mercoledì 29 giugno 2016
Intelligenza commerciale: l'arte di vendere se stessi
C'è gente che basta che dica due parole e tutti credono che sia intelligente, altra che ne dice tre e passa immediatamente per mononeurone.
Ora, non è possibile che da due o tre verbalizzazioni sia veramente capibile l'intelligenza di qualcuno.
Già si tratta di un'entità astratta difficilmente inquadrabile, figurarsi se la gente, che notoriamente è un ammasso di individui variamente intelligenti, può valutare in un batter d'occhio la quantità di un'astrazione nella testa di qualcuno, considerando che già nella sua ci potrebbero essere notevoli carenze della suddetta.
Eppure è quasi innegabile che, se uno è ritenuto intelligente, lo è dai più, e viceversa, uno scemo è scemo per quasi tutti.
Certo, considerando che ognuno conosce sottoinsiemi di popolazione generalmente affine, magari uno scemo si circonda di scemi che lo trovano intelligente, come uno veramente intelligente potrebbe attorniarsi di gente veramente intelligente che lo reputa intelligente. Ma se uno scemo sta in mezzo a intelligentoni o un intelligentone s'immerge negli scemi per qualche imperscrutabile motivo, il risultato non cambierà: il gruppo lo riterrà mononeurone, sia nel primo, sia nel secondo caso.
O forse no.
Forse l'intelligente veramente intelligente mobiliterà la sua intelligenza commerciale. Del resto, lui possiede tutte le multiple intelligenze individuate da Gardner, inclusa questa, che lo studioso chiama intelligenza sociale.
La verità è che è l'unica riconosciuta a primo acchito: se ce l'hai sembri subito intelligente tout court; se non ce l'hai, puoi anche essere pieno di ogni altro tipo di intelligenza, ma diventi un esiliato.
Sarai uno di quelli che risolvono sudoku giganteschi sul tram appoggiando il giornale sul cranio del vecchio borbottante seduto vicino a te, solleticando con i bordi cartacei la nonnina accanto a lui,
sarai uno di quelli che pensano ai massimi sistemi mentre risolvono sudoku in tram e perdono la fermata, per poi accorgersene tardi e mettersi a correre sgomitando in mezzo alla gente,
sarai uno di quelli che, persi nei loro elucubrazioni umanistiche, o logico-matematiche, quando interpellati risponderanno sempre "eh?",
sarai uno di quelli che alle feste diventano tappezzeria guardandosi spaventati intorno finché non si astraggono in uno di quei pensieri coinvolgenti fino al momento in cui lo donna delle pulizie, a fine festa, chiede di sollevare prima un piede e poi l'altro, ché deve scopare e poi lavare per terra.
Se hai l'intelligenza sociale, anche se sei un abisso di diserudizione, anche se hai letto tre libri in tutta la vita, anche se non guardi mai i telegiornali, carpirai nell'aria quel tanto che basta per dire sempre una frase accattivante che alluda a un substrato. Che questo esista o meno, non è un problema. L'importante è che sembri.
Anche perché poi, quando si diffonde il pettegolezzo che sei intelligente,
è fatta.
Anche se non fai più un tubo, anche se stai zitto,
anzi a maggior ragione se stai zitto, ché l'impressione è quella di uno che pensa,
tu sei "quello in gamba".
Ogni tanto lanci un'occhiata vispa,
ogni tanto spari qualcosa di sentito in autoradio, o dal droghiere,
e soprattutto non ti tappezzerifichi.
Annuisci sempre, fai perifrasi delle convinzioni altrui se ti chiedono un'opinione,
eviti di perderti davvero nei tuoi pensieri profondi alienandoti dal qui ed ora,
scorciatoia sicura per la nerditudine immediata che capovolgerebbe in breve la fama.
Sembra facile,
ma è un'arte.
Pochi ce l'hanno.
Quelli che ce l'hanno non la mettono da parte.
Si vendono bene.
Se hanno altre intelligenze oltre a quella,
capiscono di essere auto ed eterocompiacenti mercenari
di se stessi.
lunedì 27 giugno 2016
Finire gli inizi, ossia le vacanze rapide
Quando te ne parti in vacanza, magari in camper con i tuoi genitori, e sei un bambino, per te è un evento pazzesco, un bombardamento primordiale di adrenalina, un po' come da grande
andare al concerto dei Foo Fighters
partire per una spedizione di mesi in bicicletta solo armato di quello che puoi caricare e della tua forza motrice
vincere un viaggio a cinque stelle per il mondo con tanto di concerti dei tuoi cantanti preferiti disseminati per i cinque continenti e open ticket per tutti i parchi di divertimento musei spiagge vietate ad anima viva.
Beh, sì, effettivamente anche da adulto partire può essere abbastanza un evento pazzesco, se mantieni un po' di fanciullità e non vai a Bordighera a leggere "La Stampa" sulla sdraio sotto l'ombrellone per dodici giorni tutti uguali l'uno all'altro. Certo, da adulto non è la vacanza con i tuoi genitori che ti fa venire l'adrenalina.
Invece da piccolo anche l'idea di seguirli come un minischiavo ovunque loro decidano di andare ti riempie di goduria. Del resto ogni bambino è un minischiavo sempre. Cambia poco rispetto alla quotidiana schiavitù, ma si fa qualcosa di diverso.
Poi, durante gli zingareschi giri che ti vengono imposti, conosci altri bambini.
E' un bel casino, conoscere altri bambini quando sei da solo con i tuoi genitori che, come una bomba ad orologeria, possono vanificare tutti i tuoi tentativi di socializzazione con un "sto posto non ci piace, partiamo!"
Sei lì che studi con che frase ad effetto introdurti, ce l'hai sulla punta della lingua, o, peggio, l'hai appena detta, l'altro ha appena risposto, sta per iniziare la conoscenza, quando arrivano i tuoi e dicono "partiamo!"
Pure quando riesci a giocarci per un po', sai che tutto è a tempo determinato, che il "partiamo!" arriverà come una spada di Damocle di quelle che si staccano ogni giorno se va bene, più spesso anche ogni mezza giornata.
E così i tuoi viaggi in camper da piccolo sono serie di altri bambini che passano rapide nella tua vita, magari quando devi partire piangono pure, ma passano e non ti rimane che una serie di foglietti con indirizzo e numero di telefono che non userai mai. Da minorenni non avete nemmeno la consolazione di un contatto Facebook, magari avete Whatsapp controllato da vostra mamma e comunque non potete decidere nulla senza autorizzazione, a meno di fuggire per poi essere rintracciati dalla polizia. Bella palla essere minorenni. Gente che adesso ha 30-40 anni ricorda che non esistevano manco i cellulari, solo i temuti telefoni fissi con genitori rispondenti e gli indirizzi di casa. A questi ultimi si potevano spedire lettere scritte presumibilmente a mano sull'immancabile carta da lettera sempre ricevuta in dono da una o più persone ad ogni festa di compleanno organizzata. Poi raramente lo si faceva. Io sì, ma io sono una blogger.
A volte, nella vacanza, incontri qualcuno i cui genitori fanno casualmente il tuo stesso giro, e riuscite a stare insieme per un po' di tempo, e ciò è una rovina se questo qualcuno è antipatico, una meraviglia se è simpatico, una cosa fantastica se insieme vi mettete a vivere avventure di ogni tipo,
tipo
disperdervi in mare a nuoto per ore e ore con la corrente che vi trascina via e tornare indietro dopo l'approdo in tutt'altra baia a piedi in retromarcia con le pinne addosso
sgraffignarvi in mezzo alle spine in spedizioni pedestri alla ricerca di carcasse di capra
fare battaglie a racchettoni finché i genitori non vi obbligano ad andare a dormire
bombardare gli ignari campeggiatori di canederli d'acqua e carta igienica
ridurre punizioni per le dispersioni in mare lavando vetri dei camper per ore
ridurre punizioni per le dispersioni in mezzo ai rovi facendo i compiti delle vacanze d'inglese
ridisperdervi in mare e in mezzo ai rovi.
Dopo tutto questo, capite che forse questa non è una conoscenza destinata a passare,
che forse questa è l'inizio di un'amicizia,
ma i genitori diranno "partiamo!"
e voi partirete,
uno in una direzione,
l'altro nell'altra.
Andare in vacanza in camper con i genitori:
veder finire le cose prima che inizino
per non sapere mai più come sarebbero finite.
E pensarci ancora dopo venticinque anni,
a bigliettini degli indirizzi e dei nomi persi,
a indirizzi e cognomi dimenticati,
ché a ben riflettere,
se giocavate pure al Game boy
adesso avete davvero tra i 30 e i 40 anni.
Più 40 che 30.
Per fortuna siete anche maggiorenni:
ora
potete scegliere
senza che altri scelgano per voi
cosa deve finire
cosa deve continuare.
sabato 25 giugno 2016
Dove riporre la fedeltà e quanto valore dare alla libertà
Ho già parlato ripetutamente di cani al guinzaglio (o meno) e nei parchi.
Di solito l'ho fatto dal mio punto di vista, cioè quello di una che non ha animali, non ne ha mai avuti e probabilmente non ne avrà. Il "non ne ha mai avuti" potrebbe essere morigerato dal fatto che ho alloggiato per qualche anno un essere vivente peloso pressapoco sferico con un diametro di qualche centimetro il cui ruolo in casa si limitava a rumori molesti di erosione notturna e olezzo stallifero, e le cui uniche interazioni con l'essere umano consistevano nell'immancabile obliterazione delle dita con denti di lunghezza del tutto irragionevole rispetto alle altre dimensioni.
Ora, vorrei fare uno sforzo di empatia e mettermi nei peli del cane.
Il suddetto, prendiamolo di media taglia, potrebbe avere padroni di vario tipo. Poniamo pure che siano amorevoli e rispettosi delle regole, ma vivano in un appartamento in città. Questa casistica copre buona parte dei cani che incontro durante le mie corse al parco. L'amorevolezza dei padroni per i loro animali è poi determinata da un sacco di cose che, pur molto interessanti, eluderebbero dall'intento caninocentrico del post.
Il cane cittadino con padroni amorevoli e civici si ritrova a transitare da un appartamento al parco, dove viene tenuto costantemente al guinzaglio, a parte nelle aree adibite ad una libertà recintata. E' così da sempre, quindi per lui la via è questa. Una vita circoscritta, con un collare che lo stringe e un laccio che lo dirige in cambio di vitto, alloggio, grattatine di pancia, carezzine sul muso, bacini sul naso e altri atti d'affetto di vario genere, a seconda della tipologia di padrone.
Può non sembrare male. Anche perché d'altro nulla si sa.
Poi, un giorno, vuoi perché i padroni si decivicizzano, vuoi perché si stacca il guinzaglio, vuoi perché si è in montagna in uno di quei pochi posti in cui la legge permette che i cani scorrazzino liberi tra marmotte e camosci, il nostro protagonista si ritrova libero.
Si mette a correre su e giù, senza quel lazo che gli stringe la carotide, senza quel padrone lento attaccato dietro a mo di sci d'acqua che ostacola il movimento, con tutto il cuore che batte accelerato, con il naso e le zampe sotto sudati marci, e si sente in un modo nuovo, e scopre che forse esiste tutt'un mondo fuori da esplorare.
E così, quando se ne torna nell'appartamento e a fare le passeggiatine al parco al guinzaglio, non è più tanto felice. Se ne sta mogio mogio, con il pelo ribassato, e si trascina dietro al padrone affettuoso. Non è nemmeno più tanto felice delle grattatine, carezzine, bacini.
Ma un cane non è che sia tanto pensante, è uno che più che pensare sente.
Se potesse pensare tantissimo e in modo geniale chissà che elucubrerebbe, invece così può solo fare cose caninamente intelligenti, tipo ululare tutte le notti svegliando l'intero isolato, oppure involontariamente psicosomatiche, come sviluppare un'allergenicità del pelo tale da far starnutire anche i vicini - quelli peraltro già svegliati dagli ululati notturni.
E così, dopo un po', i padroni starnutenti e asmatici, assediati dai vicini, caricano il cane, prendono l'autostrada e lo sbattono giù dall'auto con un calcione nel deretano, prima di andare a comprare un bel cucciolo di Golden Retriever docile addestrato e carissimo in qualche allevamento, onde non soffrire troppo per l'assenza di un convogliatore di facili affettuosità.
A parte che non ho mai capito perché i cani debbano essere abbandonati proprio in autostrada. Una strada normale non fa figo? Un parco è démodé? Ché poi già il cane più intelligente (per ragioni di sviluppo, non per offendere gli animalisti), non lo sarà come l'uomo più intelligente (è plausibile che il cane più intelligente, però, spezzando una lancia pro-animalisti, lo sia più dell'uomo meno intelligente). E già un uomo intelligente, messo in mezzo a un'autostrada a piedi, magari di notte, tra le corsie, non ha una sopravvivenza tanto lunga. Figurarsi il cane.
Il cane, mentre si rende conto di essere libero, e poter fare tutte quelle cose che gli erano sempre mancate, si accorge che gli stanno arrivando addosso dei fulmini lucenti e rombanti di tagliente ferraglia. Non è contento come quella volta in montagna tra marmotte e stelle alpine. Inizia a dirsi che forse tutta sta libertà non è così figa. Mentre se lo dice, probabilmente viene colpito da una macchina e lanciato a folle velocità contro un guard-rail o addosso a un'altra auto su cui fa sponda in uno sbriciolarsi di ossa, oppure ancora viene schiacciato ripetutamente da pneumatici veloci. Se per caso riuscisse a uscire da quella specie di video-game al massacro, si ritroverebbe randagio senza esperienza, a rovistare nel pattume per avere cibo. In breve vagherebbe per le strade magro e con i peli collosi e incrostati.
Per quello che può, penserebbe che forse vorrebbe tornare dal padrone che ormai ha il suo bel Golden Retriever al guinzaglio. O forse no. Perché comunque può correre libero dove vuole e non ha più lacci. Ma nemmeno vitto, alloggio, facile affetto.
Dopo un po' diventerebbe forte, imparerebbe il randagismo, e correrebbe libero e zeccato dove vuole.
Ogni tanto ripenserebbe a quando, pasciuto e pulito, se ne stava in una casa piena di crocchette e umani affettuosi.
In realtà, questo scenario è quello pensato da un umano traviato dalle letture di libri pensati da cani, ricordi sopiti ma pur presenti in stand-by come un sottofondo a ultrasuoni nella sua mente. Il problema è che gli ultrasuoni, solo il cane li può sentire, l'umano no. E quindi, anche lì, sti cani avevano intelligenze un po' troppo umane.
Un cane con un'intelligenza e un sentire canino è un essere di rari fedeltà e amore animale incondizionato,
è uno che non solo se ne sta pasciuto e presumibilmente felice con il padrone bravo e affettuoso,
ma che se ne starebbe anche con un padrone che lo picchi, denutra, faccia dormire in un letto di spine, insulti e sbeffeggi, senza mai portarlo a passeggio, in modo tale che il giaciglio spinoso diventi anche merdoso.
Se per caso il padrone lo abbandona sbattendolo in autostrada giù dalla macchina con un calcione, lui lo rincorre a perdifiato per stare con lui sempre, finché schiacciamento o flipper contro macchine a velocità impazzite non li separino, cosa che tra l'altro era già successa con il calcione, ma lui non se n'era mica accorto, di poter almeno ipotizzare un'altra vita prima di sacrificarsi per uno che si era appena disfatto di lui.
Un cane con un'intelligenza e un sentire canino
- ed è per questo che così tanta gente se ne prende uno -
è il più fedele amico dell'uomo
senza che l'uomo sia il più fedele amico del cane.
lunedì 20 giugno 2016
Frammenti di vita
Quando sei ad una finestra, assorto a contemplare il panorama che hai davanti, ecco che passa, su una stradina all'orizzonte, un ciclista. Lo vedi per il lasso di tempo e percorso permesso dallo spazio tra i due battenti, dagli ostacoli che ci sono tra te e lui. Poi, tra le finestre che punteggiano una casa, senti uno sbatacchiare di persiane, che vengono aperte, e dentro vedi due persone che parlano: chissà cosa si dicono. Poi, cambiano stanza, spariscono alla tua vista.
E tu stai lì, a chiederti cosa ci fosse, prima di quell'istante, cosa ci sarà dopo e, in fin dei conti, anche durante quell'attimo in cui hai visto la vita d'altri alla chetichella, di nascosto, come uno spione, come un pettegolo che vuole sapere i fatti degli altri.
Ma è pettegolezzo?
E' spionaggio?
O è l'indagine della fantarealtà di un pezzo di vita altrui, di qualche sconosciuto, tipica del cantastorie?
Se uno è stonato, può fare lo scrivistorie.
Se poi ha una dizione penosa, non può nemmeno leggerle agli altri, ma per fortuna gli altri possono leggersele da soli.
Se non sa scrivere, fa l'immaginastorie e se le tiene tutte dentro la testa.
Solitamente la gente è quella che passa; non sta tanto tempo alla finestra, a meno che non sia vecchia, con un arto rotto (e il letto ragionevolmente vicino all'apertura), riflessiva.
E dato che tutti passano e pochi si fermano, perché pochi sono vecchi o rotti, perché pochi riflettono, sarà poco probabile che, quando si è quello che passa, si sia osservati da qualche scrivistorie o immaginastorie.
C'era uno scrittore che aveva passato ore giorni mesi seduto al tavolino di un bar, e aveva scritto tutto quello che succedeva intorno a lui, tutte le persone che passavano, come passavano.
Bello, mi ero detta.
Lo farò.
Poi non l'ho fatto.
E' raro farlo.
sabato 18 giugno 2016
Indicazioni terapeutiche: lenitivo di pensieri distorti
Quando uno non è proprio obeso, o non vive trascinandosi dal letto alla sedia, dalla sedia al sedile dell'auto e così via,
e quando,
al contempo,
è disperato o in balìa di sentimenti poco piacevoli come rabbia gelosia invidia odio o altri o tutti quelli elencati e altri insieme,
capita che si metta a pensare.
E questi pensieri, soprattutto quando c'è balìa, sono raramente costruttivi e ordinati.
Generalmente invadono la mente come un'orda incontrollata onnidirezionale diserbante tipo Attila re degli Unni con tutto il suo esercito di Unni.
Vi state chiedendo cosa c'entrino con tutto ciò l'obesità e la sedentarietà?
Ve lo dico io.
Quando uno versa in queste condizioni, il miglior lenitivo dei pensieri barbarici sommergenti e disorientanti è praticare uno sport aerobico fin quasi allo sfinimento, e comunque per lungo tempo.
E' un po' strano a dirsi, soprattutto in quanto l'opinione comune vuole che il pensatore sia sedentario e lo sportivo non pensante.
Nei fatti, il fondo di verità nello sportivo non pensante è proprio il fatto che quando uno fa sport non è che non pensi, ma riodina i pensieri, se non riducendoli in quantità, almeno ridimensionandoli in peso.
All'inizio, di già che uno è girato malissimo, sopraffatto dal delirio di pensieri, trova che correre per chilometri sotto il sole o inforcare una bicicletta e pedalare tutto il giorno, oppure ancora mettersi in acqua, magari fredda, e nuotare lungamente sia del tutto contrario a umana logica.
Se riesce a partire (cosa ammessa con sforzo e di rado concessa), nei primi momenti maledirà chiunque, vomitando il sangue che gli starà girando al contrario nelle vene.
Se sarà obeso e sedentario mi rintraccerà tramite web tacking e IP e verrà a spaccarmi la faccia, se le forze lo sosterranno.
Se non sarà obeso e sedentario mi rintraccerà comunque tramite web tacking e IP, si incamminerà comunque per spaccarmi la faccia, ma le forze lo sosterranno, e ad un certo punto, così preso dallo sforzo e dall'ira funesta di spaccamento della mia faccia, si accorgerà che quei pensieri pregressi si staranno sedimentando in fondo al cervello.
Non è che saranno andati via, saranno solo sedimentati.
E allora, invece di venire da me, uno continuerà a correre, pedalare, nuotare, e penserà sempre a quelle cose rabbiose, ingelosenti, invidizzanti, odiosanti, ma planandoci su, sorvolandole dall'alto.
Man mano che le endorfine cresceranno in corpo, tutto verrà relativizzato.
Quando alla fine si interromperà l'attività, sempre che sia stata di sufficiente durata, uno si sentirà bene per un intervallo di tempo variabile tra i 5 minuti e le 3-4 ore.
Poi tutto tornerà com'era.
Tutto sommato, però, è un lenitivo che fa meno male delle droghe.
Crea dipendenza pure lui.
Ha effetto limitato nel tempo pure lui.
Ma sicuramente lo sforzo di fare sport per ore sotto il sole cocente o nel gelo paralizzante sarà minore di quello necessario a tenere a bada l'orda di pensieri negativi autodistruttivi autolesionisti.
Poi probabilmente ci si lede lo stesso
tendini muscoli ossa,
ci si consuma lentamente,
ma più velocemente che a stare fermi immobili,
però si sa,
la vita è
per definizione
degenerazione.
e quando,
al contempo,
è disperato o in balìa di sentimenti poco piacevoli come rabbia gelosia invidia odio o altri o tutti quelli elencati e altri insieme,
capita che si metta a pensare.
E questi pensieri, soprattutto quando c'è balìa, sono raramente costruttivi e ordinati.
Generalmente invadono la mente come un'orda incontrollata onnidirezionale diserbante tipo Attila re degli Unni con tutto il suo esercito di Unni.
Vi state chiedendo cosa c'entrino con tutto ciò l'obesità e la sedentarietà?
Ve lo dico io.
Quando uno versa in queste condizioni, il miglior lenitivo dei pensieri barbarici sommergenti e disorientanti è praticare uno sport aerobico fin quasi allo sfinimento, e comunque per lungo tempo.
E' un po' strano a dirsi, soprattutto in quanto l'opinione comune vuole che il pensatore sia sedentario e lo sportivo non pensante.
Nei fatti, il fondo di verità nello sportivo non pensante è proprio il fatto che quando uno fa sport non è che non pensi, ma riodina i pensieri, se non riducendoli in quantità, almeno ridimensionandoli in peso.
All'inizio, di già che uno è girato malissimo, sopraffatto dal delirio di pensieri, trova che correre per chilometri sotto il sole o inforcare una bicicletta e pedalare tutto il giorno, oppure ancora mettersi in acqua, magari fredda, e nuotare lungamente sia del tutto contrario a umana logica.
Se riesce a partire (cosa ammessa con sforzo e di rado concessa), nei primi momenti maledirà chiunque, vomitando il sangue che gli starà girando al contrario nelle vene.
Se sarà obeso e sedentario mi rintraccerà tramite web tacking e IP e verrà a spaccarmi la faccia, se le forze lo sosterranno.
Se non sarà obeso e sedentario mi rintraccerà comunque tramite web tacking e IP, si incamminerà comunque per spaccarmi la faccia, ma le forze lo sosterranno, e ad un certo punto, così preso dallo sforzo e dall'ira funesta di spaccamento della mia faccia, si accorgerà che quei pensieri pregressi si staranno sedimentando in fondo al cervello.
Non è che saranno andati via, saranno solo sedimentati.
E allora, invece di venire da me, uno continuerà a correre, pedalare, nuotare, e penserà sempre a quelle cose rabbiose, ingelosenti, invidizzanti, odiosanti, ma planandoci su, sorvolandole dall'alto.
Man mano che le endorfine cresceranno in corpo, tutto verrà relativizzato.
Quando alla fine si interromperà l'attività, sempre che sia stata di sufficiente durata, uno si sentirà bene per un intervallo di tempo variabile tra i 5 minuti e le 3-4 ore.
Poi tutto tornerà com'era.
Tutto sommato, però, è un lenitivo che fa meno male delle droghe.
Crea dipendenza pure lui.
Ha effetto limitato nel tempo pure lui.
Ma sicuramente lo sforzo di fare sport per ore sotto il sole cocente o nel gelo paralizzante sarà minore di quello necessario a tenere a bada l'orda di pensieri negativi autodistruttivi autolesionisti.
Poi probabilmente ci si lede lo stesso
tendini muscoli ossa,
ci si consuma lentamente,
ma più velocemente che a stare fermi immobili,
però si sa,
la vita è
per definizione
degenerazione.
giovedì 16 giugno 2016
Ma la noia no
C'è uno stato, un modo di sentirsi, una situazione che dovrebbe circolare nel mondo anticipata dal cartello segnaletico di pericolo.
La noia è un adipe che si attacca a ossa tendini muscoli e blocca progressivamente i movimenti fino alla paralisi totale.
E' quel grasso che invade le vene e fa rallentare il sangue di più, sempre di più, finché si ferma.
E' il bastone tra le ruote del metabolismo della vita.
Sembra innocua, perché non fa star male di colpo, come una disperazione, che ti prende e ti sbatacchia e ti fa roteare a gambe in su e testa in giù, e ti fa sbatacchiare negli spigoli del mondo, e ti travolge come quelle onde grosse sulla riva della spiaggia, che non sai più dov'è il cielo e dov'è il suolo e dove sei tu.
Ché poi, se ci pensi, è un po' lo stesso effetto di una felicità violenta che ti coglie di colpo. Solo che in quel caso non ti accorgi di nessuno spigolo e ti fai prendere dalla vertigine del vorticare fino a sentirti ubriaco di gioia.
La noia può diventare uno stato cronico;
tutte le altre sensazioni negative
o si risolvono in qualche modo,
in bene o in male,
o si trasformano loro stesse in noia.
Perfino la disperazione,
se non porta alla morte,
volontaria o meno che sia,
o si risolve positivamente, terminando,
oppure diventa noia.
Mi dispero oggi,
mi dispero domani,
mi dispero dopodomani,
alla fine mi assuefaccio alla disperazione
e mi annoio.
Anche la paura,
che può sembrare una roba brutta,
a parte che stimola il metabolismo,
il pensiero,
la reazione,
se dura tanto
o si affronta passivamente,
diventa pure lei paralisi
e la paralisi, si sa,
dopo un po' annoia.
E la felicità che fa?
Prolungata nel tempo diventa serenità.
La serenità che fa?
Prolungata nel tempo crea assuefazione.
Soluzioni?
O la correggi con la giusta dose di angoscia,
con un po' di iniezioni di adrenalina,
o ti arrendi all'assuefazione,
cosa che diventa noia.
Piuttosto che annoiarti
disperati in modo discontinuo,
abbi momenti di gioia intensa,
prova paure terribili
ma affrontale di petto.
Piuttosto che annoiarti,
fatti venire l'ulcera per la disperazione,
però poi fattela passare,
almeno la disperazione,
dato che forse l'ulcera tende a cronicizzarsi.
Anzi, rallegrati così tanto da farti passare pure l'ulcera,
e mantieni quella costruttiva angoscia di fondo
che ti dice che la contentezza finirà
e tornerà la disperazione,
almeno quel tanto che basta
per non dimenticarti che merita essere contenti.
Ma tu rallegrati lo stesso,
buttati nelle cose che ti rendono felice adesso,
perché l'alternativa al non rallegrarti
per non disperarti dopo
è la noia.
Ma la noia no.
Tutto, ma non lei.
La noia
decisamente
NO.
LA NOIA.
La noia è un adipe che si attacca a ossa tendini muscoli e blocca progressivamente i movimenti fino alla paralisi totale.
E' quel grasso che invade le vene e fa rallentare il sangue di più, sempre di più, finché si ferma.
E' il bastone tra le ruote del metabolismo della vita.
Sembra innocua, perché non fa star male di colpo, come una disperazione, che ti prende e ti sbatacchia e ti fa roteare a gambe in su e testa in giù, e ti fa sbatacchiare negli spigoli del mondo, e ti travolge come quelle onde grosse sulla riva della spiaggia, che non sai più dov'è il cielo e dov'è il suolo e dove sei tu.
Ché poi, se ci pensi, è un po' lo stesso effetto di una felicità violenta che ti coglie di colpo. Solo che in quel caso non ti accorgi di nessuno spigolo e ti fai prendere dalla vertigine del vorticare fino a sentirti ubriaco di gioia.
La noia può diventare uno stato cronico;
tutte le altre sensazioni negative
o si risolvono in qualche modo,
in bene o in male,
o si trasformano loro stesse in noia.
Perfino la disperazione,
se non porta alla morte,
volontaria o meno che sia,
o si risolve positivamente, terminando,
oppure diventa noia.
Mi dispero oggi,
mi dispero domani,
mi dispero dopodomani,
alla fine mi assuefaccio alla disperazione
e mi annoio.
Anche la paura,
che può sembrare una roba brutta,
a parte che stimola il metabolismo,
il pensiero,
la reazione,
se dura tanto
o si affronta passivamente,
diventa pure lei paralisi
e la paralisi, si sa,
dopo un po' annoia.
E la felicità che fa?
Prolungata nel tempo diventa serenità.
La serenità che fa?
Prolungata nel tempo crea assuefazione.
Soluzioni?
O la correggi con la giusta dose di angoscia,
con un po' di iniezioni di adrenalina,
o ti arrendi all'assuefazione,
cosa che diventa noia.
Piuttosto che annoiarti
disperati in modo discontinuo,
abbi momenti di gioia intensa,
prova paure terribili
ma affrontale di petto.
Piuttosto che annoiarti,
fatti venire l'ulcera per la disperazione,
però poi fattela passare,
almeno la disperazione,
dato che forse l'ulcera tende a cronicizzarsi.
Anzi, rallegrati così tanto da farti passare pure l'ulcera,
e mantieni quella costruttiva angoscia di fondo
che ti dice che la contentezza finirà
e tornerà la disperazione,
almeno quel tanto che basta
per non dimenticarti che merita essere contenti.
Ma tu rallegrati lo stesso,
buttati nelle cose che ti rendono felice adesso,
perché l'alternativa al non rallegrarti
per non disperarti dopo
è la noia.
Ma la noia no.
Tutto, ma non lei.
La noia
decisamente
NO.
martedì 14 giugno 2016
Telefonate di rara piacevolezza
Quando devi dire a dei genitori che i loro figli, sangue del loro sangue, pelle della loro pelle, eccetera eccetera, sono stati segati a scuola, sono brutti momenti.
Quando devi dirlo al telefono, sono ancora più brutti, o un po' meno brutti, ma comunque brutti.
Dipende dal rapporto che hai con il telefono.
Per quanto mi riguarda, fin da piccola ho sempre avuto una patologia da cornetta. Ho passato pomeriggi interi a contemplare il telefono grigio con su quel dischetto rotante con tutti i numerini intorno. Se il numero da comporre aveva degli 1, 2, 3, facevano un giro così lungo che quasi sempre bloccavo tutto con una manata prima che dall'altra parte una voce senza volto potesse rivolgermi il famigerato "pronto". Non parliamo poi delle reazioni al suddetto, che variavano dal mutismo da maniaco alla chiusura della comunicazione, con tutta una variegata serie di situazioni intermedie. Dopo venticinque tentativi di composizione del numero e 47 chiamate da maniaco, riuscivo a dire con un flebile filo di voce che ero io e che volevo ringraziare la maestra per quello che aveva fatto per me nell'anno scolastico. Sì, perché le telefonate che dovevo fare da piccola erano sempre quelle alla maestra.Se una volta uno era terrorizzato all'idea di chiamare la maestra per ringraziarla, figurarsi quando poi diventa lui il maestro, anzi il prof, ché se il maestro boccia qualcuno sono davvero cose dell'altro mondo, ai confini della realtà.
Se invece il prof è prof di un professionale, i confini della realtà sono rasentati da chi è promosso senza sospensione in nessuna materia. Lo sventurato coordinatore, forte della congrua retribuzione di circa un centone all'anno (sì, avete letto bene, ho scritto bene, siamo tutti bravi scrittori e lettori. All'anno, non al mese), prende l'elenco dei componenti della classe e chiama la metà circa dei genitori, quando va bene, per informarli che il sangue del loro sangue, la pelle della loro pelle eccetera eccetera non ce l'ha fatta.
Il tono da assumersi può prendere a prestito quello a macchinetta dei centralinisti che non portano pena perché ambasciatori. Ancor meglio, si può scrivere un testo freddissimo su Textaloud e lo si fa leggere dalla voce sintetizzata direttamente alla risposta del genitore. Si può iniziare con "Questo è un messaggio preregistrato: è pregato di ascoltare in silenzio, non obiettare in nessuno modo e chiudere la comunicazione al termine".
Se si opta per la versione funerario-sentita, si può chiamare di persona con tono plumbeo. Le parole vanno cercate nel profondo del proprio cuore. Frasi come "Suo figlio è un emerito deficiente", "Suo figlio non capisce una mazza, è meglio se va a raccogliere pesche", "Suo figlio dice percussioni per ripercussioni", se scaturissero mai dal profondo del cuore, sarebbe meglio che ci rimanessero. Meglio tutto sommato che scaturiscano dal profondo della raccolta delle banalità accettabili, soprattutto se - e non lo si sa - l'interlocutore ritiene che la propria prole sia la continuazione di se stesso, e in quanto tale possa riscattare i propri insuccessi.
Dire che il figlio è un idiota equivale a dirlo al genitore.
Dire che il figlio non ce la fa equivale a dirlo al genitore.
Insomma, l'annuncio è spiacevole.
Ma infatti, perché sbattersi tanto?
Meglio usare Textaloud e ignorare la seconda delle mie opzioni.
Il suggerimento è grandioso, ma ha un inconveniente: non funziona dal vivo.
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