lunedì 14 ottobre 2019
Tu sei giudicante! (Vergogna!)
Dire a qualcuno "Tu sei giudicante" è un modo molto pittoresco per essere giudicanti.
E' un dire: ho letto un sacco di manuali di mutuo aiuto, libri di illuminati zen e cose del genere.
Vorrei seguire il loro insegnamento, ad esempio imparando a non giudicare nessuno. Non ne sono (ancora) capace, così guardo cosa sbagliano gli altri e li addito, giudicando la loro incapacità di non giudicare.
Da un lato "Tu sei giudicante" può essere quindi visto come un messaggio di fratellanza, del tipo "Siamo tutti e due giudicanti, vieni qui, amico e compagno di incapacità".
Ma in linea generale chi emette queste tre parole crede di non essere giudicante e di illuminare la via a esseri giudicanti che ancora non sono stati piazzati sulla via dell'illuminazione da manuali e libri vari.
Chi davvero non giudica non riterrà mai un altro giudicante.
Non gli verrà nemmeno in mente la frase, ché se gli venisse in mente, sarebbe giudicante in modo implicito.
E probabilmente non leggerà neppure i manuali, scritti da persone che giudicano il target editoriale (la più ampia fetta di clienti possibile) bisognosa del loro aiuto illuminato a non giudicare.
OSSERVAZIONE: se tu che leggi sei arrivato fino qui senza giudicare che il post è giudicante in quanto giudica giudicante chi giudica giudicante qualcuno, sei non giudicante. Altrimenti sei pure tu giudicante. Io, invece, sono giudicante al quadrato, scrivendo quanto ho appena scritto. Si genera così un serpentone di giudizi di giudizi di giudizi di giudizi eccetera eccetera che prima o poi strangolerà chi ci sta in mezzo, fino all'espressione dell'ultimo giudizio.
sabato 5 ottobre 2019
Il contemplato e l'inaccettabile
Il problema dei mezzi che si spostano inquinando l'aria è, oltre all'inquinamento dell'aria, il rombo.
Si sa che il rombo in sé, anche lui, è un tipo di inquinamento.
Se uno vive in città, non è che capisca tanto questo tipo di inquinamento, perché è un po' come uno che lavora in un immondezzaio, che è talmente immerso nella puzza da non sentirla più.
Per rendersi conto di quanto inquinamento acustico si crei non solo in città, ma proprio ovunque ci sia un mezzo inquinante, tanto più inquinante acusticamente quanto più inquina l'aria, potete cimentarvi in simpatiche verifiche:
Si sa che il rombo in sé, anche lui, è un tipo di inquinamento.
Se uno vive in città, non è che capisca tanto questo tipo di inquinamento, perché è un po' come uno che lavora in un immondezzaio, che è talmente immerso nella puzza da non sentirla più.
Per rendersi conto di quanto inquinamento acustico si crei non solo in città, ma proprio ovunque ci sia un mezzo inquinante, tanto più inquinante acusticamente quanto più inquina l'aria, potete cimentarvi in simpatiche verifiche:
- mettetevi su una bicicletta, piantatevi un audiolibro di Raiplay nelle orecchie. E' importante che sia di Raiplay in quanto la gratuità del servizio coincide con un volume massimo dell'audio compatibile con l'esperimento. Pedalate partendo da un punto relativamente silenzioso, tipo il cortile di casa vostra, per poi inoltrarvi in mezzo al traffico. Vi renderete conto che basta che passi qualsiasi macchina perché vi perdiate frasi intere. Per non parlare di autobus, camion, furgoni. Provate ad andare in campagna/collina/montagna, e aspettate che passi un'automobile o un trattore. Vi cancelleranno passaggi interi, destando in voi l'odio per i mezzi motorizzati.
- mettetevi a dormire in una casa nella strada sotto cui passa la notte il camion della monnezza. Se non avete il sonno pesante, vi sveglierete convinti di essere un Pinocchio 2.0 finito negli infernali ingranaggi di un'orca meccanica.
Il bello è che, perlomeno in città, il rumore è accettato di buon grado, come facente parte della normalità.
E' il silenzio quello che proprio non viene contemplato.
lunedì 30 settembre 2019
Passaggi
Ero in uno di quei ristoranti cinesi da cui esci con il portafoglio alleggerito di poco e il fegato appesantito di molto.
Davanti a me c'era un tavolo di ragazzi, e quei ragazzi erano l'evidente anello d'unione tra la bambinaggine e l'età adulta.
Alcuni erano completamente bambini, con la faccia da bambini, i corpi da bambini, le voci da bambini, e altri, invece, sembravano uomini e donne vissuti, almeno quarantenni, tutti tatuati, con le facce di quelli che ormai non si stupiscono più di nulla.
E invece erano una classe, tutti della stessa età.
I bambini, poi, manifestavano maldestri tentativi di camuffare la bambinosità in orecchini, abiti, modi di dire le cose e contenuti, ma niente, quella usciva fuori come se nulla fosse stato tentato.
E' proprio così, quando si è giovani si vuole sembrare vecchi,
quando si è vecchi si vuole sembrare giovani.
In più il passaggio tra "troppo giovane per..." a "troppo vecchio per..." è un istante.
Davanti a me c'era un tavolo di ragazzi, e quei ragazzi erano l'evidente anello d'unione tra la bambinaggine e l'età adulta.
Alcuni erano completamente bambini, con la faccia da bambini, i corpi da bambini, le voci da bambini, e altri, invece, sembravano uomini e donne vissuti, almeno quarantenni, tutti tatuati, con le facce di quelli che ormai non si stupiscono più di nulla.
E invece erano una classe, tutti della stessa età.
I bambini, poi, manifestavano maldestri tentativi di camuffare la bambinosità in orecchini, abiti, modi di dire le cose e contenuti, ma niente, quella usciva fuori come se nulla fosse stato tentato.
E' proprio così, quando si è giovani si vuole sembrare vecchi,
quando si è vecchi si vuole sembrare giovani.
In più il passaggio tra "troppo giovane per..." a "troppo vecchio per..." è un istante.
giovedì 26 settembre 2019
Magia selettiva
La memoria è qualcosa di magico.
Vedi qualcosa, conosci qualcuno, leggi qualcos'altro e zacchete, te lo ricordi, magari per il resto dei tuoi giorni.
Certo, se uno si ricordasse di tutto, impazzirebbe nel giro di qualche ora.
E così, la memoria è selettiva.
Del tipo che non ricordi cose che devi studiare, non ricordi cos'hai mangiato a pranzo, però ricordi quello che ha detto un tizio in treno alla vicina a proposito di un ristorante a Kuala Lumpur.
Del tipo che, a distanza di dodici anni, ricordo ancora che un collega ha disegnato un sole, una sega e una cosa che girava su un foglio e ha chiamato la creazione solesegagira, e ci avevo pure fatto un post, perché questo blog è vecchissimo.
Non ricordo i nomi dei miei alunni dell'anno scorso.
Non ricordo i nomi dei miei alunni italiani di quest'anno.
Ricordo perfettamente tutti i lunghissimi nomi di tutti gli alunni stranieri, contenenti y, k, h aspirate, assenza di vocali, cediglie, dieresi e chi più ne ha più ne metta.
Ricordo per filo e per segno tutto quello che tutti mi hanno detto sulla loro vita privata, anche solo una volta, anche quindici anni fa, ed è tutto catalogato per anno, stagione, spesso mese.
Non ricordo la mia vita privata.
Non so cosa ho mangiato a pranzo.
Non so chi sono.
Non so né dove né se avevo deciso di andare, tantomeno perché.
Insomma, la memoria è selettiva ed è un bene.
Ma non ho ancora capito come e perché selezioni, e soprattutto perché faccia tutto per i fatti suoi senza confrontarsi con il suo proprietario.
Vedi qualcosa, conosci qualcuno, leggi qualcos'altro e zacchete, te lo ricordi, magari per il resto dei tuoi giorni.
Certo, se uno si ricordasse di tutto, impazzirebbe nel giro di qualche ora.
E così, la memoria è selettiva.
Del tipo che non ricordi cose che devi studiare, non ricordi cos'hai mangiato a pranzo, però ricordi quello che ha detto un tizio in treno alla vicina a proposito di un ristorante a Kuala Lumpur.
Del tipo che, a distanza di dodici anni, ricordo ancora che un collega ha disegnato un sole, una sega e una cosa che girava su un foglio e ha chiamato la creazione solesegagira, e ci avevo pure fatto un post, perché questo blog è vecchissimo.
Non ricordo i nomi dei miei alunni dell'anno scorso.
Non ricordo i nomi dei miei alunni italiani di quest'anno.
Ricordo perfettamente tutti i lunghissimi nomi di tutti gli alunni stranieri, contenenti y, k, h aspirate, assenza di vocali, cediglie, dieresi e chi più ne ha più ne metta.
Ricordo per filo e per segno tutto quello che tutti mi hanno detto sulla loro vita privata, anche solo una volta, anche quindici anni fa, ed è tutto catalogato per anno, stagione, spesso mese.
Non ricordo la mia vita privata.
Non so cosa ho mangiato a pranzo.
Non so chi sono.
Non so né dove né se avevo deciso di andare, tantomeno perché.
Insomma, la memoria è selettiva ed è un bene.
Ma non ho ancora capito come e perché selezioni, e soprattutto perché faccia tutto per i fatti suoi senza confrontarsi con il suo proprietario.
sabato 21 settembre 2019
Solchi
Uno arriva a un certo punto che è già passato un po' da quando è nato e ci vuole ancora (presumibilmente) un altro po' prima che tiri le cuoia.
Glielo hanno detto, che nella vita BISOGNA fare delle cose: crescere, trovare un lavoro che sia possibilmente serio, non mollare il lavoro serio se non se ne si è trovato uno più serio, sposarsi, fare i figli, comprare la macchina, la casa, la seconda casa, e cose così, prima di morire.
Vede anche che a quanto pare il modello è apprezzato e seguito, perché quasi tutti intorno lo fanno.
Il fatto è che c'è la questione della sabbia.
La questione che più uno percorre un giro in modo ripetitivo, più si scava il solco.
E allora uno decide che quando vede che il solco è già lì che gli arriva alle ginocchia, fa un saltino e atterra di nuovo nella coltre di sabbia incontaminata.
Preserva la leggerezza.
Così continua a poter vedere il mare, il sole, le palme, i gabbiani.
Però ad un certo punto si accorge che non vede più gli altri.
Gli altri sono quasi tutti nei solchi, in bassissimo.
E così, anche se uno vuole vedere il mare, il sole, le palme, i gabbiani, essendo un umano e, per questo, non estraneo a qualsiasi cosa umana, sente il bisogno degli altri, ché l'uomo è un animale sociale.
Ma gli altri mica li vede, a parte quelli come lui che continuano a saltellare di solco leggero in solco leggero, e dopo un po' che gli si accompagnano in un solco vicino cambiano di nuovo per evitare di affossarsi, esattamente come fa lui.
Si incuriosisce, perché l'uomo è un animale curioso. E così vuole capire cosa fanno quelli là sotto, anche se non gli ispira il fatto che non vedano il mare, il sole, le palme, i gabbiani.
Si butta in uno dei tanti solchi profondissimi: il risultato è che, se non si spacca una gamba o la testa, magari atterrando di cranio sul cranio dello scavatore di solco, magari lo incontra, lo scavatore.
Immaginate ora come può essere uno che scava un solco da anni anni e anni e sta nel buio. Immaginate cosa e come possa vedere.
Immaginate come possa accogliere quello che gli precipita da su, tutto abbronzato, giovanile e vedente. Tra l'altro rimanendo accecato pure lui dall'oscurità.
Come minimo lo scavatore si infastidisce assai per la presenza nel SUO solco personale, e uno, appena precipitatosi, già inizia a pensare "ma che diavolo ho combinato?". Il fatto è che non può tornare su. Le pareti del solco sono altissime e liscissime.
Uno non può far altro che cercare una convivenza con qualcuno che lo vede come un pazzoide, nel suo spazio che tanto gli piaceva ed era definito completamente da lui, e che a sua volta ritiene un pazzoide.
Una convivenza forzata di persone che si ritengono reciprocamente pazzoidi o una solitudine rimbalzante con panorami deantropizzati, a tratti accompagnata da altri solitari rimbalzanti.
Queste sono le scelte se si vuole stare più tempo a godersi il mare, il sole, le palme, i gabbiani.
Se no ci si fa il solco subito, da bravi, e si risolve tutto.
Glielo hanno detto, che nella vita BISOGNA fare delle cose: crescere, trovare un lavoro che sia possibilmente serio, non mollare il lavoro serio se non se ne si è trovato uno più serio, sposarsi, fare i figli, comprare la macchina, la casa, la seconda casa, e cose così, prima di morire.
Vede anche che a quanto pare il modello è apprezzato e seguito, perché quasi tutti intorno lo fanno.
Il fatto è che c'è la questione della sabbia.
La questione che più uno percorre un giro in modo ripetitivo, più si scava il solco.
E allora uno decide che quando vede che il solco è già lì che gli arriva alle ginocchia, fa un saltino e atterra di nuovo nella coltre di sabbia incontaminata.
Preserva la leggerezza.
Così continua a poter vedere il mare, il sole, le palme, i gabbiani.
Però ad un certo punto si accorge che non vede più gli altri.
Gli altri sono quasi tutti nei solchi, in bassissimo.
E così, anche se uno vuole vedere il mare, il sole, le palme, i gabbiani, essendo un umano e, per questo, non estraneo a qualsiasi cosa umana, sente il bisogno degli altri, ché l'uomo è un animale sociale.
Ma gli altri mica li vede, a parte quelli come lui che continuano a saltellare di solco leggero in solco leggero, e dopo un po' che gli si accompagnano in un solco vicino cambiano di nuovo per evitare di affossarsi, esattamente come fa lui.
Si incuriosisce, perché l'uomo è un animale curioso. E così vuole capire cosa fanno quelli là sotto, anche se non gli ispira il fatto che non vedano il mare, il sole, le palme, i gabbiani.
Si butta in uno dei tanti solchi profondissimi: il risultato è che, se non si spacca una gamba o la testa, magari atterrando di cranio sul cranio dello scavatore di solco, magari lo incontra, lo scavatore.
Immaginate ora come può essere uno che scava un solco da anni anni e anni e sta nel buio. Immaginate cosa e come possa vedere.
Immaginate come possa accogliere quello che gli precipita da su, tutto abbronzato, giovanile e vedente. Tra l'altro rimanendo accecato pure lui dall'oscurità.
Come minimo lo scavatore si infastidisce assai per la presenza nel SUO solco personale, e uno, appena precipitatosi, già inizia a pensare "ma che diavolo ho combinato?". Il fatto è che non può tornare su. Le pareti del solco sono altissime e liscissime.
Uno non può far altro che cercare una convivenza con qualcuno che lo vede come un pazzoide, nel suo spazio che tanto gli piaceva ed era definito completamente da lui, e che a sua volta ritiene un pazzoide.
Una convivenza forzata di persone che si ritengono reciprocamente pazzoidi o una solitudine rimbalzante con panorami deantropizzati, a tratti accompagnata da altri solitari rimbalzanti.
Queste sono le scelte se si vuole stare più tempo a godersi il mare, il sole, le palme, i gabbiani.
Se no ci si fa il solco subito, da bravi, e si risolve tutto.
mercoledì 18 settembre 2019
giovedì 5 settembre 2019
La comodità più scomoda
Non c'è nulla di più scomodo che la comodità.
Avete presente quando vi affondate in una di quelle comodissime poltrone da cui uno non si alzerebbe più e vi dicono "Ehi, ci sarebbe da prendere questo, fare quell'altro, vedere una cosa bellissimachestaaccadendooraemaipiù?
Ecco, voi siete così comodi che vi fa davvero fatica alzarvi.
E che fate?
Non vi alzate.
O ci pensate talmente tanto che quando vi sarete alzati vi sarete già dimenticati il perché, la cosa da prendere sarà stata presa da altri, quella da fare fatta da altri, quella bellissima sarà già nella fase del mai più.
E così, quando si è scomodi si passa il tempo a escogitare metodi per diventare comodi: e ci si dà un sacco da fare per raggiungere questa famosa comodità.
Il lato che salva l'uomo - e lo condanna - è che la soddisfazione per i risultati è solitamente di brevissima durata, il che fa sì che la comodità di oggi diventi la scomodità di domani, e quindi si torni in una modalità di ricerca che tiene vispi.
Ma se uno raggiunge davvero la comodità che aveva cercato, ecco, si scopre scomodamente comodo.
Si scopre affondato nella poltrona che gli occulta la vista di tutto quello che c'è intorno.
Non si muove più.
Diventa grasso.
Il grasso gli pesa e lo fa stare male.
Ma proprio male, sempre più male.
Tanto che poi muore.
Ma comodamente.
Il che, a pensarci, non è da buttare via.
Avete presente quando vi affondate in una di quelle comodissime poltrone da cui uno non si alzerebbe più e vi dicono "Ehi, ci sarebbe da prendere questo, fare quell'altro, vedere una cosa bellissimachestaaccadendooraemaipiù?
Ecco, voi siete così comodi che vi fa davvero fatica alzarvi.
E che fate?
Non vi alzate.
O ci pensate talmente tanto che quando vi sarete alzati vi sarete già dimenticati il perché, la cosa da prendere sarà stata presa da altri, quella da fare fatta da altri, quella bellissima sarà già nella fase del mai più.
E così, quando si è scomodi si passa il tempo a escogitare metodi per diventare comodi: e ci si dà un sacco da fare per raggiungere questa famosa comodità.
Il lato che salva l'uomo - e lo condanna - è che la soddisfazione per i risultati è solitamente di brevissima durata, il che fa sì che la comodità di oggi diventi la scomodità di domani, e quindi si torni in una modalità di ricerca che tiene vispi.
Ma se uno raggiunge davvero la comodità che aveva cercato, ecco, si scopre scomodamente comodo.
Si scopre affondato nella poltrona che gli occulta la vista di tutto quello che c'è intorno.
Non si muove più.
Diventa grasso.
Il grasso gli pesa e lo fa stare male.
Ma proprio male, sempre più male.
Tanto che poi muore.
Ma comodamente.
Il che, a pensarci, non è da buttare via.
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