LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

domenica 22 marzo 2020

Incomprensione


Non vai mai a correre.
E ti dicono tutti che dovresti andare a correre.

Ti metti ad andare a correre.
E ti dicono tutti che dovresti non andare a correre.

Si decidessero.

giovedì 19 marzo 2020

L'incoronazione dell'uomo

Ci sono degli aspetti della mente umana che mi risultano molto oscuri, anche alla luce di questa coronanovità.

Siamo tutti tappati in casa e si può solo uscire per lavorare, curarsi, fare la spesa, una rapida attività motoria nei pressi di casa.

Vi parlo delle mie due esperienze di uscita di casa: la spesa al supermercato e la rapida attività motoria.

SUPERMERCATO

Coda di mezz'ora a due metri l'uno dall'altro. Considerando ogni persona in media spessa 50 cm, per una coda di quaranta persone serve un chilometro. Se qualcuno prova a parlare con qualcun altro viene fulminato per la probabilità che qualche gocciolina di saliva raggiunga i vicini. Tutti con le cuffie nelle orecchie e il cellulare davanti alla faccia. A parte quelli che non lo hanno manco portato per evitare di contaminarlo (pochi: si sa, le priorità della vita portano a scelte dolorose).
All'ingresso un omino bardato da NAS consegna guanti e amuchina per disinfettarsi tutti. Prossimamente tutti i bar ormai chiusi doneranno ai supermercati i loro irroratori di vapore acqueo: questi saranno posti sopra gli ingressi dei supermercati e sarà obbligatoria la doccia sotto una nebbia tropicale di acqua e amuchina. Nell'attesa, però, l'amuchina uno se la dà da solo con lo spruzzino che tutti hanno toccato. E poi prova invano a disinfettare il suo stesso manico con l'amuchina che eroga. Una versione coronata del provare a leccarsi un gomito. Che in questo frangente sarebbe più sconveniente che scorreggiare. Nelle note del librone delle osservazioni, non fosse che fa paura toccare la biro, si potrebbe consigliare di mettere un'amuchina per disinfettare la confezione di amuchina. E avanti così. Robe che la coda diventerebbe di 5 km.
Armati di guanti, si procede al secondo step: l'altra amuchina per disinfettare il cestino o il carrello con il rotolone di carta. Ci si mette, credendoci, a pulire cestini con depositi geologici di sedimenti di ogni tipo sul fondo.
Dopo un quarto d'ora ci si inoltra tra i lineari, rendendosi conto che a questo punto, con i guanti, ok, si dovranno TOCCARE oggetti potenzialmente toccati o tossiti o starnutiti da gente POSITIVA. Si inizia con disgusto a prendere gli oggetti necessari e a buttarli nel cestino. Per le verdure, si mettono i guanti con i buchini sopra quelli di lattice, creando uno sgradevole attrito ma sentendosi un po' più protetti.
Nell'intento di non infettarsi toccando gli oggetti, si dimentica ogni prudenza nella distanza dalle altre persone, tutte intente anch'esse con i beni. Ci si ritrova così a un mm da un altro cliente, concentratissimo pure lui. Poi ci si accorge e si fa un salto di due metri per allontanarsi. Atterrando in braccio a un altro cliente.
Non è difficile che questo accada, in quanto i supermercati sono affollatissimi di vecchietti ultrasettantenni che per passare il tempo si introducono nei punti vendita e si aggirano per tre ore al fine di comprare una busta di prosciutto. Poi vanno a casa, posano il prosciutto, e tornano al supermercato per prendere una confezione di sottilette. E avanti così dal mattino alla sera.
Si arriva alla cassa cercando di respirare il meno possibile e di fare la spesa velocissimo.
La coda prevede un metro tra una persona e l'altra. Per prudenza si sta a due metri da quello davanti.
Poi si sente un venticello tiepido sul collo. per un secondo si immaginano scene tropicali, ci si pensa su una sdraio alle Hawaii, ma no. E' il fiato del vecchietto con la busta di prosciutto che si è incollato a 1 mm da noi.
In cassa, il cassiere tocca tutti i prodotti, dopo aver toccato prodotti per tutta la giornata. Li si mette nelle borse portate da casa, con immensa paura. Al momento del pagamento si toglie un guanto per immettere una mano ancora pulita nel portafogli e pagare rigorosamente con il contact less. Ma dato che si è comprata troppa roba, la spesa supera i 25 € e tocca digitare il codice. Lo si fa con la mano ancora guantata. Indi, una volta rimesso il tutto in borsa con la mano sguantata, si sfila il guanto residuo e si esce dal supermercato con enorme sollievo.
Per non toccare nulla, ci si è recati al supermercato vicino a piedi, dando calci alle porte. All'andata 1 km è vicino.
Il ritorno con quattro borse cariche da non appoggiare mai a terra, sempre di 1 km, ricorda la traversata delle Ande.
Per non parlare di aprire il portoncino d'ingresso alle scale con chiavi e piedi, senza posare mai le borse appese.
Poi la salita delle scale, perché i bottoni e le maniglie dell'ascensore sono pericolosi.
A casa, finalmente, si posano tutte le borse.
E' fatta.
Più o meno.
Resta solo da lavarsi le mani.
Disinfettare ogni singolo prodotto acquistato.
Fare una doccia di mezz'ora fregandosi tutto il corpo con le stesse indicazioni che per il lavaggio delle mani.
Uscire con la pelle tutta irritata nei punti sensibili, vestirsi con abiti puliti dopo aver bruciato quelli che si erano usati per la spesa.
Riporre la merce in frigo e in dispensa.
Accorgersi che si è dimenticata un sacco di roba.
Accorgersi che si può fare a meno di un sacco di roba.
Tempo impiegato: 3 ore
Anni di vita persi: 10

USCITA PER ATTIVITA' MOTORIA (mezz'ora massimo)

Uscita con abbigliamento palesemente da attività motoria: tutto super fosforescente e catarinfrangente.
Orario strano, per incontrare meno gente possibile.
Sempre aperture delle porte con i piedi, niente ascensore (e che attività motoria sarebbe)?
Slalom per stare lontani dagli immancabili vecchi che vanno in edicola a comprare il giornale e al supermercato a comprare un oggetto per volta.
Si raggiunge il vicinissimo parco, dove si attraversa la parte più popolosa in fretta per andare a correre nelle sabbie mobili (per evitare storte) in una zona normalmente frequentata solo da violentatori (che hanno interrotto l'attività per non macchiarsi la fedina penale avvicinandosi troppo a qualche incauta ragazza).
Si corre di corsa, poi si torna a casa, di corsa.
Per stare in giro il minimo tempo.

Durante la mezz'oretta fuori, costellata da sensi di colpa e da occhiate di odio da altre persone che sono in giro per motivi REALI (comprare un oggetto per volta al supermercato, portare il cane a pisciare trentaquattro volte, comprare il giornale, andare dalla nonna,...), e anche sporgendosi dal balcone di casa che dà verso il parco, si osservano varie scenette:

  • gruppetti di ragazzi che giocano a calcio o basket (tutti sicuramente conviventi)
  • vecchiette allegramente insieme a chiacchierare mentre portano i cani a spasso...ma sicuramente vivranno tutte insieme in una comune stile "E se vivessimo tutti insieme?"
  • coppia in graziella vestita con tuta da moto corredata di ogni tipo di protezione e casco integrale. Che avanza ai 3 all'ora
  • ragazzi con stuoino e libro distesi al sole in riva al fiume
  • ciclisti allegramente in gruppo, chiacchieranti l'uno a lato dell'altro, con tanto di lapilli di saliva rimbalzanti
  • runner che sputano o si soffiano il naso nell'aria, irrorandone una buona porzione con vapore acqueo di tipo ben diverso da quello dei supermercati di cui sopra
  • ragazzi che fanno addominali e flessioni in mezzo alla strada (perché farli in casa?)
  • gente che palesemente non ha mai fatto sport in preda a crisi respiratorie (e non  -forse- per corona virus) mentre cerca di correre o pedalare
  • due tizie in accappatoio e ciabatte da doccia che camminano sul marciapiedi. Però con il cane
Ma tutto questo non mi stupisce come un'altra cosa: il fatto che quasi TUTTI quelli che stanno in giro facendo camminata "veloce" (spero per poco tempo e non per tutto il giorno), dopo aver passato quelle - immagino - 23 ore e mezza tappati in casa, privati del sole, dell'aria, di uno sguardo che possa andare oltre i 3-4 metri che lo distanziano dai muri delle stanze, davanti al sole, all'esplodere della primavera, agli uccelli che cantano, al riverbero della luce sull'acqua del fiume, al silenzio irreale, al cielo azzurro senza inquinamento anche in città, cosa fanno?

Camminano con le cuffiette nelle orecchie e gli occhi sul cellulare. 

La risposta datevela da soli, che io mi do la mia. 

giovedì 12 marzo 2020

Diffusioni controllate all'italiana

Evitare il contagio da Corona virus in Italia con il confinamento a casa è un po' come quando tra italiani si deve mantenere un segreto.

Uno ha questo succoso scoop, e decide di condividerlo, per sentirlo vicino, solo con l'amico più caro, o i parenti prossimi. A loro volta, costoro, che saranno tre o quattro, faranno la stessa cosa, e avanti così, con una bella diffusione a grappolo del segreto, finché questo arriverà, tramite i gradi di conoscenza che non sono poi così tanti, fino al diretto interessato oltre che all'80% della gente della zona.

Ecco, per il contagio è un po' così. "Non vedo nessuno, A PARTE il mio migliore amico, con cui vado a fare due passi al parco, stando lontano da lui". "Beh, la mamma devo pur ben vederla, poveraccia". E avanti così.

Forse sarebbe meglio fare come il barbiere di re Mida, sia con il segreto sia con il virus.

Fare una buca e mettercisi dentro.
Da soli.
Sperando che non tiri vento.

giovedì 13 febbraio 2020

Mangiare anime

Capita spesso di sentirsi dire dalla gente:

"Sono vegetariano, ma il pesce lo mangio". 

Addirittura hanno coniato il termine: pescetariano.

Ora, ci possono essere varie ragioni per cui uno è vegetariano, o pescetariano, ma spesso il motivo addotto è che è un vero peccato far del male ad animali come noi, che se noi non veniamo mangiati non si vede perché altri animali debbano esserlo.

[SE HAI FRETTA, SALTA QUESTO PARAGRAFO]
A volte, a questa obiezione, mi viene da chiedermi il contrario, cioè perché se gli altri animali vengono mangiati non possiamo esserlo pure noi. Non dico di andare a creare allevamenti di uomini al fine di nutrirsene, o di ammazzarli per assaggiarli, ma magari di risolvere diversamente il problema del deterioramento e smaltimento dei cadaveri (magari non morti di malattia ma ad esempio di incidenti). Diciamo che, per non inoltrarmi su un crinale delicato e passibile di polemiche quasi a livelli mondocricetiani, chiudo l'excursus sulle carni umane e torno all'argomento che indica il titolo.

[PUOI RIPRENDERE DA QUI]
"Non voglio nutrirmi di animali, poverini, anche loro hanno un'anima. Però il pesce me lo mangio".

Ora, il mio dubbio irrisolto è: perché il pesce sì?

Che male ha fatto la fauna ittica da essere decretata come mangiabile da pietosi esseri umani rispettosi di tutto il resto della fauna?

Un'altra osservazione è che se mi mangio una mucca, è vero che si tratta di un'anima, ma 'sto bovino mi dura almeno un anno, se proprio ci do dentro.
Insomma: un anno di carnivorità, un'anima accoppata.
Se mangio un guazzetto di cozze e vongole, faccio fuori un trenta-quaranta anime in dieci minuti.

Io, se proprio dovessi diventare vegetariana ma non troppo, mi mangerei massimo un'anima al cinquantennio.

Sarei balenotterazzurriana (con un enorme freezer).

domenica 9 febbraio 2020

Dio casuale


Quando uno vive, gli succedono cose belle, brutte e neutre.

Quando è il momento di quelle neutre, non pensa a nulla di quello che l'ha condotto a tale neutralità. Quando invece si tratta di quelle brutte, ecco che inizia una trafila di "ah, se non avessi fatto quello", "ah, se avessi fatto quell'altro", "tutto si accanisce contro di me", "sono uno sfigato cosmico".
Nel caso in cui i vari bivi della vita lo portino ad ottenere un successo, parte commentando tra sé e sé "Mizzega che bravo che sono", "Certo che a girare di là ho avuto un'idea geniale", molto più raramente "che fortuna che ho avuto".

La realtà è che tutto quello che capita è abbastanza casuale. Chi ti ha detto che girare da lì piuttosto che da là ti avrebbe portato ad avere un incidente che sicuramente girando di là non avresti mai avuto? E chi ti dice che, girando da là e non avendo quell'incidente, in cui magari non ti sei fatto male, non ne avresti avuto uno peggiore?
Se uno inizia a porsi simili domande, inevitabilmente una parte ancestrale del suo cervello inizia a pensare a un dio malvagio che ce l'ha con lui se è pessimista, a un angelo custode che lo salva da
incidenti peggiori se è una persona gioviale.

Invece, nel neutro, nessuno trova mai coincidenze, fatti significativi, bivi importanti. In realtà anche in quel caso, se si fosse scelto altro, magari sarebbe successo qualcosa di bellissimo o bruttissimo anziché neutro. O magari qualcosa di neutro diverso, a cui non si sarebbe fatto caso ugualmente.

Insomma, la lucidità porterebbe a chiamare quello che gli uomini chiamano dio, angeli, destino, semplicemente casualità.

Solo che l'uomo non è portato per la casualità.

E così si inventa altro.

martedì 28 gennaio 2020

I traumi dell'Emmenthal

A volte, nelle famiglie, si incorre in misunderstanding in cui manco due sconosciuti completi che non si incontrano su una metropolitana potrebbero incappare.

Eppure, uno dice: se non ci si conosce in famiglia, se non si ha un'empatia tale da capirsi al volo, che famiglia si è?
La risposta, ovviamente, è: una famiglia come quasi tutte.
Ma sorvolando sulla risposta a questa retoricissima domanda, andiamo ad analizzare un caso pratico di non-comunicazione tra i più diffusi con un esempio personale.

Mi ritrovai in tempi immemorabilmente atavici a frequentare l'università facendo su e giù in treno tutte le settimane da casa dei miei alla casa in affitto nella città degli studi.
La domenica sera salivo nel mio vagone carica di beni di prima necessità come se avessi dovuto emigrare per sempre, in barba al fatto che mia madre sia una tipa decisamente nordica.
Ogni sera che mi ritrovavo ad aprire il frigo per stiparlo di cibo, trovavo, immancabilmente, un pezzettone di circa due etti di Emmenthal con i buchi. E nonostante i numerosi buchi, c'era sempre troppo formaggio intorno.
Essendo cresciuta in balìa di una nonna (madre di questa nordica madre foraggiatrice di Emmenthal) vissuta nel periodo della guerra, mi è stato instillato l'insano principio del "Mangia, mangia, mangia tutto quello che c'è, che se no fai un peccato e Gesù ti punisce".
Mangiavo quindi tutto l'Emmenthal dal lunedì al venerdì, con un certosino (anzi emmenthal) senso del sacrificio. Ciò, nonostante stessi già virando verso un ateismo-agnosticismo e fossi inserita in una società votata alle diete e agli sprechi di ogni tipo.
Del resto, si sa, la nonna è sempre più forte del contesto.
Quando tornavo a casa dai miei, passavo un week end anche sereno, dimentico dell'incombere della minaccia della domenica: la borsa del cibo preparata da mia madre, che non solo dimostrava di non conoscere affatto me in termini di gusti formaggiosi, ma anche di non ricordare i principi base di alimentazione guerriera della sua stessa madre, quella che dopo aver allevato lei aveva continuato a far danni anche su di me.
E così, ogni domenica sera, immancabilmente, lui, il lingotto di Emmenthal, c'era.
E io mangiavo.
E mia madre rimetteva priva di dubbi.
E io rimangiavo piena di scrupoli.
E lei rimetteva animata dalle migliori intenzioni.
E io rimangiavo per non sfidare la fame.
E lei rimetteva per farmi un piacere.
E io rimangiavo per non farle un dispiacere.
E lei rimetteva, anche un po' stufa di comprare sempre 'sti due etti di Emmenthal dal formaggiere.
E io rimangiavo, così stufa dell'Emmenthal che mi sarei stufata perfino di un formaggio di pura capra stagionatissimo fatto a mano dal monaci tibetani in Himalaya.
E avanti così, per un numero così lungo di righe che a leggerle tutte non finireste il post, e quindi smetto, così magari lo finite.

Un giorno non molto tempo fa, vado a pranzo dai miei e mi trovo l'Emmenthal in mezzo ai formaggi.
Mia madre mi fa: "Hai visto, a me l'Emmenthal fa schifo, ma mi sono ricordata che a te piaceva tanto,  con tutto quello che ti sei mangiata ali tempi dell'Università, così te l'ho preso. Brava, eh?"

Ok, dirle che anche a me l'Emmenthal ha sempre fatto schifo sarà forse stato un piccolo trauma per lei, ma un grande passo per l'umanità (della nostra famiglia).

giovedì 16 gennaio 2020

Ciabatte

Mi reco da Unieuro.
Mi aggiro come una naufraga tra televisioni immense, perdipiù accese, aspiratori spaziali, pc e altri oggetti tipici di Unieuro.
Mi aggrappo alla boa rappresentata da una commessa.
"Scusi", le chiedo, "non è che mi saprebbe indicare delle ciabatte?"
Lei mi dice: "Guardi, lì dietro c'è tutto quello che abbiamo".
Mi giro e lì dietro non vedo nessuna ciabatta.
Inizio a sentirmi la vecchia babbiona accecata che qualsiasi commesso destesta, ma proprio non ce la faccio.
Dubito come al solito delle mie facoltà mentali.
Poi mi armo di coraggio e menefreghismo e puntualizzo: "Mi scusi, ma io proprio non le vedo le ciabatte".
E la ragazza: "Ma scusi, sono lì, proprio davanti a lei".
E io niente, non le vedo.
E lei insiste, lei le vede.
Io no.
Alla fine le prende e me le dà.