LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

giovedì 7 febbraio 2013

Perdite



Se sei ricco
materialmente o immaterialmente,
insomma, se hai qualcosa da perdere
è probabile che tu sia anche un po' ansioso.

Se sei ricco e un po' ansioso può darsi
che tu diventi maldestro
e ottenga dei risultati peggiori che senza ansia.
Sarebbe meglio possedere cose da perdere
ma non possedere ansia,
in modo da ottenere risultati tali
da non perdere ciò che si possiede
per via della maldestria derivante dall'ansia.

Ma se si possiede molto
e non si ha ansia da perdita
si è probabilmente
incoscienti
o
scavezzacollo
o
divini.
Gli uomini per definizione
non sono divini,
se no sarebbero dei,
quindi saranno
 incoscienti
o
scavezzacollo.

Se non hai nulla da perdere
e non sei ansioso,
hai senso,
perchè è inutile
preoccuparsi di perdere qualcosa
quando non si ha nulla da perdere.
E se hai senso nel non possesso,
allora sì che sei fuori controllo.
Nessuno potrà farti fare qualcosa
per non perdere qualcosa
che non hai.
Se sei poco influenzabile sarà difficile anche
farti fare qualcosa per acquisire
cose che poi potresti perdere,
ché potrebbe andare a finire che,
con quelle nuove cose de perdere,
tu diventi qualcuno che ha qualcosa da perdere
e per cui ha
senso
essere ansioso.

Se non hai nulla da perdere
e sei ansioso
non hai senso.
Se non hai senso
sei probabilmente
incosciente.

Da qui deriva che il mondo
è pieno
di incoscienti,
sia che
essi siano ricchi e sensatamente ansiosi,
sia che essi siano poveri e insensatamente ansiosi.

Incosciente è anche chi
crede di avere molto da perdere
e invece non ha nulla
a parte la sua ansia,

o chi
ha molto da perdere
ma non lo sa,
sia che abbia anche ansia da perdere,
sia che non ne abbia.

mercoledì 6 febbraio 2013

Step


Quando si dice faccio un lavoro, si fa presto a qualificarlo.
Faccio un buon lavoro, faccio un ottimo lavoro, faccio un lavoro accettabile, lavoro in modo inaccettabile.
Pare che ci sia equidistanza tra insufficiente, sufficiente, discreto, buono, ottimo.
Sono i voti che uno prende alle medie.
Perlomeno, io prendevo questi, Gli studenti delle medie di oggi non saprei.

Fare un lavoro insufficiente è facilissimo per molti, ma non per tutti.
Non ci si impegna affatto e il risultato è assicurato.
Se proprio si vuole essere sicuri dell'insufficienza, non si fa proprio nulla.
Non iniziare è la cosa più facile, perchè iniziare è il vero scoglio.

Dall'insufficienza alla sufficienza c'è una distanza abissale, di quelle intergalattiche, di quelle che pare che manco il gatto con gli stivali delle sette leghe possa riuscire a coprire. Insomma, se si è abituati a fare lavori insufficienti, è veramente durissima arrivare alla sufficienza.

Scorrazzare tra sufficienza, discrezione, bontà non è un grande sforzo.

E' il lavoro ottimo quello inarrivabile. Dal buono all'ottimo, di nuovo, gatto o non gatto, stivali o non stivali, è un mazzo che pochi possono permettersi.

Quando poi si arriva all'ottimo, non si è mica in salvo.
Si rischia di regredire subito al buono, il che non è cattivo, anzi, è buono,
oppure
 di proiettarsi nel tremendo

esagerato.

mercoledì 30 gennaio 2013

Occhi a merenda

Se c'è un cibo che inspiegabilmente esercita su di me una forza attrattiva inversamente proporzionale a quella repulsiva che esercita su quasi tutti gli esseri umani della cività perlomeno occidentale, è l'occhio.
E' bellissimo cavarlo dall'orbita del pesce o del coniglio, togliergli quella poltiglietta trasperente gelatinosa da intorno per ricavarne la perfetta, sferica, liscia pallina bianca che cede sotto il morso ma rimane pur sempre al dente. Il gusto è solo uno dei sensi interessati, forse il meno solleticato. In effetti, l'occhio sa un po' di polistirolo, ammesso e non concesso che voi lettori e anche la sottoscritta sappiamo che gusto ha il polistirolo.

In ogni caso, la mia passione per gli occhi è tale che da piccola ero andata dal macellaio di fiducia e gli avevo chiesto se mi potesse dare un occhio di mucca.


Lui me lo aveva procurato, impacchettato, e consegnato.
Aggratis.
Strano.
Ero andata a casa, l'avevo tuffato in un pentolone d'acqua bollente, quindi l'avevo scolato e impiattato. L'occhio era un monoblocco di gelatina durissima e impenetrabile. La gigantesca, perfetta, sferica, liscia palla bianca che mi ero immaginata è rimasta unìimmagine iperuranica stampigliata nella mia testa passata.

Dopo questa cocente delusione di gioventù, avevo ormai rinunciato a occhi di grandi animali, finchè, l'altro giorno, un amico non mi ha detto che in Messico si mangiano i tacos de ojo, che sono tacos farciti di fettine d'occhio di mucca, piuttosto appetitosi.
Mi è tornata la speranza. 
Poi sono andata con ansia a guardare su wikipedia, ma...l'occhio non vuole che io abbia la sua parte!

lunedì 28 gennaio 2013

Silenziosi

Un vecchietto attraversa la strada davanti a me e alla mia bici, passetto dopo passetto, con le pantofole scozzesi lanuginate all'interno. E' tutto curvo, cammina a velocità esaspetantemente lenta e, sempre lentissimamente, solleva un braccio con il dito puntato verso le nuvole, e sussurra "Giovane...", guardando verso il fondo delle strisce pedonali.
Guardo anche io verso il fondo, e non vedo nessun giovane. Vedo solo automobili tutte pronte a partire come molle appena il semaforo diventerà verde, e inizio a pensare che il vecchietto si rivolga agli autisti delle automobili, uomini o donne che siano. Del resto, giovani lo sono quasi tutti, in confronto a lui. In effetti "giovane" è un aggettivo invariabile e decisamente relativo a chi lo usa.
Io immagino già una pappetta di anziano sull'asfalto, con strisciate di sangue e finto burberry e lanugine bianca allo scattare del verde. Mi dico che nessuno può udire una voce così flebile, o considerare il gesto di un vecchio sbabbucciante sull'asfalto di una mattinata lavorativa.
Invece riesce ad arrivare indenne fino alla fine della zebra, e non solo. L'autista dell'autobus l'ha visto, sentito, e pure aspettato. Con tutta la calma di questo mondo, il vecchietto si siede sul bus e partiamo in contemporanea.
Ci affianchiamo io e l'autobus.
L'autista non mi vede, non mi sente e non solo non aspetta che io passi, ma mi taglia pure la strada con capottamento di me e del mio mezzo sventato per miracolo.
Sarà che la bici è un mezzo così silenzioso da essere più silenziosa del fiato di un vecchietto in fase terminale della vita, le ruote della bici più felpate del felpino delle sue ciabattine.


venerdì 25 gennaio 2013

Cose che succedono in gelateria


Quando entri in gelateria, di solito ti aspetti un gelato.

Se vai da "Ottimo!", però, trovi anche molto altro.

Non conviene passare quando si è di corsa: una volta entrati nel negozio, non si sa mai cosa ci si può aspettare. Molto spesso, però, non se ne esce in tempi brevi.
Il gestore è un vulcano di parole, con un entusiasmo culinario che straripa da tutti i pori. Te lo comunica per forza, e tu devi ascoltare, perchè è troppo interessante capire come nasce il suo gelato, come gli vengono in mente gusti tipo gorgonzola e marsala, fior d'oliva all'olio extra vergine d'oliva, zucca e amaretti, limone e salvia, rabarbaro e lampone. Ti ipnotizza con i racconti sulla ex fabbrica della "Leone", smantellata mandando al macero tavoli preziosissimi in marmo, stampi delle caramelle, cimeli di cui lui è riuscito a salvarne qualcuno e che esibisce come trofei. Ti spiega come calibri i grassi nei suoi gelati, quanto li limiti e come sia sempre attento a usare solo quelli del latte e derivati, o comunque sani e totalmente privi di grassi vegetali. Il risultato è davvero Ottimo!

L'altro giorno dovevamo andare al cinema dopo 20 minuti: siamo passati a prendere il gelato e Giulio, il gestore, era sprofondato in un libro, "Il lamento del prepuzio", di cui ci ha consigliato la lettura. Era così sprofondato, ma così sprofondato che non ci ha nemmeno introdotto uno dei suoi argomenti "da gelataio". "Sapete, questo libro mi prende tantissimo, devo finirlo!". E così mi sono detta che forse quella volta saremmo riusciti a vedere il film. Invece, dopo trenta secondi, è entrato un signore mastodontico carico di sacchetti di plastica, che ha estratto dalle borse una serie di barattoli di vetro, e si è messo a snocciolarne i contenuti: fichi al rhum, albicocche e pesche al rhum, fichi al liquore di lavanda, idromele, liquore di genziana, salsa di noci e miele, liquore alle trentasette erbe, e così via, finoa riempire tutto il tavolino. Sì dà il caso che non si lamentasse solo il prepuzio di Shalom Arlander, ma anche lo stomaco di Giulio, reduce da un'indigestione. Ma ormai il signore aveva estratto tutte le sue creazioni culinarie, preparate con cura per gli amici, dopo tante gite in montagna con raccolta di erbe fiori e frutti. L'amico era Giulio, ma, vista la situazione, siamo stati "assunti" come amici pure noi. Ci ha porto un cucchiaino (uno solo, tanto eravamo una coppia) e ci ha fatto assaggiare tutti, ma proprio tutti i prodotti che aveva con sè, mentre ci raccontava dei suoi libri di montagna e della sua collaborazione con il CAI. Insomma, alla fine al cinema non siamo andati. Siamo usciti barcollando sotto i fumi dell'alcol, ma abbiamo conosciuto Dario Gardiol, il che è ben più pittoresco (e organolettico) che guardarsi un film.

In conclusione, ogni volta che entri da "Ottimo!" non sai cosa ci troverai, a parte un gelato buonissimo, sano e sempre sperimentale.

Ultimamente, quando ci passo all'ora di pranzo, c'è un capannello di personaggi che parlano di soluzioni di marketing legate alla gelateria. Paiono professionali, preparati, pieni di documenti. Fanno osservazioni argute. Sembra di partecipare a un seminario della Facoltà di Economia.
Speriamo che non trasformino la genuinità dei gelati e di Giulio in un'operazione commerciale, dove anche Dario Gardiol dovrebbe fare domanda in carta bollata e richiesta alla ASL per fare la sua dimostrazione di prodotti tipici...

mercoledì 23 gennaio 2013

Messaggio significativo


C'è un messaggio che gira nella nostra società in multipli esemplari, è dappertutto, e fa capire che questa società è una società che sa riconoscere i veri valori della vita, sa dare loro il giusto peso, sa capirne la preziosità.
E' un messaggio che fa capire quanto la nostra società tenga alle cose importanti.
E' un messaggio da cui traspare l'umanità dell'umanità.
E' un messaggio che quasi tutti hanno in sè.

Anzi, più che in sè, ce l'hanno nei loro cellulari.
Del resto, è un messaggio.
Un sms.

"Ti amo anch'io".

No, non l'hanno scrittoloro.
Ma tutti quelli che hanno un cellulare Nokia ce l'hanno.
Si trova nelle bozze preimpostate.
Se avete un Nokia, controllate per credere.

Ché poi, se uno non è proprio più che attento, magari sta guidando, intanto sta leggendo il giornale e consultando il meteo sull'Ipad, intanto pensa alla riunione che avrà tra poco e al fatto che è in ritardo, può sempre capitare che al suo capo scriva "Ti amo anch'io" invece che "Sto arrivando".
E' facile sbagliare sms precompilato.
Basta un clic.  
Ma si sa, non c'è mica tempo da perdere a scrivere sms "da tutti i giorni".

lunedì 21 gennaio 2013

RESISTI

Entro in un ascensore.
Leggo questo cartello:
Mi sa che se resisto 2 giorni chiusa in un ascensore forse miglioreranno il mio gusto e l'olfatto, ma non potrò usare molto il primo.
Se resisto 3 mesi chiusa nel suddetto ascensore sarà chiaro che mi saranno sparite tosse, mancanza di respiro e fatica anche per piccoli sforzi.
Dopo un anno puzzerò parecchio, ma di sicuro non prenderò infarti nè tumori.
Dopo 10 anni troveranno un mucchietto di ossa.

Se fossi molto ricca, in effetti, i miei famigliari avrebbero tanti piccoli vantaggi.
Le donne in gravidanza e quanti non fumano non so.
La mia salute direi di no.