LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

martedì 24 gennaio 2023

Essere in un racconto di Dino Buzzati

Come voi, miei numerosissimi affezionatissimi lettori saprete, sono una corritrice: corro da una vita e vi ho rallegrati con post correnti vari ed eventuali

In seguito a una caterva di distorsioni, si sono rarefatti sia i post sia la relativa corsa. 

Ormai convinta di essere destinata alla sedia a rotelle, mi reco dal luminare di chirurgia del piede della clinica privata famigeratissima, pensando che non sono mai andata al Combal.zero per non spendere la quantità di soldi che dispenserò oggi in mezz'ora scarsa. 
Armata fino ai denti di ecografie, risonanze e commenti apocalittici di tecnici vari sullo stato delle mie scheletriche e incurvate estremità, inclusa una bella artrosi, mi siedo davanti al luminare. Ha un aspetto da luminare, appunto: capelli bianchi, occhiali, camice rassicurante, scarpe eccentricamente colorate che sbucano dalla tenuta chirurgica. 
Mi chiede di raccontargli tutto, un po' come in "Dal medico" di Buzzati. Mi aspetto chiaramente che il suo verdetto sia: "Lei, signorina, è morta". 
Mentre mi fa tutti i controlli del caso, mi racconta ogni sua rilevazione, e parla un linguaggio a me totalmente sconosciuto, ma, per un effetto Babele, lo capisco. Un po' come ne "Il disco si posò" di Buzzati. 

Alla fine della visita non mi dice che sono morta. Mi dice che sono viva. Che ho le caviglie. Che ok, Uto Ughi suona uno Stradivari, il violino più figo che esista al mondo, ma anche lui, il violinista più figo che esista al mondo, si mettesse a suonare un violino da quattro soldi trovato al Balon o nella monnezza, ecco, suonerebbe di merda facendo stecche. Merda e figo non li dice, ma, nella traduzione istantanea dal suo linguaggio al mio, emergono con prepotenza questi due vocaboli poco acconci a contanta luminaria. 
Ecco, io sono nata con due violini da quattro soldi del Balon al posto dei piedi.

Non è decisamente una bella notizia. 
Però, diciamocelo, risale a 43 anni fa. Mica è un'ultim'ora. 
E poi ci sono persone che, qualunque cosa ti dicano, in qualunque linguaggio, ti ben dispongono. Sono sempre più rare, in questa società che credevamo post-apocalittica ma potrebbe anche essere, a ben vedere, semplicemente pre-apocalittica. Il luminare è una di quelle rare persone: è degno di un racconto di Buzzati; anzi, quando sei con lui, sei IN un racconto di Buzzati.

E in questo racconto, quando giunge il momento del congedo, il luminare non scrive al PC come qualsiasi medico. Il luminare chiama la segretaria, che si avvicina con pachiermica andatura, per affossarsi davanti alla tastiera. Il luminare, girovagando in tondo per lo studio, detta nel suo linguaggio, e la segretaria, mentre lo sforzo del digitare svela parzialmente un enorme tatuaggio sul tricipite pendulo e depilato, traduce per iscritto. La voce si dipana ipnotica nell'aria. Mi lascio affabulare dalle lettere che compaiono sul monitor. La specificità di ciò che si materializza con stenografica velocità non maschera ai miei occhi alcuni errori di battitura e meravigliose contorsioni lessicali, esse stesse fonte di quella magica e semplice ilarità che il luminare sprigiona inconsapevolmente. 
Alla fine della battitura, si passa al rito della rilettura critica. Cullata dalla fiaba del momento, non riesco a non far notare che "mancanza di assenza di stabilità della caviglia" mi fa abbastanza ridere. Lui, riconoscendo che non suona bene, ridetta: "mancanza di deficit nella stabilità della caviglia". Rido sotto la mascherina: il termine "presenza" è evidentemente "La parola proibita" della Città dei Luminari. 
E io l'ho beccata.

Pago la segretaria.
Pago tanto.

Esco, inconsapevolmente felice.
Pedalo per la città con il sorriso che allevia la gravità delle mie caviglie: del resto, per la fantasia e i pedali, non servono caviglie stradivari. 

venerdì 13 gennaio 2023

Il sapone sapone

In questi anni di virus continui è accaduto qualcosa di inaspettato e contrario alla logica: il sapone non faceva più figo. Ha iniziato a combattere contro la concorrenza dei gel igienizzanti, che con il loro nome rassicurante hanno sbaragliato la cara vecchia saponetta, inquietantemente accarezzata da una promiscuità di mani, e anche il tradizionale sapone liquido, quello su cui c'era scritto, appunto, solo sapone liquido. Pur avendo apparentemente un'identità più igienica della saponetta, mancava l'aggettivo salvifico.

Ma a questo punto nasce spontanea una domanda: qual era l'antica funzione del sapone, inclusa la sua versione solida, se non igienizzare? Il fatto che qualsiasi saponetta, anche quella lercia, rigata di nero, incollata a una portasaponetta di plastica ingiallita dal tempo, che si trova nei peggiori bagni delle più malfamate piole elimini la quasi totalità dei virus, se strofinata su tutta la superficie delle mani per 20 secondi almeno, non interessa al pubblico. 
Il pubblico è sensibile alla parola. 
E la parola è

 IGIENIZZANTE. 

Sulla saponetta si potrebbe incidere, ma durerebbe poco. 
Sul sapone liquido, invece si può scrivere, con tanto di croce rossa o verde che accende gli istinti crocerossini, che fanno sempre audience.
E così, anche se tutte le saponette e tutti i saponi liquidi sono per loro ruolo igienizzanti, perché rendono le mani e qualsiasi altra parte del corpo strofinino con la sufficiente energia libere dalla maggior parte dei virus, se non c'è scritto l'aggettivo magico non piacciono. 

Forse è per questo che il Ministero della semplificazione ha avuto vita breve, declassato ad agenda di cui non parla più anima viva: alla gente piace complicarsi la vita, aggiungere aggettivi altisonanti, sinonimi di quelle semplici parole che già di per sé significano tutto il necessario. 
E così la pandemia di covid ha lasciato uno strascico di saponi igienizzanti, anche perché chiamarli saponi saponi sarebbe stato palesemente e non subdolamente pleonastico. 
Il pubblico vuole il pleonasmo complicato, quello che non capisce, gli piace fregarsi da solo e compiacersi da solo della propria subdola fregatura.  

martedì 13 dicembre 2022

SoSN: il malfare all'italana

 


Lo schemino qui sopra, l'ho preso da un Data room della Gabanelli, questo
Si evince chiaramente che si spende sempre meno per la sanità in Italia, e comunque in modo non sufficiente a coprire le esigenze di tutti. E fin qui nulla di nuovo.
Aggiungiamo che negli ultimi anni l'attenzione si è per forza di cose concentrata sul COVID, a ragione, vista la situazione notevolmente emergenziale che emerge da questa immagine:
Se si fanno due conti grossolani, si può dedurre quello che si constata con mano solo se si decide di prenotare una visita qualunque con il SSN. Tutti i soldi, già scarsi, sono stati spesi per il COVID, e adesso, tra tagli e spese, la situazione è tangibilmente simile a quella di qualcuno di quei Paesi che, se ci vai, ti consigliano tutti di farti una bella assicurazione sanitaria. 

Ti fai fare la ricetta dal tuo medico di base, burocrate che se sei fortunato se ti risponde al telefono o, se proprio sei fortunatissimo, alla mail. Nel caso in cui si tratti di dottore non informaticizzato, ti addentri in una serie concatenata di meandri pieni di code di gente malata che se avevi bisogno di una visita al loro inizio, alla fine te ne servono dieci. 
Torni a casa e ti connetti a Sistemapiemonte o chiami il CUP al telefono, memore delle vergognose attese di un  mese o due dei tempi precovid. Superi i vari livelli stile videogioco, e, se non incorri nel game over, che ti fa ricominciare il percorso da capo, ti trovi di fronte alla panoramica dei posti disponibili per la prenotazione. In una grande maggioranza di casi, anche con ricetta urgente, la prenotazione è disponibile: MAI. In caso di grande fortuna, si può trovare un posto in un comune diverso, ad orari assurdi, con un'attesa dai 6 mesi a oltre un anno. 
Ora, sorge spontanea la domanda: a che serve? Tra sei mesi-un anno sarò morto, malato cronicizzato o guarito. 

Che fare quindi? 

Evitiamo di pensare che si debba fare un'assicurazione sanitaria privata - pagare centinaia di € privatamente - emigrare negli USA che tanto qui ormai è uguale ma facciamo finta di avere un welfare.

Continuiamo a far finta di crederci, poco ma almeno un po', nel welfare: se si decide per questa opzione, la cosa migliore è prenotare visite a specialisti a caso per i propri punti deboli quando non si sta ancora male, in modo che, con un po' di fortuna, servano proprio nel momento giusto.
E' come un terno al lotto.
La differenza è che non si vince niente.

domenica 20 novembre 2022

Bitta blue e il francese


C'è un sito che sfida la creatività di chi scrive con una serie di sfide-gioco.

Ora, i suoi creatori hanno ideato una metafora poetica, pensando a una barca, magari a vela, che parte, snodando la corda che la lega a una bitta blu. 

Cos'è una bitta? 
Eccola qua:
Il concetto è che una barca non possa stare sempre ormeggiata, seppur sicura, perché è fatta per andare in mare. E in mare incontra vincoli ed ostacoli, che sono rappresentati da temi, parole, limiti di tempo: 72 ore per scrivere un racconto con un tema, un argomento, tre parole da utilizzare che sono metaforicamente le boe.
Un esercizio creativo ed interessante.

A Cuneo si svolge oggi l'ultimo giorno di Scrittorincittà. Ai creatori del sito è venuto in mente di creare non uno ma due giochi a tema "Scrittorincittà". Non mi è dato di sapere se si tratti di cuneesi o di persone provenienti da qualche altro luogo, ma sono pronta a scommettere che non conoscano il francese, aspetto di per sé irrilevante per gestire un sito letterario italiano. 
Cuneo, però, si trova pericolosamente vicino al confine francese. Ciò fa sì che molte persone parlino bene questa lingua.
Si dà il caso che, analogamente a questa situazione, c'è poco da fare, ma se qualcuno che bazzica spesso la Francia legge "bitta", complice il fatto che non sia una parola molto diffusa in Italia, immediatamente avverte l'assonanza con il termine "bite". 
Ma non finisce qui: se qualcuno, oltre a bazzicare il francese, ricorda questa pubblicità, les jeux sont faits, rien ve va plus:


domenica 13 novembre 2022

Le Madeleine di Cuneo

La Stracôni, più che una corsa, è un rito. Alzarsi all’alba, una volta. Adesso meno, l’hanno adattata alla mollezza dei costumi odierni e permette di indugiare un’oretta di più tra le calde coperte. Correre nei primi freddi di novembre, spesso sotto la pioggia, indecisi sull’abbigliamento, in mezzo a una moltitudine di persone, con amici e familiari, per le vie del centro, il San Paolo, il Viale degli angeli e percorsi che cambiano ogni anno ma sempre finiscono in via Roma e in piazza Galimberti. Anche camminare, ché lo scopo non è vincere, ma partecipare, e quindi via libera a bimbi in carrozzina, cani, anziani. Buona parte dei cuneesi, anche quelli che con lo sport hanno un rapporto simile a quello tra due rette parallele, si riversano sul percorso, vivendolo come una festa, prima di un bel pranzo domenicale in compagnia. L’arrivo è sempre emozionante: si ritirano i premi, che cambiano nel tempo: dalle antiche medaglie, agli stagionati monumenti della città riprodotti in scala lillipuziana, ad altri gadget più attuali. Si supera lo strozzatoio dell’arrivo e ci si riversa in una piazza che diventa davvero la famosa agorà greca: si incontrano molte persone, alcune che non si vedevano da un anno – esattamente dall’ultima Stracôni. Quest’anno potrebbero essere tre, dato che l’ultima corsa del 2021 è stata fatta in modalità anticovid-asociale, ognuno per i fatti suoi, quando gli garbava, e nel 2020 non c’è stata. Il the distribuito in bicchieri di plastica e convogliato in tubature che conferiscono alla bevanda la tipica organoletticità metallica costituisce un caposaldo della Stracôni experience. Un ricordo indelebile nella mente e nelle papille gustative: altro che le madeleine di Proust, i cuneesi hanno il the all’alluminio.

lunedì 7 novembre 2022

L'assassinio della lingua italiana

Di solito vi parlo di uno, uno che può essere me, o voi. Invece oggi parlo proprio di me. Di cose che mi sono successe. 
Sono una prof, insegno una materia di quelle per cui si ha la tacita licenza di sbagliare la sintassi e la grammatica. Capita però che, a me, sintassi e grammatica facciano un effetto strano. Da sempre, riconoscere un complemento di specificazione, uno di termine, scoprire un mio tipico errore di grammatica o un piemontesismo che uso in modo improprio e correggerli mi dà una vertigine che manco l'Oil tower. Una frase scritta bene che crei un'immagine nitida di un'emozione o di una situazione mi fa un effetto quasi orgasmico. Insomma, il linguaggio mi piace proprio, in modo entusiastico. 

Nell'ultimo mese sono entrata in contatto, seduta in un pubblico ascoltante, con almeno due docenti di lettere di Liceo. Di quelli che non hanno la licenza di sbagliare le frasi. Ammirata a priori, mi sono seduta e li ho ascoltati parlare sia di contenuti, sia di questioni relative a come i giovani liceali recepiscano la lingua italiana e a come reagiscano spesso male alle lezioni sulla lingua volgare o sul latino. Ebbene, dopo circa 15 minuti di attento ascolto, io, maniaca della grammatica, umanisticosapiosessuale, stavo per crollare dalla sedia direttamente al suolo, sprofondata in un sonno in cui nemmeno un pacchetto intero di Novanight mi avrebbe spedita così rapidamente. Eppure, la lingua usata era italiano, mica latino o volgare, e usciva dalla bocca di prof, quelli che stanno con i giovani, i giovani che dovrebbero appassionarsi alle lettere, invece di mandarsi messaggini da semianalfabeti pieni di errori e smiley. Strano, che non si appassionino...molto strano. Decisamente, una generazione degenere. 

La lingua, bisogna ricordarlo a qualcuno, è emozione, divertimento, gioco, scambio. Non un fiume di ridondanti parole a senso unico, che si arrotolano su sé stesse, per approdare nel nulla cosmico dell'autocompiacimento intellettual-nombrilista, o nell'espressione di un concetto ogni mezz'ora. Il linguaggio, qualsiasi linguaggio, è scambio e confronto. Richiede un controllo sul feed-back. 
Spero di essere incappata in casi strani, isolati. 
Per me, quella con le lettere, non può che essere una storia seria divertente, perché, senza divertimento e coinvolgimento, non si va da nessuna parte.
Anzi, si va, si va nella noia totale e nel disgusto per un strumento che racchiude in sé tutte le possibilità del mondo, se si impara ad utilizzarlo senza odiarlo. 

E concluderei con: 🙆🙊🙉🙈👂👄👄👄👄👄👄👄👄👊👾

E riconcluderei, tanto per accapponarmi un po' la pelle, con:




domenica 6 novembre 2022

L'incoraggiatore

A Torino, oggi, c'è fervore sportivo. La città dorme, ma appena si raggiungono i punti di passaggio della maratona o il Po, con la Kinderskiff e la Silverskiff, c'è una discreta quantità di persone che, sveglia probabilmente dall'alba, rema o corre. 
L'ignaro corridore della domenica, complice il temporale di pochi giorni fa, svegliatosi anche lui presto per evitare l'effetto coda delle ore di tarda mattinata, arriva, verso le otto del mattino, in un parco con una luce particolare, un cielo insolitamente azzurro e la sensazione di essere immerso in una natura lussureggiante ed incontaminata, invece che nel cuore della città più inquinata d'Europa. 
L'inizio della corsa è tranquillo, in un isolamento da domenica qualunque alle 8 del mattino, anche se qua e là fanno già capolino improbabili personaggi infagottati in giubbotti gialli catarifrangenti che dovrebbero destare il dubbio. Ma sono le 8 del mattino, appunto. Il dubbio dorme. 
Se il corridore in questione ha una certa resistenza e permane nei sentierini lungo il Po per un bel po' di tempo, inizia a notare il passaggio folle e sconsiderato di personaggi di ogni età, aspetto e mezzo ciclistico cavalcato, aventi in comune solo due aspetti: la velocità con cui pedalano, noncuranti delle forme di vita sul loro passaggio, e il rapporto direttamente proporzionale di volume e aggressività delle loro urla. 
Chi sono costoro, legittimati a perturbare l'idillio della domenica? Sono gli INCORAGGIATORI, e probabilmente allenatori, di coloro che remano, laggiù nel Po. 
E così, tornano alla mente del mediamente sportivo corridore mattutino competizioni infantil-adolescenziali, durante le quali, mentre la sua prestazione sportiva avanzerebbe con placida serenità, sente l'allenatore gridare il suo nome, affiancato da parole vacue, tipo VAI DI PIU', STRINGI LA CURVA, FORZA CHE SEI INDIETRO DI 2 SECONDI. 
Roba da buttare i remi in barca, o anche fuori dalla barca, scendere dalla canoa, guadare il Po e andarsene a fare due passi nella parte più silente del bosco. 
Se esiste. 
Se si sopravvive al contatto con le acque del fiume. 
E soprattutto se si è Silver, che quando si è Kinder si tollera meglio la follia che ci circonda.