LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

domenica 21 dicembre 2025

Dicono che i professori parlano sempre di scuola. E hanno ragione.

Leggevo un libro di Paolo Nori, anzi lo audioleggevo, perché audioleggere Paolo Nori che legge sé stesso è più bello che leggerlo su un libro di carta o su un supporto multimediale. 
Ad un certo punto, più o meno, diceva che i prof parlano sempre di scuola, e, se si parla d'altro, dopo poco collegano questo altro alla scuola e riprendono a parlare di scuola.
 
Sta cosa non mi piace, ho pensato, ma è vera.
Brutta, ma vera. 
Se sei con un prof, lo fa. 
Se sei un prof, lo fai. 
Se sei un prof con un altro prof o degli altri prof, lo fate in modo elevato al numero di prof che ci sono. 

C'è gente che ha anche delle teorie in proposito, teorie del tutto campate in aria perché sono persone che non fanno i prof. 
Tipo dicono che i prof, a scuola, ci stanno troppo poco, e non sono tra di loro ma con gli alunni, e quindi non hanno pause caffè, momenti vuoti in cui devono stare a scuola, riunioni, occasioni per parlare tra di oro del loro "lavoro".
Ecco, quegli esterni sbagliano, e probabilmente alcuni di quegli esterni sono andati a lavorare al MIM, il Ministero dell'Istruzione, ma da un po' anche del Merito, sicuramente perché molto meritevoli. Si sono trovati e si sono detti: "Questi prof quando sono fuori dalla scuola parlano sempre della scuola e ammorbano Paolo Nori e anche il prossimo. Rimediamo: riempiamoli di momenti vuoti e inutili a scuola, così parlano di scuola a scuola e poi una volta fuori non importunano più il prossimo". 

Così è stato.

Ma non ha funzionato.

Anzi, i professori escono da scuola e parlano e pensano alla scuola sempre di più, anche di notte, mentre dormono, e, se sonnambulano, sonnambulano parlando di scuola e mimando azioni scolastiche, 
tipo liti ai collegi docenti, 
tipo ore buca trascorse seduti su un gradino fuori dalla scuola, pur di non stare a scuola a parlare di scuola, parlando di scuola con altri prof che stanno fuori seduti su un gradino, pur di non stare a scuola a parlare di scuola. 

E se un professore ha altre mille cose di cui parlare, altri diecimila interessi, altri dodici lavori, non importa, perché sarà sempre di scuola che finirà per parlare, 
se ha consapevolezza, ammorbando sé stesso e gli altri,
se non ha consapevolezza, ammorbando solo gli altri. 

Qual è il succo di questo post? Il succo è che il MIM, seppur pieno di persone meritevolissime, ha sbagliato qualcosa, e quindi, in pieno stile leopardiano, lo dirà,

sabato 20 dicembre 2025

Everybody needs somebody to love

 

Al parco Michelotti a Torino c'è un'opera che pare sia d'arte, e pare rientri nell'iniziativa "Luci d'artista", ma va bene anche di giorno senza luci.  
Passandoci davanti, notte o giorno che sia, ci si imbatte, tra le altre scritte, anche in quella che dice: "EVERYBODY NEEDS SOMEBODY TO LOVE", frase già sentita, niente di nuovo. Ma capita che le frasi si sentano e non si capiscano davvero, o si capiscano solo in parte, e poi, quanto le leggi o senti dire la millesima volta, taaac, ti viene un'intuizione che ti fa scoprire una nuova sfaccettatura. 

E quindi, uno che si trova lì davanti e legge la frase per la millesima volta, potrebbe dire: "Perbacco, non mi ero mai accorto che qui non ti si dice TUTTI HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LI AMI", ma "TUTTI HANNO BISOGNO DI QUALCUNO DA AMARE". Il che è ben, ben, ben diverso. 

Diciamo che spesso nella vita uno è abituato a cercare qualcuno che lo ami, più che qualcuno da amare. Insomma, si dà molta importanza alla reciprocità, tanto che ci si concentra più su quello che provano gli altri per noi che su quello che proviamo noi per gli altri. Il che è molto difficile da verificare, perché non è che si capisca cosa passa nella mente e nel cuore degli altri, già è difficile capire quello che passa nei propri. 
Uno che ti ama potrebbe manifestarlo in un sacco di modi diversi, che tu potresti non capire nonostante autentici sforzi di empatia, che se ami qualcuno non sono nemmeno sforzi, ti vengono naturali. Ma ti viene anche naturale arrovellarti proprio sulla veridicità o natura di quell'amore altrui. I sintomi di amore possono essere molto diversi tra loro, figurarsi, siamo in un Paese con una varietà genetica pazzesca, con usanze diverse, poi se si guarda in Europa, anche se dovrebbe essere un'Unione, tenta di unire l'inconciliabile, un'accozzaglia di popoli talmente diversi tra loro che diventa impossibile, se si spazia nello spazio, capire se un europeo ci ama...un francese dimostrerà l'amore in modo diverso da un italiano e diverso da un inglese. Immaginatevi poi, spaziando ancora di più, Putin che vi ama, cosa che sembrerebbe succedere davvero in questo momento a Alina Kabaeva, che riceve manifestazioni d'amore consistenti nel relegare i figli in una residenza, che, seppur lussuosa, sa tanto di prigione. Pensate poi i sintomi di amore di uno come Trump. Un eschimese manifesterà il suo amore sfregando il suo naso moccoloso congelato contro il vostro naso moccoloso congelato, finché il calore umano scioglierà il gelo e i due muchi si fonderanno in un'orgia di scarichi nasali. 

Insomma, aver bisogno di qualcuno che ci ami è un gran casino, anche se molti ci perdono dietro la vita. 

Invece, aver bisogno di qualcuno da amare è molto meglio, se non ci si fissa in sta storia della reciprocità: uno, lo sai (forse); due, questo stato raro ti fa uscire dalla tua comfort zone, perché ti metti a fare cose che normalmente mai faresti, e le fai con una leggerezza che normalmente mai avresti, e ti distogli da tutte le preoccupazioni di routine, dal combattere le ingiustizie, dal lamentarti per il tuo lavoro. Ti viene quel PFM che ha lo stesso effetto di una sessione meditativa professionale continuativa. E lo scopo di innamorarsi non è essere ricambiati. No! E' lo stato di innamoramento, che poi chi se ne frega se dopo il "fall in love" c'è il precipitare in una voragine oscura, intanto hai avuto il tuo enorme benefit che ti ha schiodato dalla croce delle imposizioni sociali personali familiari a cui sei normalmente ancorato, anche se la croce è un po' fuori tema per il periodo natalizio. 

martedì 25 marzo 2025

ll libraio magico

C'era una volta una libreria, che poi ha chiuso. 
Nella libreria c'era un libraio, una persona gentile e amante dei libri a tuttotondo, che li ha ammucchiati tutti nei seminterrati della sua libreria chiusa, e quando andavi lì sotto ti sembrava di entrare in un altro mondo, a cui si accedeva seguendolo per ripide scale e porticine misteriose, fino ad accedere a mucchi di libri odorosi di tempo. 

Ecco, così me lo ricordo, questo libraio gentile che ti vendeva i libri a peso, ma ogni tanto uno lo valutava diversamente, perché era un'edizione rara, e lo sapeva a memoria, senza AI, senza PC, semplicemente lo sapeva perché quello era il suo regno ed accedervi era una magia. 

martedì 28 gennaio 2025

La S lunga e constrictor


C'era una volta un Carrefour medio grande, con un enorme piazzale davanti, quasi in centro a una città quasi grande. 
Ce n'era anche un altro medio piccolo non lontano, un Carrefour che sembrava una famiglia, dove non c'era granché da comprare ma ci andavi perché ci lavorava gente simpatica, e poi mettevano nei lineari la roba che scadeva dopo davanti e quella che scadeva prima dietro. Un sacco di fatica sprecata.
Un bel giorno il Carrefour medio piccolo ebbe sempre meno cose da comprare, poi i lineari diventarono vuoti come il frigo di un single e alla fine chiuse. 
Nell'edificio di quello grande ci fu per un sacco di tempo un gran cantiere. Alla fine del gran cantiere sorse una Esselunga mega gigante, di cui ho già parlato per la bella sensazione che mi genera entrare lì dentro. 
Il Carrefour medio-grande, però, ha resistito. Adesso sopravvive nelle spire del boa constrictor del colosso della GDA, che lo avviluppa proprio fisicamente.
Che poi, la Esselunga è italiana, il Carrefour francese: vediamo con le lunghe mani dell'influenza del pensiero trumpiano su quello meloniano cosa succederà. 

lunedì 27 gennaio 2025

L'incidente


Oggi ho assistito a un incidente. 
Non uno di quegli incidenti spettacolari, con lamiere che volano di qua e braccia che volano di là. Un incidente compito, raccolto, un graffietto di qua, un cofano un po' storto di là. Due automobili bianche in mezzo a un incrocio .Dalle due macchine bianche scendono due donne bianche. E lì, io, che sono ferma a un semaforo in bici, mi aspetto che si parlino, che si salutino, magari anche un po' scocciate, magari anche un po' sgarbatamente, ma no. 
Frugano in sincrono nella borsa. 
Estraggono in sincrono il cellulare.
Telefonano, guardando ognuna da una parte diversa. 

giovedì 31 ottobre 2024

Questione di etimologia

 Aveva ragione Moretti, le parole sono importanti. 
Molti dicono di no, che le parole sono solo una convenzione, che l'importante è la sostanza. 
La sostanza, però, a volte deriva anche dalle parole che si usano per definirla, e l'etimologia stessa racconta molto più di quello che si pensi. Ci condiziona senza che ce ne rendiamo davvero conto, un po' come fa l'inconscio rispetto al cosciente, che ci governa mentre pensiamo di essere noi a decidere tutto a livello consapevole. 

Facciamo un esempio: a scuola, una volta c'era il Preside, adesso c'è il Dirigente Scolastico. 

A fare un concorso da Preside andrebbero le stesse persone che vanno a farne uno da Dirigente Scolastico?

Sembra che, sostanzialmente, si tratti sempre di quel primo inter pares che coordina e organizza l'attività di un collegio di docenti, ma l'etimologia la dice molto lunga:
  • Preside, infatti, deriva dal latino praeses -ĭdis ‘chi siede avanti, chi presiede’, der. di praesidēre ‘presiedere’ •sec. XIV.
  • Dirigente, invece, deriva dal latino dirigĕre, der. di regĕre ‘guidare, reggere’, col pref. dis- 1 •prima metà sec. XIV.
In sintesi, l'etimologia dice che:
  • il Preside presiede,
  •  il Dirigente dirige. 

sabato 14 settembre 2024

Insegnare a vivere nella paura

Come tutti i settembri, possiamo assistere al rientro scolastico di bambini e adolescenti. 
In questo 2024, sarà la vecchiaia, sarà la diminuzione della tolleranza per il traffico legata agli strati di overdose che si assommano anno dopo anno vivendo in città, si ha l'impressione che le strade siano invase da automobili tetrizzate in un ingorgo di lamiere e CO2, con generosissima emissione di PM2,5 e PM10.
Non c'è dubbio che ci sia una correlazione tra scuola e traffico. Ma come, a scuola vanno quasi tutti minorenni e aumentano le automobili? Che mistero è? Non esistono i mezzi pubblici, le biciclette, i piedi? 
Ecco, esistono, ma solo per gli studenti delle superiori (non tutti). 
Quelli fino a 14 anni, cioè fino alla terza media, devono essere scortati dai genitori, dotati di carta d'identità depositata a inizio anno, non solo alle elementari, ma anche alle medie. 
L'ignaro adulto privo di figli, sconvolto da ciò, ma sentendolo dire da tutti i genitori, si stupisce e fa una ricerca su internet: trova questo e questo. Ecco, in realtà il problema non è tanto legato alla legge, quanto alla cagasottaggine della gente. La scuola si vuole tutelare e crea delle regole in più rispetto alla legge, i genitori hanno paura di essere snaturati e diventano sempre più schiavi di un sistema che, invece di creare cittadini, crea un branco di impauriti.   
Eliminare ogni rischio comporta però il rischio di perdere sé stessi, sia come genitori sia come bambini. 
Un bambino accompagnato fino a 14 anni a scuola, tra l'altro quasi sempre in macchina, con creazione di ingorghi devastanti, a 15 anni avrà paura di tutto e si sarà allenato a pensare che se è stato scortato fino a quell'età, là fuori debba esserci qualcosa di terribilmente minaccioso. 
Un genitore che accompagna sempre il figlio dappertutto fino ai 14 anni perderà un sacco del proprio tempo libero e correrà il rischio di sviluppare un attaccamento al pargolo difficilmente reversibile, con aleggiamento di una vaga sensazione di non avere più una vita da vivere senza i figli. 
Insomma, un popolo di persone che hanno paura di un sacco di cose è un popolo più manovrabile con strategie nemmeno troppo fini. 
Sarà più rischioso vivere nella paura e insegnare la paura o lasciare che i propri figli facciano qualcosa da soli, anche girare in città in autonomia per quei 200-1000 m che separano casa da scuola, magari evitando di sentirsi dei perfetti idioti e scoprendo l'adrenalina e la concentrazione che comporta fare qualcosa di responsabilizzante completamente in autonomia? 
E quale delle due scelte garantisce un maggior rendimento?
La risposta è scontata: a giudicare dalle strade ricoperte di automobili e SUV rigorosamente in moto davanti alle scuole, è sicuramente che sia meglio vivere nella paura e insegnarla.