. Poi si alza, vede che nonostante tutto è solo bozzoluta pallida e tremolante ma non si è fatta nulla di definitivo, prende il motorino tutto scassato, e si avvia verso il fidanzatino perdendo pezzi per strada.
E in tutti questi discorsi e profusione di immaginazione idilliaca, ti sorge una domanda assurda:
"Ma il fidanzatino di allora è il marito con cui hai avuto una profusione di figli che ormai sono già all'Università?"
Ti dici che la domanda è assurda, che non può essere un idillio tale.
E poi lei ti dice "E ancora adesso lo racconto ai miei figli, che mi sono capottata in motorino in un campo di stoppe mentre mi precipitavo dal loro papà".
E allora realizzi che è davvero un idillio tale.
E che sì, si può.
lunedì 28 gennaio 2019
Citazioni ricorrenti e di rara plasmabilità
C'è un mio amico con cui una volta ci si vedeva praticamente di continuo.
Quando cenava con la sua famiglia, io ero lì che cenavo con la sua famiglia.
Quando stappava il cancarone, io ero lì a bere il cancarone.
Quando andava a correre, io ero lì che andavo a correre.
Quando dormiva davanti alla tv microscopica con il cranio appoggiato al muro, io ero lì davanti alla tv con la sua famiglia.
Quando faceva i lavoretti di decoupage per l'anniversario di matrimonio, io ero lì che facevo i lavoretti di decoupage per la moglie, mia amica a sua volta.
Questo, per dire che ci si vedeva abbastanza.
E ogni volta che ci si vedeva, lui, sempre creando occasioni pertinenti per contestualizzarla, diceva questa frase:
"La coerenza portata all'eccesso è la peggior forma di incoerenza. Oscar Wilde".
Sì, la firmava pure, a voce. Anche quando dormiva davanti alla tv, aveva le antenne dritte, ad ascoltare il programma di attualità, o il film, per poterci infilare la citazione.
Da sonnambulo.
Io, poi, a pensarci bene, non ero proprio sicura che fosse sta gran frase.
Poi, l'altro giorno mi sono accorta che, in realtà, la frase vale per tutto, portato all'eccesso.
Insomma, gli eccessi si doppiano talmente che vanno a coincidere.
Tutti.
Pensateci.
Un esempio:
L'altruismo portato all'eccesso è la peggior forma di egoismo.
Ma certo, se voglio essere super presente per qualcuno, per forza non lo sarò per nulla con qualcun altro. E così, la gente che mi guarda potrà trovarmi super egoista o super altruista. E io sono entrambe le cose, eccessivamente. Quindi, alla fin fine, si può essere solo moderatamente altruisti e moderatamente egoisti. Ma anche questo soddisferebbe poche persone, che andrebbero a dire "Quello è un tipo abbastanza egoista", o "Quel tipo non è poi così altruista".
Altro esempio:
Il rimorso portato all'eccesso è la peggior forma di rimpianto.
Ma di questo ho già parlato.
Le belle notizie sono tante:
Quando cenava con la sua famiglia, io ero lì che cenavo con la sua famiglia.
Quando stappava il cancarone, io ero lì a bere il cancarone.
Quando andava a correre, io ero lì che andavo a correre.
Quando dormiva davanti alla tv microscopica con il cranio appoggiato al muro, io ero lì davanti alla tv con la sua famiglia.
Quando faceva i lavoretti di decoupage per l'anniversario di matrimonio, io ero lì che facevo i lavoretti di decoupage per la moglie, mia amica a sua volta.
Questo, per dire che ci si vedeva abbastanza.
E ogni volta che ci si vedeva, lui, sempre creando occasioni pertinenti per contestualizzarla, diceva questa frase:
"La coerenza portata all'eccesso è la peggior forma di incoerenza. Oscar Wilde".
Sì, la firmava pure, a voce. Anche quando dormiva davanti alla tv, aveva le antenne dritte, ad ascoltare il programma di attualità, o il film, per poterci infilare la citazione.
Da sonnambulo.
Io, poi, a pensarci bene, non ero proprio sicura che fosse sta gran frase.
Poi, l'altro giorno mi sono accorta che, in realtà, la frase vale per tutto, portato all'eccesso.
Insomma, gli eccessi si doppiano talmente che vanno a coincidere.
Tutti.
Pensateci.
Un esempio:
L'altruismo portato all'eccesso è la peggior forma di egoismo.
Ma certo, se voglio essere super presente per qualcuno, per forza non lo sarò per nulla con qualcun altro. E così, la gente che mi guarda potrà trovarmi super egoista o super altruista. E io sono entrambe le cose, eccessivamente. Quindi, alla fin fine, si può essere solo moderatamente altruisti e moderatamente egoisti. Ma anche questo soddisferebbe poche persone, che andrebbero a dire "Quello è un tipo abbastanza egoista", o "Quel tipo non è poi così altruista".
Altro esempio:
Il rimorso portato all'eccesso è la peggior forma di rimpianto.
Ma di questo ho già parlato.
Le belle notizie sono tante:
- Si può essere estremamente qualcosa e anche estremamente il contrario di questo qualcosa, quindi nessuno può accusarci di essere estremamente qualcosa senza implicare che siamo anche estremamente qualcos'altro, ragion per cui possiamo starcene in pace a sentire i giudizi degli altri su di noi e a dirci che tutto sommato non hanno centrato del tutto l'accusa.
- Anche se si è nel mezzo tra un estremo e l'altro, avranno qualcosa da ridire. Pure questo riconduce alla pace.
Il succo di quello che diceva il mio amico di continuo e Wilde forse una volta sola era:
Statevene in santa pace e siate un po' come vi viene.
sabato 26 gennaio 2019
Una madre meravigliosa
Ero in una specie di centro anziani che mangiavo un tiramisù e bevevo una Sprite in mezzo a un sacco di anziani odorosi di anzianità, assorti nel gioco delle carte, seduti a tavolini con le tovaglie di velluto verdi.
Ad un certo punto, un anziano meno anziano degli altri si è alzato in piedi. Ho notato i jeans con una stellina sul culo a indicare che era ggiovane, mentre tutti gli altri avevano i pantaloni di lana con le pince o di velluto.
Ha iniziato a declamare che sua madre è una grandissima donna, che gli è sempre stata vicina, e che quando morirà, lui spenderà buona parte dei suoi averi per comprarle la tomba che vuole, e che ogni giorno glielo dice, alla sua meravigliosa madre: "Pensa, mamma, alla tomba che vuoi. Sfoglia i cataloghi, non badare a spese, che io ti comprerò la tomba dei tuoi sogni, perché tu sei sempre stata tanto tanto brava con me".
Ho pensato che, ecco, non avrei voluto essere quella madre.
Ad un certo punto, un anziano meno anziano degli altri si è alzato in piedi. Ho notato i jeans con una stellina sul culo a indicare che era ggiovane, mentre tutti gli altri avevano i pantaloni di lana con le pince o di velluto.
Ha iniziato a declamare che sua madre è una grandissima donna, che gli è sempre stata vicina, e che quando morirà, lui spenderà buona parte dei suoi averi per comprarle la tomba che vuole, e che ogni giorno glielo dice, alla sua meravigliosa madre: "Pensa, mamma, alla tomba che vuoi. Sfoglia i cataloghi, non badare a spese, che io ti comprerò la tomba dei tuoi sogni, perché tu sei sempre stata tanto tanto brava con me".
Ho pensato che, ecco, non avrei voluto essere quella madre.
mercoledì 23 gennaio 2019
Caso umano
Ultimamente, non so bene perché, mi è capitato di sentire con altissima intensità il termine "caso umano".
Sarà una moda, sarò io che sono più attenta a questo vocabolo, ma prima lo sentivo assai di rado, forse mai, adesso tre o quattro volte al giorno.
La sonorità stessa del termine, in effetti, mi dà una fitta simile a quando hai i denti sensibili e di continuo ti arriva uno zefiro d'aria gelida sui denti perché è inverno, e, appunto, l'aria è gelida.
Infatti, di solito, l'accezione è negativa e soprattutto affrettata.
Lo sento sempre detto da persone che si riferiscono ad altri che o manco conoscono (e non vogliono certo conoscere) o conoscono da pochissimo (e non intendono approfondire).
Che poi, i termini in sé a me piacciono.
Caso è un avvenimento imprevisto, che mica vuol dire per forza brutto. Poi il caso è interessante perché non è prevedibile né premeditato. In più, se io penso alla parola "caso", per mia formazione, mi viene subito in mente il "caso aziendale", che era una delle cose più interessanti che abbia fatto all'università. Si guardavano accadimenti veri di un'azienda, si studiavano soluzioni. Era un momento creativo.
Umano è un aggettivo legato a noi come specie. Se poi ci si addentra nell'aspetto metaforico del termine, per umano di solito si intende ciò che ha calore, empatia, gentilezza, garbatezza. Insomma, cose belle.
Perché attaccando questi due termini si arriva a caso umano? A parte che non l'ho trovato in nessun dizionario (quindi deduco che sia stato coniato ultimamente), significherebbe "persona che suscita compassione o pietà", e a volte è usato in modo ironico, ma non troppo.
Ma a me piace pensare
che caso umano sia una persona sorprendente,
che la sorpresa possa essere bella oltre che brutta o anche media,
e che ognuno sia, quindi, a modo suo, prima o poi, un caso umano.
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