LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

venerdì 10 novembre 2023

Assurdità legalizzate


Le piste ciclabili sono una bella cosa, in città. Uno pedala tranquillo in un percorso protetto dalle automobili, si sente sicuro, eccetera.
Il problema è che tutti i verbi all'indicativo dovrebbero essere trasformati in condizionali, in ragione di una serie molto lunga di variabili distorte che rendono i percorsi ciclistici urbani una gimcana infernale. 
Affrontiamone uno solo: la convivenza con i pedoni.
Ho scritto post che parlano di quei pedoni che, in presenza di marciapiedi immensi, camminano nella sottile striscia rossa destinata ai ciclisti, forse perché allegri amanti del colore, che tra l'altro coincide con quello del sangue, che verseranno separatamente o congiuntamente al ciclista con cui cozzeranno prima o poi.
Mentre, nel suddetto caso, è chiaro che si tratti di un comportamento ai margini dell'umana ragionevolezza, spesso la convivenza è resa ancora più complessa dalla lungimiranza degli urbanisti che decidono dove e come mettere marciapiedi e piste ciclabili. 

A Torino ci sono alcuni capolavori che fanno pensare che i disegni siano stati tracciati dai bambini del Regina Margherita in età prescolare, dopo un'operazione, in preda ai postumi dell'anestesia. Infatti la meraviglia si trova non distante dal suddetto ospedale. 
Cavalcavia di corso Bramante: un marciapiedi, a caso, è stato adibito a pista ciclabile a doppio senso, l'altro è rimasto un marciapiedi. Il problema è che per transitare da una parte all'altra del corso, bisogna attraversare non 3 strade con semaforo, ma ben 5 perché c'è anche un simpatico controviale. Chi arriva dal lato sfavorevole, quindi, per sistemarsi sul lato giusto, pedone o ciclista che sia, deve attraversare all'inizio del cavalcavia e tornare al lato precedente alla fine del cavalcavia: 10 attraversamenti semaforici, di mezzo minuto l'uno. Attesa totale: 5 minuti. Se si fa avanti e indietro più volte, i 5 minuti si accumulano. 
E' pressoché naturale, ovvio e non contestabile se non si è autistici ad alto funzionamento, che sia i pedoni, sia i ciclisti, si distribuiscano in modo uniforme su entrambi i lati. 
Personalmente, colta da attacco di precisione, ho anche segnalato via mail la criticità al Comune. Come immaginabile, ho ricevuto rapida risposta. In sogno. 
Ora, appurato che i cittadini dovrebbero seguire una diligenza minima, personalmente ho deciso di non rispettare la viabilità di corso Bramante. Ho concluso, in modo autonomo e  incredibilmente sovversivo, che se vado a piedi dal lato ciclabile e vedo un ciclista in arrivo mi faccio da parte, se sono in bici sul lato pedonale rallento e mi fermo quando necessario, in modo da non ostacolare in nessuno modo i pedoni. 
Ecco, questo mio comportamento causa nervosismo supremo in una serie di individui che ritengono gravissima la mia condotta, e vogliono allietarmi la giornata sottolineando che sto contravvenendo alle regole e dovrei passare dal lato che mi è stato destinato. Essendo io sempre in bici, mi ritrovo vecchiette che, di fronte a me, ferma, allargano le borse a braccia aperte, manco giocassero a sparviero, gridando: "la ciclabile è dall'altra!" Ora, spesso lascio perdere, immaginando che siano state falciate in passato da qualche monopattino lanciato ai 30 all'ora sulla zona pedonale e siano in preda a sindrome post traumatica da stress, ma a volte, se ho tempo, mi fermo ad argomentare i perché e i percome della mia scelta, facendo notare loro che nella zona destinata alle biciclette, giustamente, c'è una bolgia di pedoni, che spesso, ingiustamente, insulta i ciclisti che passano troppo veloce. Concludo anche con un invito alla convivenza tollerante. 
Non ci crederete, ma in questi casi, nonostante la notevole prova di PNL, vengo mandata a quel paese e il personaggio in questione rimane fermamente sulle proprie posizioni, asserendo che io sia una serie di sostantivi che qui non cito per buona creanza.
E' chiaro che questo farsi giustizia da soli e inventare regole intermedie da rispettare ognuno per i fatti propri sia una peculiarità squisitamente italiana. Qualunque cosa faccia di diverso dalla regola, uno si sente sempre un po' strano, fuori posto. Ma se segue la regola si sente un completo idiota, e fare manovre del tutto assurde per adeguarsi beceramente al dictat fa sentire strani e fuori posto lo stesso. 
Il succo finale è questo:

mercoledì 18 ottobre 2023

L'eterno dilemma dei voti

L'altro giorno leggevo un articolo della Mastrocola sui voti
I voti sono importanti o no? Definiscono quello che si è o bollano come lettere scarlatte?
Mastrocola sostiene che siano importanti, per una serie di motivi che non ho voglia di riassumere e potete leggervi nell'articolo. 
Il punto cruciale è che, a meno che non cambi qualcosa (e forse cambierà), per ora i voti esistono e ce li dobbiamo tenere tutti, prof e alunni. Anche quelli dello scientifico Bottoni di Milano, prima o poi li avranno, se non nel primo, almeno nel secondo quadrimestre. Voto rinviato, ma non eliminato. 
Se si devono dare, sti voti, tanto vale darli nel modo più pedagogico possibile. E qual è il modo più pedagogico? Secondo me risiede nella diffusione. Come gli alberghi diffusi di Matera: sono così sparsi in tutti i Sassi che non sembrano nemmeno più alberghi, ma lo sono. Così ho pensato di fare con i voti: dici una cosa intelligente in classe? 8. Dici una stronzata durante le lezioni? Nessun voto. Ti faccio fare un esercizio alla lavagna per 5 minuti? Un voto. Lo fai bene? Un bel voto. Lo fai male? 4, non meno, ché se no poi ti afflosci, ti senti un fallito, inizi a odiare la materia. Con 4, recuperi con un 8. Ce la puoi fare. Tanto basta che trovi un esercizio che sai fare bene e ti proponga, e magari ce la farai. Te ne scrivo due o tre a matita, poi faccio la media, così quello che scrivo a matita non è un marchio scarlatto: se oggi hai mal di pancia e prendi 4, nessuno dice che tu non possa prendere 9 dopodomani, quando sarai in forma. 

Non ero molto sicura di questo metodo, ma ho notato che:
  1. gli studenti sono invogliati a partecipare, facendo osservazioni in classe. Per quanto spesso sia altamente probabile che dicano stronzate, almeno ci provano, e non hanno così paura di dirle perché non saranno valutati negativamente. Se riescono a tirare fuori qualcosa di buono, però, avranno un voto positivo che a loro appare "regalato", ma in realtà è guadagnato con l'impegno nel dire qualcosa di furbo, prima o poi;
  2. si instaura una gara a chi sa rispondere alle domande o fare esercizi alla lavagna. Di solito nessuno vuole essere interrogato, ma con i voti diffusi capita che ci sia una competizione su chi va alla lavagna per primo, anche perché, si sa, all'inizio è più facile che dopo un po'. E intanto, i ragazzi si abituano ad alzarsi dalla sedia, mettersi in gioco ed essere propositivi. Non parlo di Licei, insegno praticamente solo nei professionali, e sì, il parapiglia per andare alla lavagna accade nei professionali, dove maranza con look improbabili e cappellini in testa fanno a gara per andare alla lavagna a risolvere esercizi sulle proporzioni. 
Cosa dite? Il cappellino in testa in classe non va bene? Ovvio che non va bene. Glielo si dice. Ma se prendi di punta un maranza, con grandissima probabilità il maranza, e non solo lui, ti prenderà di punta. Meglio fare qualche battutina, fargli capire che magari la prossima volta se non lo mette è meglio, ma per lui, non per te.
In ogni caso, meglio un maranza con il cappellino che prende 9 alla lavagna, piuttosto che un maranza scappellinato incazzatissimo al banco che dorme o disturba. 

Il voto diffuso è faticoso per il prof? Sì, ma a tutto ci si abitua. 
L'importante è custodire accuratamente l'agenda con i voti a matita, possibilmente in una tasca impermeabile ricavata nella propria pancia a mo' di marsupiale. Ché se lo perdi, lì, veramente, son problemi. 

sabato 23 settembre 2023

Pigrizia rimordente digitale

Uno sta guardando un bel film sdraiazzato sul divano ed ecco che gli viene voglia di implementare l'esperienza goduriosa con un bel gelato, ma il bel gelato non c'è e lui non ha nessuna intenzione di sollevare il deretano dai morbidi cuscini su cui giace. 
Nasce subito l'idea di attaccarsi a qualche app di gig economy del food delivery, ad esempio Glovo. Ma poi uno pensa agli amici che dicono che loro, un glover, non lo chiamerebbero mai, per rispetto dell'umana persona, per etica, perché è pericolosi girare in bici in città, perché a Madrid, una volta, uno di loro è stato beccato a mangiare una fetta di pizza e a ricostituire il cerchio in un modo che fa un baffo a Giotto, perché quelle borse sono piene di cibi mischiati, perché, perché, perché.
Il film continua, il cervello che c'è nella pancia brontola, uno inizia a a pensare che comunque non tutti i glover si mangiano le pizze, che il gelato non è una pizza, che se arrivasse scavato, magari con le mani o con la lingua, forse pieno di pericolosissimo covid, e poi riappianato, un po' se ne accorgerebbe, e in ogni caso occhio non vede cuore non duole, che se uno vuole lavorare in modo elastico ha un'opportunità in più di farlo grazie a Glovo & co, che in fondo anche andare a prendere un gelato in bici interrompendo il film potrebbe essere un'attività ad altissimo rischio come quella del glover, ma non pagata (di merda).
Alla fine uno apre l'app (che nonostante gli amici ha installato insieme a 12 altre sempre di food delivery), cerca un gelato vicino, buono, godurioso come il film, seleziona i gusti con cupidigia e fa per ordinare. Vede la faccia del fattorino in un pallino sul monitor: una faccia che è pur sempre solo una faccia presa in foto, dalle foto non si capisce l'anima, e vicino ci sono le caselle da sbaffare per la mancia. Mancia zero sarebbe proprio da sfruttatore. Poi c'è 7%, 10%, 20% ecc ecc.  Ad essere etici, bisognerebbe dare una manciona, un indennizzo per il pericolo, la frustrazione, la maleducazione altrui, ma il tizio ha una faccia antipatica, poi magari è un mangiatore di gelato seriale. Insomma, uno decide di guardarlo in 3D e poi di dare la mancia in base all'impatto live. 
Dopo una manciata di minuti uno sente suonare. Interrompe di malavoglia il bel film, si alza, il glover chiede in inglese maccheronico se può scendere i 5 piani che lo separano dal gelato. Ok, uno scende in pigiama sperando di non incontrare nessuno, arriva alla portina e il glover è lì, con la vaschetta in mano apparentemente incartata con cura, una faccia completamente diversa da quella della foto, un sorriso che sembra davvero sincero, e così uno sale le scale attanagliato dal dubbio. Arriva in casa e apre l'app per dare una mancia a questo individuo che alle dieci di sera sorride radioso davanti a una portina grigia porgendo un gelato superfluo e forse anche dannoso. Niente, non c'è modo di dare la mancia al glover. Tutti i tasti digitabili portano a lamentele. Non ce n'è uno che dice: "voglio dare la mancia, voglio pagare di più, il glover è stato così carino e gentile". No, solo lamentele. Si decide prima quanto dare, a scatolino chiuso. Dopo, è tardi. Uno passa due ore a cercare il modo di dare qualcosa al fattorino, spulcia tutte le faq, va nell'assistenza clienti. Niente. Gli viene il dubbio che comunque, dando la mancia tramite l'app, i soldi finiscano a quello antipatico della foto, quello che ha magari subappaltato l'account al poveraccio sorridente a cui toccherà una cifra irrisoria.
Inutile pensare di girovagare nella notte alla ricerca di chi ha fatto la consegna: sarà già dall'altra parte della città, mimetizzato in mezzo a un popolo di pedalatori notturni scatoluti, a portare qualche cibo a qualcuno che magari non gli darà nessuna mancia, uno stronzetto che non ha voglia di smuovere il deretano dal divano mentre guarda un film. 
Intanto si fa l'ora di andare a dormire, 
il film è ancora interrotto a metà, 
il gelato fuso, l
a fame sfamata. 

venerdì 18 agosto 2023

Greenwashing in lavatrice

La società ci spinge al green.
 
Usare poca acqua.
Usare poca elettricità.
Scaldarsi poco.
Condizionarsi poco.
Spostarsi a piedi o in bici. Se non si può, mezzi pubblici. Se non si può, scooter o monopattini elettrici. Ché poi, chiedete a un'agenzia pubblicitaria di usare la parola GREEN in uno slogan per qualche mezzo elettrico: non si può, è greenwashing! E già qui, l'esitazione dei pubblicitari la dice lunga sulla verdezza dei mezzi elettrici. 

Ipotizziamo pure che, comunque, si sia tutti dotati di forte spirito ecologico e si VOGLIA fortemente essere eco-sostenibili.
Ecco: si va in giro in bici o a piedi, si compra nelle botteghe locali cibo bio, non si acquista nulla dalle multinazionali. 
Si indossano solo abiti ottenuti con PET riciclato, con il risultato di puzzare come mufloni appena ci si muove, emanando un sudore allo stato gassoso che potrebbe far sospettare una responsabilità legata alle piogge acide (di cui non parla più nessuno, perché sono passate di moda).

Poi, si deve comprare una lampada nuova. Si va in qualsiasi negozio e ci sono solo quelle led che, una volta esaurite, vanno buttate e ricomprate. E' in voga un nuovo detto: "Buttare la lampadina a led con tutta la sua lampada". Ora, è possibile che invece che cambiare la lampadina io debba buttare tutta la lampada? E questo non lo decido io, lo decidono i produttori!

Vi si rompe una piccola parte di un elettrodomestico? Tipo di una lavatrice? 
Di solito succede appena uscita di garanzia: è un caso? No, si chiama obsolescenza programmata.
Provate a chiedere a un tecnico quanto prende per intervento e pezzi di ricambio, fate due conti e vedrete che vi converrà comprare una lavatrice nuova. Quando andrete al negozio, per piccolo che sia, sentendovi assai poco eco, dopo lunga meditazione sulla sicura catena di guasti che potrebbe accadere tenendo l'elettrodomestico vecchio, vi verrà detto che la speranza di vita è dai 3 ai 7 anni, se si usa poco. E infatti la garanzia scade tra due anni. 
Ma è possibile che con la tecnologia che c'è la vita media di un elettrodomestico sia diventata di 3 anni mentre una volta ne durava 30? 
L'eco-aspirante si sente preso per i fondelli, immaginando la montagna di rifiuti da smaltire che garantisce una politica di produzione del genere, e pensando alla fatica che fa da anni a differenziare, sperando nel riutilizzo, ogni minimo rifiuto che produce: l'umido di qua, ché dopo un giorno corrode ogni borsa biodegradabile, trasformando la propria cucina in un'area di compost a cielo chiuso, la plastica, lavata, ma con poca acqua, di là, il coperchietto della plastica ancora in un altro posto, tenendo d'occhio il calendario dei ritiri del pattume. 

Insomma, c'è qualcosa che decisamente non quadra nelle politiche ecologiche.

Del resto, c'è tempo:

sabato 8 luglio 2023

Maturità canaglia

Come tutte le Maturità, anche quella del 2023 è deputata a segnare il passaggio dall’età acerba a quella, come dice il nome stesso, matura. Viene discussa davanti a una commissione di docenti che hanno raggiunto la Maturità, nella maggior parte dei casi, anni e anni prima. Si fronteggiano due falangi di persone di cui la prima è matura da così tanto tempo da far sorgere il dubbio di esserlo quasi troppo, la seconda potrebbe essere ancora acerba. Tutte e due sono bombardate: le prime da verbali, PTOF, PDP, PFI, PEI, relazioni del 15 maggio e burocrazia varia, le seconde da ogni tipo di stimolo passi attraverso il monitor di uno smartphone.  

I ragazzi arrivano alla prova visibilmente emozionati, il che vuol dire che la fama dell’Esame è un baluardo rimasto miracolosamente in piedi dopo il bombardamento che ha subito la scuola a cura dei vari Ministeri. Sudorazione eccesiva anche per i 30 gradi, gambe che frullano l’aria, visi chiazzati, piedi inquieti parlano da soli. Il look? L’abito fa il monaco, ma è anche importante comunicare il proprio stile, e così molti oscillano tra la tenuta da cerimonia e quella rischiosamente improntata al Cobainiano “come as you are”.  


I docenti hanno la via rischiarata da griglie di valutazione che li guidano minuziosamente - e vanamente 

Che fare se un candidato si presenta con i jeans strappati e gli orecchini? Gli si decurtano dei punti o lo si premia per il coraggio di essere sé stesso? E D’Annunzio estetista, non lo merita qualche punto ilarità? Ché poi, era talmente fashion victim, che un po’ estetista lo era. Confondere i nomi delle sue amanti è un merito o un demerito? Non è forse un modo per entrare in empatia con il vate, dato che è commettere il suo stesso errore? Senz’altro è un lapsus dannunziano dire che una delle frodi alimentari è l’adulterio. In ogni caso non c’è alcun dubbio, il voto della maturità è una roulotte russa.  

Pesa di più il senso di colpa dell’aver promosso qualcuno che non lo meritava o quello dell’averlo bocciato? La bilancia pende quasi sempre dalla parte della mole burocratica aggiuntiva in caso di non superamento: lo dicono i dati.  


C’è ingiustizia implicita nell’esame di maturità? Certo, come ovunque, e in questo prepara al mondo crudele che c’è fuori dalla scuola (come se quest’ultima non lo fosse). Basti pensare che i docenti, con il passare dei giorni, sono sempre più stanchi, annoiati e distratti, mentre ogni alunno vive ciascun istante dell’Esame per la prima e ultima volta, nel 99,9% dei casi.  

martedì 27 giugno 2023

Cambio secolo, cambio visuale

 

Negli anni '70 del 1900 le affissioni pubblicitarie erano tutte in alto. Certo, lo sguardo di alcuni "pareva scorrere sulle sabbie del deserto", ma la maggior parte delle persone procedeva guardando in su e lontano. I pubblicitari lo sapevano, e quindi munivano le città di cartelloni grandi, leggibili da da metri di distanza.
 
Adesso, negli anni '20 del 2000, le affissioni sono per terra. E nemmeno su un "per terra" da gente che focalizza dove sta andando. Perfino in mountain bike, appena impari, ti dicono: "guarda sempre 5 metri avanti, che se guardi poco oltre le ruote ti schianti". Se uno guarda la pubblicità nell'immagine qui sopra da 5 metri non legge nulla. I pubblicitari lo sanno, che la visuale delle persone si è rimpicciolita fino a un campo d'azione che anche un maestro di MTB considererebbe 
propedeutico allo schianto. 
E così, le affissioni le sprayano per terra, in piccolo, per quelli che, ingobbiti dalla piccolezza dei loro orizzonti, guardano poco oltre i loro piedi, notando una macchia di colore oltre lo schermo del cellulare

mercoledì 14 giugno 2023

Essere pro

L'altro giorno è successa una cosa che mi ha fatto pensare: "Sono diventata una ciclista da città pro".

Poi ho capito che era una cazzata. 
Non si è mai ciclisti da città pro. 

Dato che non state più nella pelle, ve la racconto. Pedalavo su questa pista ciclabile, di notte, protetta dalla fila di automobili parcheggiate da cui difficilmente sarebbero scese persone all'improvviso, vista l'ora. In strada una Opel grigia procedeva più o meno alla mia velocità, a volte un po' più avanti, a volte un po' più indietro. C'erano anche altre macchine in strada, ma quella ha attirato tutta la mia attenzione. Avevo un brutto presentimento. Dopo due km, in un punto in cui non c'era il filare di auto parcheggiate, ha messo la freccia a sinistra. Io ero a destra, ma l'ho controllata scrupolosamente, non so nemmeno perché. Non avevo visto bene chi ci fosse dentro, ma erano due individui. Di colpo, l'auto ha allargato a destra e mi è venuta addosso. Sono saltata sul marciapiede solo perché era da circa dieci minuti che  osservavo le mosse di quello che si è rivelato essere un uomo anziano con la consorte seduta vicina. Ho fatto qualche gesto nella loro direzione, hanno continuato a non vedermi. Tremante, mi sono allontanata con un mix di adrenalina e senso di essere, appunto, una pro dall'intuito fenomenale. 
Certo, dopo anni che giro in bici in mezzo al traffico, il mio corpo e la mia mente hanno imparato a reagire a stimoli apparentemente insignificanti in modo istintivo, ma, appunto, sono serviti anni e anni, ed è stato necessario anche buttarmi nel traffico quando non avevo questa esperienza, correndo rischi maggiori rispetto a oggi. 

Senza correre il rischio, si rimane al punto di partenza, paralizzati dalla paura. 
Al tempo stesso, con l'esperienza, gli anni e tutta l'acqua che per forza deve passare sotto i ponti, non si è mai davvero al riparo dai rischi, non si è mai davvero pro. 
C'è sempre qualcosa che sfugge al nostro controllo, nonostante si possano avere ottimi istinto e reattività. 
Essere decentemente in grado di pedalare nel traffico cittadino è un mix di autotutela massima e accoglimento del rischio ineliminabile: sapere che la vita è appesa ad un filo, accettare questa condizione umana e fare tutto lo stesso con un ossimorico cocktail di coscienza e incoscienza.