venerdì 22 gennaio 2016
Muse
No, questo non è un post sul famoso gruppo alternative rock britannico.
E' un post sulle divinità greche ispiratrici delle arti, che poi per antonomasia sono diventate qualsiasi evento, persona, oggetto, pensiero scatenante dell'ispirazione.
Uno è lì che vive immerso nella più temibile e devastante causa di morte in vita, la NOIA, che fagocita qualsiasi estro, e si presenta prima o poi alle porte di tutti, e ormai pensa che sia successo qualcosa di inevitabile. Che i neuroni siano fioccati giù dal proprio cervello come forfora, con la differenza che il cuoio capelluto si ricrea e quelli no. Uno si convince che la degenerazione sia ineluttabile, e non crede nemmeno di essere annoiato, o poco stimolato. Si assuefà alle situazioni in cui vive, si crea riferimenti in base a ciò che lo circonda. Il mondo diventa un insieme di quei riferimenti e si dimentica il passato, quando, non si sa come, non si sa perché, si era zeppi di idee e non si vedeva l'ora di estrinsecarle.
La creazione diventa un lavoro.
Poi, ad un certo punto, ecco che arriva la Musa.
Forse era andata a farsi un vacanza, forse era impegnata con altri.
Forse la sua assenza era stata così lunga che la si era scordata.
Invece torna,
sotto forma di oggetto, pensiero, sogno, persona, idea, istante,
e ci coglie.
E' un interruttore che viene acceso all'improvviso: di colpo ci si ritrova di nuovo presenti a se stessi, come dopo una giornata di vento che rende tutto sclent e lusent.
E allora si scopre che i neuroni ancora sono in buona parte lì,
e che non si può fare altro che assecondare quest'epifania,
sperando che non sfumi,
sapendo che sfumerà,
e che l'unica cosa che si può fare
è
fare ingorde scorte.
mercoledì 20 gennaio 2016
Fiuto da segugio
Quando si ha un'automobile, si sa, son costi.
Non solo per comprarla, ma anche per mantenerla.
Il paradosso è che più si allontana il momento della prima spesa, più le ultime aumentano.
E così ci si ritrova con un catorcio bozzolato che va avanti per miracolo inondando le strade di un nuvolone nero e fuligginoso, ma si spende ogni anno una cifra che a fare la somma degli ultimi tagliandi si sarebbe potuta comprare un'auto nuova.
Ma l'affezione è una brutta bestia. Si pensa alle avventure vissute con quella macchina, a tutte le opportunità derivanti dalle volte in cui ci ha abbandonati in autostrada in mezzo a un deserto, o a quando si è fermata sulle rotaie del tram in arrivo, o si è spenta irrimediabilmente su un attraversamento ferroviario. Si torna con la mente a quelle giornate di primavera in cui ogni km ci si fermava per versare acqua nel radiatore fumante, al primo scasso subito, al primo specchietto rotto poi sostituito con un altro dello sfasciacarrozze di improbabile abbinamento cromatico. Si pensa a tutto ciò e si decide che la propria auto è una della famiglia e che va tenuta, costi quel che costi. Se però costa meno è meglio.
Proprio per questo ci si mette, succubi della pubblicità, su segugio.it, a cercare di risparmiare almeno sull'assicurazione. Dopo un po' di smanettamento, si ottiene la classifica dalla meno alla più cara.
Per risparmiare tocca prendere l'assicurazione con il gps.
Figata, meglio guidi meno spendi.
Non importa che con quella senza gps uno spenda 30 € in meno, ormai è galvanizzato dal risparmio a tutti i costi.
E così il suo puntatore del mouse va a selezionare quell'opzione.
Subito dopo aver pagato scopre che dovrà investire un pomeriggio per andare a far installare il gps da un'autofficina. Effettivamente l'ftp assicurazione-cofano dell'automobile non è ancora stato inventato.
Dopodiché, inizia la sua vita automobilistica con il gps.
Se è uno che non usa mai la macchina e la lascia abbandonata e raminga sul ciglio di una strada per mesi, la prima volta che ne avrà bisogno scoprirà che la batteria sarà andata. Se ne dovrà comprare un'altra, spendendo molto di più di quanto non pagasse per la vecchia assicurazione. In più, dovrà prendersi cura della batteria nuova, andando a trovare l'automobile più di quanto non faccia con gli amici e accendendone il motore ogni 2 settimane almeno. Una schiavitù. Il tutto per 30 € in meno. Ah no, scherzavo: 170 in più.
Se invece è uno che usa sempre la macchina, non gli si abbatterà la batteria, ma il morale. Mensilmente, infatti, l'assicurazione invia gli indicatori di come guida. Solitamente, più tempo si passa in automobile, più cavolate si fanno. Gli indicatori colano a picco, riducendo sensibilmente lo sconto sul prossimo rinnovo.
Il gps, poi, non è solo una rottura da montare, è anche e soprattutto un occhio invisibile che ti segue ovunque tu vada, qualsiasi velocità segni il tuo tachimetro e qualunque cosa tu faccia (in macchina). Il che significa che lui SAPRA'.
Saprà dove sarai, saprà quali effrazioni avrai fatto, saprà che incidenti avrai avuto.
Loro dicono che così si definisce meglio la colpa in caso di incidenti:e tutto sommato, se si è dei buoni oratori (e dei pessimi guidatori) potrebbe non essere proprio ottimale.
Loro dicono che così se rubano il veicolo si può controllare dov'è finito e recuperarlo.
Loro, però, non dicono che potranno seguirti ovunque tu vada, cosa di cui magari non ti fregherà nulla, a meno che tu non sia una spia del kgb, ma in tal caso dubito che ti installi un'assicurazione con il gps.
Loro non ti dicono che stanno aspettando che la gente, vittima della lobotomizzazione da segugio.it, si converta tutta all'assicurazione gps, per poi collegare direttamente le centrali della Polizia di Stato con le automobili dei cittadini e seppellirli di multe ad ogni minimo sgarro, foss'anche quando si va al palazzetto a fare i freni a mano.
Fantascienza?
Lesione della privacy?
Ma figurarsi.
sabato 16 gennaio 2016
Flagello urbano
C'è un flagello dei ciclisti che si aggira per le città indisturbato, anzi pure incentivato.
Il flagello, infatti, dovrebbe concorrere alla riduzione dell'inquinamento, tanto che, ultimamente, è pure diventato gratuito in derte giornate particolarmente grigie.
Nessuno tiene conto del fatto che il suddetto salverà forse polmoni ma è una vera minaccia per il ciclista, che, anche lui, salva polmoni (altrui), soprattutto se affiancato da numerosi suoi simili.
Il pedalatore urbano, però, oltre a condannare i suoi, di polmoni, rischia proprio tutti gli organi.
Uno dei maggiori stakeholders della sua morte è appunto il flagello autobus.
Sei lì che pedali tranquillo, limitandoti a scansare pedoni per cui se sei silenzioso non esisti, automobili, altri ciclisti del Tobike, quando ecco che incombe dietro di te il ben noto rombo. Continui a pedalare, girandoti ogni tanto per vedere il serpentone snodato il cui muso quadrato si avvicina inesorabilmente. Inesorabilmente ma lentamente, dato che tu e lui, ed è questo il flagello, andate più o meno alla stessa velocità. Infatti l'incombenza retrostante è più rara rispetto alla svolta flagellante, consistente nell'immettersi in una strada che si deve percorrere lungamente e obbligatoriamente nello stesso istante in cui sta passando LUI.
Nel primo caso, si inizia subito con il trauma del sorpasso.
Vedi un ammasso di gente schiacciata contro i vetri seduta e in piedi in un tetris umano di bacilli volanti e sudori misti.
Il conglomerato di carne e lamiera ti passa sulla sinistra; man mano che finisce il sorpasso, ti chiude tra lui e il marciapiedi, finché il tuo manubrio non si trova a un millimetro dalla sua fiancata, finché non vedi distintamente i punti neri del naso dei passeggeri.
Il gas di scarico del lombrico gigante a sezione quadrata, valevole per la sommatoria di quelli dei potenziali mezzi di trasporto privati di ogni suo utente, ti stordisce le narici e ti offusca i pensieri.
Relativizzato dal gas, il tuo cervello inizia a elaborare che tutto sommato è un buon giorno per morire. Spesso, ma non sempre, però, non è quello il buon giorno, perché l'autobus finisce il sorpasso inchiodando sulla fermata.
Ti tocca superarlo, ma dopo pochi secondi te lo ritrovi dietro.
Cerchi di fuggire, evitando le rotaie del tram che si intersecano a disegnare un centrino di ferro in cui ti devi destreggiare per attraversare ogni binario perpendicolarmente. Mentre fai equilibrismi di raro virtuosismo, il rombo si avvicina, e ti ritrovi nella stessa situazione di prima, con l'autobus che ti chiude, le rotaie che pongono il veto su una serie di direzioni e i punti neri dei passeggeri così vicini che se non ci fossero i vetri potresti anche scoppiarli, mollando il manubrio in un'esibizione di acrobazia urbana senza pari e sparandoti in faccia lapilli di pus bianco,
tanto per oscurarti la vista
e vivere quel momento obbligatoriamente reiterato
in
un
candido
oblìo.
lunedì 11 gennaio 2016
Identità linguistico-cittadine
In Marocco le lingue ufficiali sono l'arabo e il tamazight, che è il berbero, strano mix di francese, arabo e piemontese (secondo la mia modesta opinione).
E' però risaputo che gran parte dei marocchini parli francese.
Talmente risaputo che se uno va in Marocco e si rivolge a qualcuno in francese gli viene risposto invariabilmente in inglese o in arabo. Insistendo molto, poi, ci si sente rispondere in francese. Chissà da dove deriva questo essere restii a confessare di conoscere questa lingua, pertanto ritenuta elegante e raffinata.
Andiamo ad analizzarne le ragioni partendo da una delle famose città imperiali, dove il fenomeno di negazione del francese è più massiccio.
Fès.
La pronuncia è identica a quella del francese fesse, che sta a indicare quelle parti posteriori su cui ci si siede e che in palestra vengono definite natiche dagli istruttori che vorrebbero sempre farle tonificare ai poveri clienti (facendo fare loro un culo così a furia di esercizi, soprattutto in questo periodo post-natalizio).
Ora, è ovvio che se quasi tutti a Fès conoscessero il francese non avrebbero piacere di vivere in una città il cui nome ricorda quello delle chiappe. E' un po' come essere clienti di in un supermercato che si chiama cojonazzo. E così, si fregiano di parlare inglese, dove il nome ha assonanza con face, che vuol dire faccia.
Sotto sotto, però, inconfessabilmente, molti sanno anche il francese, ma non amano rivelarlo, per evitare che si palesi l'identità Fès-fesse-face, da cui si potrebbe dedurre che abbiano la face come le fesse.
venerdì 1 gennaio 2016
lunedì 28 dicembre 2015
La lista dei (non) desideri
Quando si diventa tante volte single dopo essere stati altrettante volte double, arriva un momento in cui si iniziano a fare delle pianificazioni che manco la NASA.
C'è chi giunge alla conclusione che sia il caso di elaborare una lista dei desiderata. Alcuni lo fanno a mente, altri addirittura per iscritto.
Non è ben chiaro se l'idea dell'elenco nasca in tenera età, nel momento in cui si snocciolano i regali che si vorrebbero da Babbo Natale o Gesù bambino, o se sgorghi in insane menti adulte naturalmente, oppure ancora coadiuvato da studi pseudoscientifici che portano a miracoli della scienza umana quali Meetic Affinity, che, per giustificare l'ingiustificabile costo mensile, sfinisce di domande gli incauti clienti potenziali.
In ogni caso, l'idea della lista nasce.
Nell'elaborare questo elenco, si tende a frasi del tipo: non deve avere la pancia, non deve essere pelato/a, non deve essere piatta (lei) o avere le tette (lui), non deve essere bassa/o o alta/o, non deve essere cesso/a, non deve essere nerd (sezione edonistica), non deve essere musulmano/a, non deve essere mormone/a, non deve essere avventista del settimo giorno, non deve essere ateo/a, non deve essere agnostico/a, non deve essere cattolico/a, non deve essere buddista (sezione religiosa), non deve essere fidanzato/a, non deve essere sposato/a (sezione morale), non deve fare teatro, non deve posare per quadri di nudo, non deve essere fanatico/a di arrampicata, non deve fare lavori fastidiosi tipo il gigolò o la prostituta (sezione egoistico-possessiva), non deve essere di destra, non deve essere di sinistra, non deve essere di centro (sezione politica), non deve essere scemo/a, non deve essere troppo furbo/a (sezione psicointellogica, lunghissima) ecc ecc ecc.
Insomma, si ha una chiarissima idea di quello che non si vuole, molto più raramente di quello che si vuole.
E anche quando invece si avesse una chiara idea, e si scrivesse o pensasse l'elenco in positivo invece che in negativo, per poi trovare qualcuno perfettamente corrispondente ai requisiti, ci si ritroverebbe di fronte a un Frankenstein a proprio uso e consumo (che poi magari non si vorrebbe più né usare né consumare). Da piccola mi leggevano molte fiabe, e ce n'era una in cui un principe incontrava una strega che gli permetteva di assemblare la sua principessa ideale. Lui metteva insieme gli occhi di una, le gambe di un'altra, i capelli di un'altra ancora, per ottenere poi un collage che a vederlo gli veniva l'orticaria. Quindi scappava con un'altra non assemblata da lui che, guarda caso, gli capitava lì proprio al momento giusto. A parte che mi sto chiedendo se sta fiaba esista davvero o se la sia inventata la mia mente già gravemente contorta in giovine età, ci si domanda se sia vero che "l'amore e la seduzione sono al contempo le cose più inconsapevoli e più razionali che ci siano".
Forse siamo noi che vogliamo razionalizzare sempre l'irrazionalizzabile, e invece, tanto vale stracciare le liste fisiche, lobotomizzare la parte del cervello con quelle mentali, e starsene tranquilli e senza pensieri, ad aspettare che i feromoni e l'istinto e qualcos'altro di non identificabile-definibile-riconoscibile facciano il loro lavoro e che ci ritroviamo così.
venerdì 25 dicembre 2015
Natale
“Il Natale di quell’anno fu la festa dell’Inferno piuttosto che del Vangelo. Le botteghe vuote e prive di luce, la cioccolata finta o le scatole vuote nelle vetrine, i tram carichi di facce scure, nulla ricordava i Natali trascorsi. Nella festa in cui tutti, ricchi o poveri, una volta si riunivano, non c’era posto se non per alcuni godimenti solitari e vergognosi che certi privilegiati si procuravano a peso d’oro, in fondo a un sudicio retrobottega. Le chiese erano piene di lamenti piuttosto che d’atti grazia. Nella città tetra e gelata alcuni ragazzi correvano, ancora ignari di quanto li minacciava. Ma nessuno osava annunciargli il dio d’una volta, carico d’offerte, vecchio come il dolore umano, ma nuovo come la giovane speranza, la stessa che impedisce agli uomini di lasciarsi andare alla morte, e che non è se non semplice ostinazione a vivere. [...]
[...] davanti a una bottega di Natale,[...] pensava [...] che un mondo senz’amore è come un mondo morto e che viene sempre l’ora in cui ci si stanca delle prigioni, e tutto quello che si desidera è un volto caldo e lo stupore di un cuore innamorato”.
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