lunedì 27 febbraio 2023
venerdì 17 febbraio 2023
La rosa calpestata
Sono al semaforo in bici, e c'è un venditore di etnia non chiara, seduto esausto sul marciapiede, con una transenna tra le scapole, un mazzo di rose incartate una a una in grembo. Lo fisso, sì, perché sono una brutta persona di quelle che fissano ciò che attira la loro attenzione, e noto che ha un'espressione stanca, di quella stanchezza senza speranza, o così mi sembra. Sembra materializzarsi il suo pensiero: "speriamo che non diventi mai più rosso per le macchine", ma invece il semaforo, con puntualità bovina, diventa rosso, e lui si deve alzare, e si tira su un po' come si tirano su alcuni alunni quando li chiamo a venire alla lavagna, e, con la stessa pesantezza con cui maneggiano il pennarello, maneggia il mazzo di rose, tanto che una finisce per terra e lui, travolto dalla pesantezza ineluttabile dei movimenti periodici, la calpesta, e io, lì, in bici, gli dico: "E' caduta una rosa!" Non uso il "tu", ché Mattia Feltri in un suo "Buongiorno" su "La Stampa" qualche giorno fa diceva che è da razzisti dare del tu agli immigrati (in realtà questo personaggio, può essere di qualunque posto, anche di San Mauro torinese). Per Feltri, la dignità, gliela si attribuisce dando del "lei", ma io del "lei" non glielo do, perché, non so bene in base a cosa, mi sembra che non gli darei nessuna dignità nemmeno così. E così non gli do del nulla, mi tengo sul vago, ma, evidentemente, l'avevo intuito che con lui non ci sarebbe stato né "tu" né "lei" che valessero: mi guarda con gli occhi sbarrati del capriolo braccato dal leone, e sussurra un "Chiedo perdono".
Ma non c'è nessun perdono da chiedere.
C'è solo da chinarsi, prendere la rosa, provare a venderla insieme alle altre ai guidatori spazientiti chiusi nelle loro scatolette fumose.
mercoledì 15 febbraio 2023
Duro vs Zelensky
Ok che è passata quasi una settimana ed è tardi, ma ci tengo a dire che al festival di Sanremo c'era il mio comico preferito che è Angelo Duro, che, qualsiasi cosa dica, a me fa ridere. Ecco, vado su Yotube, guardo un suo video qualunque e rido. Ora, mi chiedo perché, invece, a Sanremo, non facesse ridere. Secondo me era una strategia. Perché non è possibile che uno che fa ridere (me) sempre, poi, al festival non faccia ridere (me e nemmeno la gente seduta là, a giudicare dalle facce). In ogni caso, ci tengo a precisare che lui non avrà fatto ridere, ma è andato in onda dieci minuti prima dell'una, mentre Zelensky, sarà che non fa proprio per nulla ma per nulla ridere, nemmeno nelle aspettative, è andato in onda ben più tardi.
martedì 24 gennaio 2023
Essere in un racconto di Dino Buzzati
Come voi, miei numerosissimi affezionatissimi lettori saprete, sono una corritrice: corro da una vita e vi ho rallegrati con post correnti vari ed eventuali.
In seguito a una caterva di distorsioni, si sono rarefatti sia i post sia la relativa corsa.
Ormai convinta di essere destinata alla sedia a rotelle, mi reco dal luminare di chirurgia del piede della clinica privata famigeratissima, pensando che non sono mai andata al Combal.zero per non spendere la quantità di soldi che dispenserò oggi in mezz'ora scarsa.
Armata fino ai denti di ecografie, risonanze e commenti apocalittici di tecnici vari sullo stato delle mie scheletriche e incurvate estremità, inclusa una bella artrosi, mi siedo davanti al luminare. Ha un aspetto da luminare, appunto: capelli bianchi, occhiali, camice rassicurante, scarpe eccentricamente colorate che sbucano dalla tenuta chirurgica.
Mi chiede di raccontargli tutto, un po' come in "Dal medico" di Buzzati. Mi aspetto chiaramente che il suo verdetto sia: "Lei, signorina, è morta".
Mentre mi fa tutti i controlli del caso, mi racconta ogni sua rilevazione, e parla un linguaggio a me totalmente sconosciuto, ma, per un effetto Babele, lo capisco. Un po' come ne "Il disco si posò" di Buzzati.
Alla fine della visita non mi dice che sono morta. Mi dice che sono viva. Che ho le caviglie. Che ok, Uto Ughi suona uno Stradivari, il violino più figo che esista al mondo, ma anche lui, il violinista più figo che esista al mondo, si mettesse a suonare un violino da quattro soldi trovato al Balon o nella monnezza, ecco, suonerebbe di merda facendo stecche. Merda e figo non li dice, ma, nella traduzione istantanea dal suo linguaggio al mio, emergono con prepotenza questi due vocaboli poco acconci a contanta luminaria.
Ecco, io sono nata con due violini da quattro soldi del Balon al posto dei piedi.
Non è decisamente una bella notizia.
Però, diciamocelo, risale a 43 anni fa. Mica è un'ultim'ora.
E poi ci sono persone che, qualunque cosa ti dicano, in qualunque linguaggio, ti ben dispongono. Sono sempre più rare, in questa società che credevamo post-apocalittica ma potrebbe anche essere, a ben vedere, semplicemente pre-apocalittica. Il luminare è una di quelle rare persone: è degno di un racconto di Buzzati; anzi, quando sei con lui, sei IN un racconto di Buzzati.
E in questo racconto, quando giunge il momento del congedo, il luminare non scrive al PC come qualsiasi medico. Il luminare chiama la segretaria, che si avvicina con pachiermica andatura, per affossarsi davanti alla tastiera. Il luminare, girovagando in tondo per lo studio, detta nel suo linguaggio, e la segretaria, mentre lo sforzo del digitare svela parzialmente un enorme tatuaggio sul tricipite pendulo e depilato, traduce per iscritto. La voce si dipana ipnotica nell'aria. Mi lascio affabulare dalle lettere che compaiono sul monitor. La specificità di ciò che si materializza con stenografica velocità non maschera ai miei occhi alcuni errori di battitura e meravigliose contorsioni lessicali, esse stesse fonte di quella magica e semplice ilarità che il luminare sprigiona inconsapevolmente.
Alla fine della battitura, si passa al rito della rilettura critica. Cullata dalla fiaba del momento, non riesco a non far notare che "mancanza di assenza di stabilità della caviglia" mi fa abbastanza ridere. Lui, riconoscendo che non suona bene, ridetta: "mancanza di deficit nella stabilità della caviglia". Rido sotto la mascherina: il termine "presenza" è evidentemente "La parola proibita" della Città dei Luminari.
E io l'ho beccata.
Pago la segretaria.
Pago tanto.
Esco, inconsapevolmente felice.
Pedalo per la città con il sorriso che allevia la gravità delle mie caviglie: del resto, per la fantasia e i pedali, non servono caviglie stradivari.
venerdì 13 gennaio 2023
Il sapone sapone
In questi anni di virus continui è accaduto qualcosa di inaspettato e contrario alla logica: il sapone non faceva più figo. Ha iniziato a combattere contro la concorrenza dei gel igienizzanti, che con il loro nome rassicurante hanno sbaragliato la cara vecchia saponetta, inquietantemente accarezzata da una promiscuità di mani, e anche il tradizionale sapone liquido, quello su cui c'era scritto, appunto, solo sapone liquido. Pur avendo apparentemente un'identità più igienica della saponetta, mancava l'aggettivo salvifico.
Ma a questo punto nasce spontanea una domanda: qual era l'antica funzione del sapone, inclusa la sua versione solida, se non igienizzare? Il fatto che qualsiasi saponetta, anche quella lercia, rigata di nero, incollata a una portasaponetta di plastica ingiallita dal tempo, che si trova nei peggiori bagni delle più malfamate piole elimini la quasi totalità dei virus, se strofinata su tutta la superficie delle mani per 20 secondi almeno, non interessa al pubblico.
Il pubblico è sensibile alla parola.
E la parola è
IGIENIZZANTE.
Sulla saponetta si potrebbe incidere, ma durerebbe poco.
Sul sapone liquido, invece si può scrivere, con tanto di croce rossa o verde che accende gli istinti crocerossini, che fanno sempre audience.
E così, anche se tutte le saponette e tutti i saponi liquidi sono per loro ruolo igienizzanti, perché rendono le mani e qualsiasi altra parte del corpo strofinino con la sufficiente energia libere dalla maggior parte dei virus, se non c'è scritto l'aggettivo magico non piacciono.
Forse è per questo che il Ministero della semplificazione ha avuto vita breve, declassato ad agenda di cui non parla più anima viva: alla gente piace complicarsi la vita, aggiungere aggettivi altisonanti, sinonimi di quelle semplici parole che già di per sé significano tutto il necessario.
E così la pandemia di covid ha lasciato uno strascico di saponi igienizzanti, anche perché chiamarli saponi saponi sarebbe stato palesemente e non subdolamente pleonastico.
Il pubblico vuole il pleonasmo complicato, quello che non capisce, gli piace fregarsi da solo e compiacersi da solo della propria subdola fregatura.
martedì 13 dicembre 2022
SoSN: il malfare all'italana
Lo schemino qui sopra, l'ho preso da un Data room della Gabanelli, questo.
Si evince chiaramente che si spende sempre meno per la sanità in Italia, e comunque in modo non sufficiente a coprire le esigenze di tutti. E fin qui nulla di nuovo.
Aggiungiamo che negli ultimi anni l'attenzione si è per forza di cose concentrata sul COVID, a ragione, vista la situazione notevolmente emergenziale che emerge da questa immagine:
Se si fanno due conti grossolani, si può dedurre quello che si constata con mano solo se si decide di prenotare una visita qualunque con il SSN. Tutti i soldi, già scarsi, sono stati spesi per il COVID, e adesso, tra tagli e spese, la situazione è tangibilmente simile a quella di qualcuno di quei Paesi che, se ci vai, ti consigliano tutti di farti una bella assicurazione sanitaria.
Ti fai fare la ricetta dal tuo medico di base, burocrate che se sei fortunato se ti risponde al telefono o, se proprio sei fortunatissimo, alla mail. Nel caso in cui si tratti di dottore non informaticizzato, ti addentri in una serie concatenata di meandri pieni di code di gente malata che se avevi bisogno di una visita al loro inizio, alla fine te ne servono dieci.
Torni a casa e ti connetti a Sistemapiemonte o chiami il CUP al telefono, memore delle vergognose attese di un mese o due dei tempi precovid. Superi i vari livelli stile videogioco, e, se non incorri nel game over, che ti fa ricominciare il percorso da capo, ti trovi di fronte alla panoramica dei posti disponibili per la prenotazione. In una grande maggioranza di casi, anche con ricetta urgente, la prenotazione è disponibile: MAI. In caso di grande fortuna, si può trovare un posto in un comune diverso, ad orari assurdi, con un'attesa dai 6 mesi a oltre un anno.
Ora, sorge spontanea la domanda: a che serve? Tra sei mesi-un anno sarò morto, malato cronicizzato o guarito.
Che fare quindi?
Evitiamo di pensare che si debba fare un'assicurazione sanitaria privata - pagare centinaia di € privatamente - emigrare negli USA che tanto qui ormai è uguale ma facciamo finta di avere un welfare.
Continuiamo a far finta di crederci, poco ma almeno un po', nel welfare: se si decide per questa opzione, la cosa migliore è prenotare visite a specialisti a caso per i propri punti deboli quando non si sta ancora male, in modo che, con un po' di fortuna, servano proprio nel momento giusto.
E' come un terno al lotto.
La differenza è che non si vince niente.
domenica 20 novembre 2022
Bitta blue e il francese
C'è un sito che sfida la creatività di chi scrive con una serie di sfide-gioco.
Ora, i suoi creatori hanno ideato una metafora poetica, pensando a una barca, magari a vela, che parte, snodando la corda che la lega a una bitta blu.
Cos'è una bitta?
Eccola qua:
Il concetto è che una barca non possa stare sempre ormeggiata, seppur sicura, perché è fatta per andare in mare. E in mare incontra vincoli ed ostacoli, che sono rappresentati da temi, parole, limiti di tempo: 72 ore per scrivere un racconto con un tema, un argomento, tre parole da utilizzare che sono metaforicamente le boe.
Un esercizio creativo ed interessante.
A Cuneo si svolge oggi l'ultimo giorno di Scrittorincittà. Ai creatori del sito è venuto in mente di creare non uno ma due giochi a tema "Scrittorincittà". Non mi è dato di sapere se si tratti di cuneesi o di persone provenienti da qualche altro luogo, ma sono pronta a scommettere che non conoscano il francese, aspetto di per sé irrilevante per gestire un sito letterario italiano.
Cuneo, però, si trova pericolosamente vicino al confine francese. Ciò fa sì che molte persone parlino bene questa lingua.
Si dà il caso che, analogamente a questa situazione, c'è poco da fare, ma se qualcuno che bazzica spesso la Francia legge "bitta", complice il fatto che non sia una parola molto diffusa in Italia, immediatamente avverte l'assonanza con il termine "bite".
Ma non finisce qui: se qualcuno, oltre a bazzicare il francese, ricorda questa pubblicità, les jeux sont faits, rien ve va plus:
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