LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

mercoledì 26 aprile 2023

Il concorso

È uscito.
Ti precipiti a comprare i libri.
Ti tuffi tra le pagine.
Studi come un pazzo,
ché, poi, studiare come un pazzo
raramente è garanzia di successo.
Arriva il giorno della prova.
Sgomiti tra le gente.
Senti i discorsi degli altri.
deduci di essere preparato
in modo assai poco sillogistico.
Ti siedi.
Arriva la prova.
La sostieni.
Ti senti preparato.
Fai il sostenuto.
Vai a casa.
Attendi.
Pensi di avercela fatta.
Studi per l'orale.
Mesi di studio
forsennato e speranzoso.
L'attesa finisce,
perché tutto finisce,
prima o poi.
Con il cuore sospeso
controlli.
Non compare il tuo nome
tra i vincitori.
Esci e vaghi
senza sapere
senza sapere come
senza sapere dove,
il cervello bombardato.
Di quello che credevi di sapere
non è rimasto
che qualche
brandello di concetto.
Della tua preparazione
non è rimasto
neppure tanto.
Vaghi tra le macerie
del tuo presente straziato.

(Riavvolgere e ripetere per ogni concorso non vinto)

venerdì 17 marzo 2023

Homo pinnatus

L'homo pinnatus è un  individuo che si materializza nelle piscine seminando il terrore negli altri nuotatori. Solitamente, ma non sempre, di età post pensionistica, infila quelle taglienti e contundenti estremità artificiali e si infila in una corsia, che all'improvviso si svuota, pena il piastrellamento di tutte le altre con uno strato di pelle tale da impedire la visione del fondale a sua volta piastrellato. 
Se un malcapitato, a causa della saturazione totale delle altre corsie, si ritrova a dover condividere la nuotata con lui, ad ogni incrocio o sorpasso temerà per la propria sopravvivenza. Se il suddetto è anche educato, si stupirà di come, dopo 5 o 6 vasche, non sarà ancora costellato di lividi oblunghi. 
C'è però da insistere sul punto che se qualcuno si reca in piscina con le pinne, è probabile che di base non sia dotato di particolare empatia. E' altresì probabile anche che non abbia grandissime abilità natatorie, e che si diletti in attività tipo la rana pinnata. Spesso la pinna è corredata anche da maschera con tanto di tubo e dei famigerati guantini palmati, che, non si sa perché, spesso sono fatti di un materiale simile al tessuto uncinato su cui si attacca il velcro. Il compagno di corsia può contare su un servizio di massaggio thai plasticizzato di quelli super-mega-troppo energici alternato a scrub profondo (fino alla carne). 
Magari gli verrà in mente di interagire con il super accessoriato ponendogli quesiti tipo:
  • ma lo sa che la rana fa già male alle ginocchia di per sé? Intende distruggersele completamente mettendo pure le pinne? (evitando di aggiungere: come fa a permettersi ancora di fare simili stupidaggini alla sua età? Non ha già le ginocchia corrose dagli anni?)
  • ma chi glielo fa fare di lavare in doccia (manifestando un'altra volta scarsa empatia con gli altri) questo arsenale di attrezzature ogni volta? E poi come lo asciuga? Con i pochi phon messi a disposizione degli avventori?
Ma in realtà, l'homo pinnatus, questi quesiti non se li pone nemmeno. 
E non sa nemmeno di avere un compagno di corsia che vorrebbe porglieli, ha la maschera troppo appannata. 

venerdì 17 febbraio 2023

La rosa calpestata

Sono al semaforo in bici, e c'è un venditore di etnia non chiara, seduto esausto sul marciapiede, con una transenna tra le scapole, un mazzo di rose incartate una a una in grembo. Lo fisso, sì, perché sono una brutta persona di quelle che fissano ciò che attira la loro attenzione, e noto che ha un'espressione stanca, di quella stanchezza senza speranza, o così mi sembra. Sembra materializzarsi il suo pensiero: "speriamo che non diventi mai più rosso per le macchine", ma invece il semaforo, con puntualità bovina, diventa rosso, e lui si deve alzare, e si tira su un po' come si tirano su alcuni alunni quando li chiamo a venire alla lavagna, e, con la stessa pesantezza con cui maneggiano il pennarello, maneggia il mazzo di rose, tanto che una finisce per terra e lui, travolto dalla pesantezza ineluttabile dei movimenti periodici, la calpesta, e io, lì, in bici, gli dico: "E' caduta una rosa!" Non uso il "tu", ché Mattia Feltri in un suo "Buongiorno" su "La Stampa" qualche giorno fa diceva che è da razzisti dare del tu agli immigrati (in realtà questo personaggio, può essere di qualunque posto, anche di San Mauro torinese). Per Feltri, la dignità, gliela si attribuisce dando del "lei", ma io del "lei" non glielo do, perché, non so bene in base a cosa, mi sembra che non gli darei nessuna dignità nemmeno così. E così non gli do del nulla, mi tengo sul vago, ma, evidentemente, l'avevo intuito che con lui non ci sarebbe stato né "tu" né "lei" che valessero: mi guarda con gli occhi sbarrati del capriolo braccato dal leone, e sussurra un "Chiedo perdono". 
Ma non c'è nessun perdono da chiedere.
C'è solo da chinarsi, prendere la rosa, provare a venderla insieme alle altre ai guidatori spazientiti chiusi nelle loro scatolette fumose. 

mercoledì 15 febbraio 2023

Duro vs Zelensky


Ok che è passata quasi una settimana ed è tardi, ma ci tengo a dire che al festival di Sanremo c'era il mio comico preferito che è Angelo Duro, che, qualsiasi cosa dica, a me fa ridere. Ecco, vado su Yotube, guardo un suo video qualunque e rido. Ora, mi chiedo perché, invece, a Sanremo, non facesse ridere. Secondo me era una strategia. Perché non è possibile che uno che fa ridere (me) sempre, poi, al festival non faccia ridere (me e nemmeno la gente seduta là, a giudicare dalle facce). In ogni caso, ci tengo a precisare che lui non avrà fatto ridere, ma è andato in onda dieci minuti prima dell'una, mentre Zelensky, sarà che non fa proprio per nulla ma per nulla ridere, nemmeno nelle aspettative, è andato in onda ben più tardi. 

martedì 24 gennaio 2023

Essere in un racconto di Dino Buzzati

Come voi, miei numerosissimi affezionatissimi lettori saprete, sono una corritrice: corro da una vita e vi ho rallegrati con post correnti vari ed eventuali

In seguito a una caterva di distorsioni, si sono rarefatti sia i post sia la relativa corsa. 

Ormai convinta di essere destinata alla sedia a rotelle, mi reco dal luminare di chirurgia del piede della clinica privata famigeratissima, pensando che non sono mai andata al Combal.zero per non spendere la quantità di soldi che dispenserò oggi in mezz'ora scarsa. 
Armata fino ai denti di ecografie, risonanze e commenti apocalittici di tecnici vari sullo stato delle mie scheletriche e incurvate estremità, inclusa una bella artrosi, mi siedo davanti al luminare. Ha un aspetto da luminare, appunto: capelli bianchi, occhiali, camice rassicurante, scarpe eccentricamente colorate che sbucano dalla tenuta chirurgica. 
Mi chiede di raccontargli tutto, un po' come in "Dal medico" di Buzzati. Mi aspetto chiaramente che il suo verdetto sia: "Lei, signorina, è morta". 
Mentre mi fa tutti i controlli del caso, mi racconta ogni sua rilevazione, e parla un linguaggio a me totalmente sconosciuto, ma, per un effetto Babele, lo capisco. Un po' come ne "Il disco si posò" di Buzzati. 

Alla fine della visita non mi dice che sono morta. Mi dice che sono viva. Che ho le caviglie. Che ok, Uto Ughi suona uno Stradivari, il violino più figo che esista al mondo, ma anche lui, il violinista più figo che esista al mondo, si mettesse a suonare un violino da quattro soldi trovato al Balon o nella monnezza, ecco, suonerebbe di merda facendo stecche. Merda e figo non li dice, ma, nella traduzione istantanea dal suo linguaggio al mio, emergono con prepotenza questi due vocaboli poco acconci a contanta luminaria. 
Ecco, io sono nata con due violini da quattro soldi del Balon al posto dei piedi.

Non è decisamente una bella notizia. 
Però, diciamocelo, risale a 43 anni fa. Mica è un'ultim'ora. 
E poi ci sono persone che, qualunque cosa ti dicano, in qualunque linguaggio, ti ben dispongono. Sono sempre più rare, in questa società che credevamo post-apocalittica ma potrebbe anche essere, a ben vedere, semplicemente pre-apocalittica. Il luminare è una di quelle rare persone: è degno di un racconto di Buzzati; anzi, quando sei con lui, sei IN un racconto di Buzzati.

E in questo racconto, quando giunge il momento del congedo, il luminare non scrive al PC come qualsiasi medico. Il luminare chiama la segretaria, che si avvicina con pachiermica andatura, per affossarsi davanti alla tastiera. Il luminare, girovagando in tondo per lo studio, detta nel suo linguaggio, e la segretaria, mentre lo sforzo del digitare svela parzialmente un enorme tatuaggio sul tricipite pendulo e depilato, traduce per iscritto. La voce si dipana ipnotica nell'aria. Mi lascio affabulare dalle lettere che compaiono sul monitor. La specificità di ciò che si materializza con stenografica velocità non maschera ai miei occhi alcuni errori di battitura e meravigliose contorsioni lessicali, esse stesse fonte di quella magica e semplice ilarità che il luminare sprigiona inconsapevolmente. 
Alla fine della battitura, si passa al rito della rilettura critica. Cullata dalla fiaba del momento, non riesco a non far notare che "mancanza di assenza di stabilità della caviglia" mi fa abbastanza ridere. Lui, riconoscendo che non suona bene, ridetta: "mancanza di deficit nella stabilità della caviglia". Rido sotto la mascherina: il termine "presenza" è evidentemente "La parola proibita" della Città dei Luminari. 
E io l'ho beccata.

Pago la segretaria.
Pago tanto.

Esco, inconsapevolmente felice.
Pedalo per la città con il sorriso che allevia la gravità delle mie caviglie: del resto, per la fantasia e i pedali, non servono caviglie stradivari. 

venerdì 13 gennaio 2023

Il sapone sapone

In questi anni di virus continui è accaduto qualcosa di inaspettato e contrario alla logica: il sapone non faceva più figo. Ha iniziato a combattere contro la concorrenza dei gel igienizzanti, che con il loro nome rassicurante hanno sbaragliato la cara vecchia saponetta, inquietantemente accarezzata da una promiscuità di mani, e anche il tradizionale sapone liquido, quello su cui c'era scritto, appunto, solo sapone liquido. Pur avendo apparentemente un'identità più igienica della saponetta, mancava l'aggettivo salvifico.

Ma a questo punto nasce spontanea una domanda: qual era l'antica funzione del sapone, inclusa la sua versione solida, se non igienizzare? Il fatto che qualsiasi saponetta, anche quella lercia, rigata di nero, incollata a una portasaponetta di plastica ingiallita dal tempo, che si trova nei peggiori bagni delle più malfamate piole elimini la quasi totalità dei virus, se strofinata su tutta la superficie delle mani per 20 secondi almeno, non interessa al pubblico. 
Il pubblico è sensibile alla parola. 
E la parola è

 IGIENIZZANTE. 

Sulla saponetta si potrebbe incidere, ma durerebbe poco. 
Sul sapone liquido, invece si può scrivere, con tanto di croce rossa o verde che accende gli istinti crocerossini, che fanno sempre audience.
E così, anche se tutte le saponette e tutti i saponi liquidi sono per loro ruolo igienizzanti, perché rendono le mani e qualsiasi altra parte del corpo strofinino con la sufficiente energia libere dalla maggior parte dei virus, se non c'è scritto l'aggettivo magico non piacciono. 

Forse è per questo che il Ministero della semplificazione ha avuto vita breve, declassato ad agenda di cui non parla più anima viva: alla gente piace complicarsi la vita, aggiungere aggettivi altisonanti, sinonimi di quelle semplici parole che già di per sé significano tutto il necessario. 
E così la pandemia di covid ha lasciato uno strascico di saponi igienizzanti, anche perché chiamarli saponi saponi sarebbe stato palesemente e non subdolamente pleonastico. 
Il pubblico vuole il pleonasmo complicato, quello che non capisce, gli piace fregarsi da solo e compiacersi da solo della propria subdola fregatura.