LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

lunedì 11 maggio 2015

Primo appuntamento


https://www.youtube.com/watch?v=k-B9rxSocq4

Quando si ha un primo appuntamento, si sa, si è un po' agitati.

Quello che si vuole evitare è qualsiasi brutta figura o cavolata che comprometta il raggiungimento del secondo appuntamento.
Ciò fa sì che, quasi di sicuro, si incorra in tutte le brutte figure o cavolate che si erano immaginate e anche in una serie incredibilmente vasta di inimmaginabili brutte figure o cavolate del tutto inedite.

Se ci si ritroverà per una cena o uno spuntino, si avrà una tale secchezza delle fauci che non si riuscirà a mangiare, ma lo si dovrà fare, per evitare di sembrare agitati.

Il voler evitare di sembrare agitati non mangiando non comporterà che non lo si appaia assumendo una serie di comportamenti del tutto incontrollabili, tipo:
inciampare in un gradino quando ci si avvia verso il porto insicuro della propria sedia
muoversi come un palombaro negli abissi oceanici in un mondo che diventa strano e ovattato rispetto al solito
far partire olive e altri cibi tondi a folle velocità dal proprio piatto fino agli occhi dei vicini o sulle loro camicie immacolate con la sola forza di una forchettata
farsi andare di traverso qualsiasi cibo, che apparirà comunque stopposo a causa della salivazione azzerata, rischiando di indurre il nostro commensale a manovre antisoffocamento
...

Dato che anche il commensale sarà presumibilmente in uno stato più o meno simile, se ne starà a guardarvi soffocare con un sorriso ebete che si trasformerà in sgomento ma di sicuro non in manovra antisoffocamento man mano che il vostro volto avrà attraversato tutte le tonalità del verde e del blu.

I contenuti delle conversazioni saranno:
prima di tutto l'elenco delle cose che vi eravate vietati di raccontare per non fare la figura dei deficienti
altre cavolate supreme che non avevate pensato ma che faranno capolino nella vostra mente e soprattutto dalle vostre labbra senza controllo come funghi estivi dopo un acquazzone

La cosa buona è che il commensale sparerà un'altra serie di cavolate da canto suo, e nel frattempo sarà così incantato da voi che non capirà un tubo di quello che gli state dicendo, troppo preso da quella fortunatamente immensa mole di comunicazione non verbale.

Tornerete a casa tutti e due con l'impressione di aver sbagliato tutto, trovando intelligentissimo tutto quello che avrà detto l'altro (che non avrete per fortuna capito granchè, agitati com'eravate), la mente piena di tutti i suoi movimenti, occhiate, gesti e di tutto l'intangibile e incomprensibile e irrazionabile
che
comunque vada
farà sì
che.

venerdì 24 aprile 2015

Portar via


Si suol sentire di persone che dicono ad altre persone "Portami via". E quest'idea dell'essere portate via pare una figata pazzesca. Si pensi però ad altre accezioni del termine, tipo "c'è un vento che porta via", oppure "pizza da portare via". Sono entrambe piuttosto negative, la prima per il fastidio, la seconda per la gommosità. E' anche vero che c'è una differenza tra l'essere portati via come oggetti e il portare via come soggetti. Rimane però il fatto che, se si tratta di un rapporto tra due persone, ce n'è sempre una che agisce e l'altra che subisce. E subire passivamente non è che sia il massimo della vita.
Allora ha torto Vasco quando dice "Ti prendo e ti porto via", anche se sembra una cosa bella, e ha ragione Conte quando canta "Vieni via con me".
Bisogna però ricordare che in italiano si può venire arrivando o stando.
Ne sa qualcosa Jack Savoretti, che al suo concerto a Torino di ieri sera se n'è uscito con un "Vengo un po' troppo, qui in Italia". Poi un po' di silenzio, per essere sicuri che tutti avessero capito la gaffe, per finire con un "Ecco cosa succede a essere inglesi e cercare di parlare italiano".

giovedì 23 aprile 2015

Lei ha detto negri!


Sabato pomeriggio sul tardi.
Portici di Torino in zona centrale.
Struscio micidiale, del tipo che se non assumi in qualche creativo modo la forma dei mattoncini di Tetris non riesci a procedere e ti becchi il game over.
Ad un certo punto, si vede un accumulo aggiuntivo, cosa che sembrava impossibile.
Il primo pensiero è: regalano qualcosa, ma qualcosa di proprio interessante.
E invece no.
Non regalano proprio niente.
Si è solo creata una situazione tipo curiosi in autostrada.
Nel gorgo di esseri umani, si staglia una ultrasessantenne che urla con male parole qualcosa contro un vigile canuto sulla soglia della pensione o di quello che ne resta. Lei avanza, lui indietreggia, finché non arriva ad appoggiarsi di schiena contro un pilastro dei portici, rimanendo bloccato.
Lei urla: "Erano solo due ragazzi diciottenni, e suonavano pure bene. Lei è un @#*".
Cerca di difendersi, bofonchia che la legge è la legge, ma non riesce nel suo intento.
Nel frattempo un ottuagenario si insinua dietro la colonna, nei pressi dell'ascella ormai pezzata del pubblico ufficiale messo al muro, e ribadisce: "Invece che fare multe così, dovrebbe andare là dietro, che ci sono sempre i negri che fanno brutte cose".
Al che il vigile, colto da un fremito di amor proprio, mettendo una mano per aria ad allontanare (invano) la signora urlante, dice al vecchio: "Lei ha detto negri!"
E il vecchio, roteando un indice: "Sì, ho detto negri! E dovrebbe andare a vederli!".
Il vigile continua: "Lei ha detto negri!"
E il vecchio: "Sì, e posso dire "negri" finché voglio, non sono mica in una seduta comunale dove non si può dire!".
Indovinate un po' come ha ribattuto il vigile?
"Lei ha detto negri!"
Il vecchio se ne va.
La vecchia continua a urlare.
Il vigile rimane schiacciato contro il pilastro, con tutta la folla di curiosi intorno e la signora che lo prende a ombrellate.
Periodicamente si difende con le poche parole che riesce a emettere dopo il trauma psicologico: "Lei ha detto negri!".
Va perfino a ritmo.
Tanto che quando la folla si distacca passa un altro vigile e gli fa una multa: "Non si fa rap in luogo pubblico senza autorizzazione. E non ci sono concessioni per i colleghi".

giovedì 16 aprile 2015

Uomini e bici


Quando sei una donna e vai in bici ti diverti perché gli uomini, così moderni, nel ventesimo secolo inoltrato, non sopportano che li superi o di andare più piano di te.
Se sei bardata con tutto il necessario e hai una bici bella, si ingarellano e piuttosto muoiono ma ti devono superare. Se non ce la fanno, stramazzano al suolo non soltanto per la fatica ma anche e soprattutto per la frustrazione dell'essere bypassati da un individuo del sesso "debole".
Il divertente è vederli arrabattarsi mentre tu procedi tranquillamente alla tua velocità di crociera.
Quelli che vanno più veloci di te ti superano ostentando tutto il loro splendore (se ce l'hanno, ma anche se non ce l'hanno) e dicendoti cose tipo "Alè alè". E tu ti chiedi: "Alè alè cosa? Io sto benissimo alla mia velocità di crociera".
Quelli che vanno clamorosamente più lenti di te stramazzano al suolo concretamente o figuratamente, ma non te ne accorgi perché sono dietro.
Quelli che hanno la possibilità di raggiungerti, anche per un breve tratto, lo fanno, a costo di sputare un polmone insieme ai numerosi scaracchi per scaricare peso inutile. Poi stramazzano al suolo con un polmone e molti scaracchi in meno e rientrano nella casistica di cui sopra (quella di chi va clamorosamente più lento di te).

Il divertente è quando tu donna non sei per nulla bardata, ma stai andando magari al lavoro sulla graziella comprata al Balon.
La casistica si ripropone, ma a un livello più basso, il che rende divertentissimo il tutto.
I bardati ti superano quasi tutti.
Se ne superi uno tu, lancia una corda tipo lazo al primo lampione e si impicca con la bici e tutto.
Il bizzarro è affrontare tutta quella fascia di curiosi personaggi caratterizzati da accozzaglie inspiegabili di abiti del Decathlon da bici, corsa, equitazione, che cavalcano biciclette improbabili.
La meglio categoria sono i vecchietti con la panza prominentissima tonda da birra fermentata appoggiata alla canna del velocipede, che quando si alzano rimane loro per almeno otto ore un solco passante per l'ombelico.
Tu donna sulla graziella che vai al lavoro sei costretta a superarli perché vanno ai due all'ora. Non vorresti perché ti fanno pena. Ma devi, se no arrivi tardi al lavoro. Speri sempre che non accada quello che spesso invece accade, cioè che uno di loro, o anche tutti nel peggiore dei casi, decidano che devono superarti. Tu hai fretta, devi arrivare al lavoro, ma loro, impietosamente in modo antispeculare a te, lo fanno. Senti un ansimare con tanto di fischio asmatico dietro di te, un cigolare di pedali, un incrinarsi di telaio, uno scricchiolare di ossa, e poi lo/i vedi al tuo fianco. Ti supera/no. Poi si accartocciano pochi metri più avanti. E tu non puoi far altro che chiamare un'ambulanza dando le coordinate gps, ché se no te ne staresti in permesso quasi tutti i giorni in cui decidi di andare al lavoro in bici.

giovedì 9 aprile 2015

Ristorante "Clinica leggera"



"Che strano nome questo ristorante" ho pensato quando ci sono passata davanti.
Ma a chi può essere venuto in mente di chiamare così un ristorante?
Ho iniziato a rimuginare sulla scaturigine del nome e sulla sua attrattività.
Ok, ci sono le locande leggere, quelle allegate ai negozi leggeri, che vanno tanto di moda. Sicuramente hanno voluto seguire l'onda. Ormai le persone di una certa classe, i radical chic, sono tutti perennemente parcheggiati in posti "leggeri". Prendono 3 grammi di quinoa dei campi coltivati da contadini italiani arando con le unghie in Guinea Bissau, 5 microgranuli di dentrifricio bio fatto a mano con la macina ligure di Triora, 9 millilitri di latte di asina biologica delle alture papuasiche nuove guineane.
Poi vanno al ristorante a mangiare cibo vegan-vegetarian-bio-just in time-ayurvedico.
Sì, effettivamente la parola "leggera" dentro il nome del ristorante ci sta.
Il che poi si attacca anche all'altro termine utilizzato: clinica. Il termine è un po' delicato, perché potrebbe far pensare a qualcosa di medico e far storcere il naso ai radical chic ipocondriaci, ma in seconda analisi può far pensare all'altra accezione di leggerezza: non senza peso da trasportare esternamente al proprio corpo, ma senza peso-ciccia interno allo stesso. Chi mangia alla clinica leggera diventa leggero pure lui, cioè magro e in forma, il che è perfettamente il linea con il cliente radical-chic-vegan-vegetarian-bio e chi più ne ha più ne metta. Non si può non pensare a idilliache situazioni di italica memoria che faranno sicuramente affluire al ristorante "Clinica leggera" a frotte.

Tutta soddisfatta, faccio una sosta per leggere che menù propone.
Affisso vicino alla porta leggo: "Menù del ristorante Cinciallegra".

mercoledì 25 marzo 2015

Compleanno ritardatario oltre i limiti concessi dall'umana tolleranza


E' accaduta una cosa orrenda.
Il mio blog ha compiuto otto anni il 27 febbraio e non gli ho fatto gli auguri.
Non posso neppure dire che quel giorno ci fosse da scrivere un post mirabolante e fantasmagorico.
Era libero, liberissimo.
Avrei potuto scrivere della scoperta di Titano, della morte di Debussy, di Martin Luther King, di Chirac, di due calzini, della mucca pazza, addirittura di Valentino Rossi. E invece no. C'era tutto lo spazio per il compleanno.
Si potrebbe declamare così il fallimento della genitrice di un blog e del suo ruolo di accompagnamento alla crescita e allo sviluppo.
E' pur vero che la prole parrebbe diventare biologicamente (e non socialmente) autonoma all'età di cinque anni.
Ma il blog è una prole un po' strana. Non spicca mai il volo da sola, e se il genitore se lo dimentica lentamente muore. Diciamo che anche un bambino di cinque anni - o otto che siano - , abbandonato a se stesso o controllato una volta o due al mese non se la cava proprio benissimo, ma il blog meno.
Il bambino potrebbe salvarsi, il blog no.
Peggio di un criceto.
Mi serve una consulenza di Mondoblog che salvi il mio blog soggetto a incurie mandandomi qualche fanatico di blog.
Anche se forse è più facile trovare qualcuno che voglia salvare un criceto piuttosto che un blog.
Ché in Italia la letteratura conta meno di un topo.

martedì 3 marzo 2015

ASL contro ASL

Il sistema sanitario nazionale è bello perché è vario, ed è così vario che è proprio un terno al lotto il medico su cui si capita.
E così c'è gente che preferisce ricorrere al sistema privato, pagando un sacco di soldi, seguendo il passaparola degli amici e dei conoscenti. 
Il medico, visto che guadagna molto di più quando riceve privatamente, è automaticamente ispirato dalla possibilità di essere allucinante alla ASL e meraviglioso privatamente. 
Altrimenti non si giustificherebbe che ci siano tanti medici bravi privatamente e tanti assurdi pubblicamente. E soprattutto che lo stesso medico sia la prima e la seconda cosa in contemporanea. 

Dato che non mi piace seguire l'ottica perversa del sistema, continuo a sperare che ci siano dottori etici che visitino bene alla ASL come in privato ( magari, ma forse questo è troppo, che si limitino a fare bene il loro lavoro pubblico e il resto del tempo lo trascorrano aggiornandosi). Quindi continuo a prenotare visite della ASL. 


Vado dall'otorinolaringoiatra dopo un mese, tre settimane e tre giorni pressoché consecutivi di mal di gola e catarro. Mi sfrego le mani che mi sia durata tanto la malattia, altrimenti, se fosse stata una cosa normale, dato il tempo d'attesa, sarei andata alla visita sana come un pesce. 
Spero ardentemente che mi risolva il problema. 
Mi accoglie un medico che bofonchia cose incomprensibili con un accento di qualche località a me ignota. Per comodità, nei dialoghi di questo post tradurrò già per voi le cose che ho dovuto farmi ripetere 4 volte. Quelle che ripeto per iscritto sono state dette 4*(le volte effettivamente indicate qui) volte. 

M (MEDICO): buongiorno, entri.
I (IO): buongiorno.
M: che problema ha?
I: è da un mese e mezzo che ho mal di gola e catarro.
M: ah, vediamo.

Mi fa accomodare su una sedia e mi spara una luce nella bocca abbassandomi la lingua, esattamente come aveva fatto il medico di base, quindi mi infila un attrezzo (si spera sterilizzato) nelle orecchie. Mi fa risistemare sulla sedia di fronte alla scrivania. 

M: lei ha una rino-faringite catarrosa. 
I: Cioè raffreddore e mal di gola?
M: sì, con catarro. 
I: sì, me ne sono accorta. Avevo scordato solo il rino. Tutto il resto gliel'ho detto io. 

Inizia a scrivere e riempie due fogli di medicinali.

M: ecco, prenda 20 giorni di questo per bocca, 20 di questo 2 spruzzi al dì, si metta queste gocce nelle orecchie per 5 giorni e dopo prenoti un'altra visita per farsi togliere i tappi di cerume. 
I: ok, ma sono antibiotici?
M: sì, quello per bocca è un antibiotico, quello spray è un cortisone. I tappi non c'entrano ma già che ci siamo può farseli togliere. 
I: ma si capisce perché ho questa cosa da un mese e mezzo?
M: beh ha le difese immunitarie bassissime. Comunque con l'antibiotico debelliamo tutto. 
I: sì, debelliamo anche le difese immunitarie che già sono bassissime. 
M: eh vabbeh, ma almeno poi non ha più male. 
I: non sarebbe evitabile? Patisco molto l'antibiotico e non vorrei che mi venissero delle complicazioni che ho già avuto in passato...legate appunto alla distruzione totale delle difese immunitarie...
M: senta, se viene da me alla ASL, sappia che io rappresento lo Stato. E la Costituzione dello Stato italiano cosa dice? Che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Dice che è fondata sulla salute? No! Io le do la possibilità di andare al lavoro e di non star male. Se avrà delle complicazioni le darò altri antibiotici e altri antiqualcosa, in modo che lei continui sempre ad essere malata ma non senta il dolore e possa andare a lavorare lo stesso. Se invece venisse da me privatamente, le direi cose del tipo: sia felice e vedrà che il suo sistema immunitario si ripristinerà e starà bene. Ma lei è qui e quindi le do l'antibiotico, ok? ....Di che colore é?
I: Eh?
M: di che colore?
I: ma cosa?
M: di che colore è la sua produzione?
I: Ma che produzione? Che colore?
M: la produzione che ha appena immesso nel suo fazzoletto.

Prendo il fazzoletto, lo apro.

I: bianca.
M: ah. Va beh, paghi il ticket e avanti il prossimo.

EPILOGO: Vado in farmacia piuttosto contrariata e combattuta tra essere felice, prendere l'antibiotico o andare da un altro medico. 
Tentare il terno al lotto un'altra volta no. 
Essere felice: irrealizzabile. 
Decido di prendere l'antibiotico. 
In farmacia pago, prendo la miriade di scatolette, poi mi viene la balzana idea di chiedere conferma alla farmacista che l'antibiotico sia specifico per le vie respiratorie. Lei guarda, si consulta con il collega e poi mi dice: "Beh, gli antibiotici servono un po' per tutto...questo poi è specifico per le vie urinarie".
Esco.
Torno a casa.
Metto il sacchetto nell'armadietto delle medicine. 
Ma davvero per guarire mi toccherà essere felice?