LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

mercoledì 16 febbraio 2011

Dimmi che bagno hai e ti dirò come mangerò

Quando uno va nel bagno di un ristorante, la leggenda metropolitana dice che possa capire tutto del tipo di cucina che consumerà.
Bagno sporco, cucina sporca, bagno puzzolente, cucina puzzolente, bagno curato, cucina curata e avanti così.
Ma io ho scoperto che ci sono anche altri componenti determinanti nei bagni.

Una è la chiave del bagno. Ultimamente capito spessissimo in bagni senza la chiave. Il che è piuttosto impegnativo, perchè devi cercare di centrare il vater, possibilmente in piedi perchè non si sa mai, anche se sei una donna è meglio che tu non ti sieda, e intanto di tenere chiusa la porta.
Se la porta non è vicinissima, si tratta di una seduta di stretching, solitamente asimmetrico, sanissimo per una sola parte del tuo corpo e deleterio per l'altra. E poi, vuoi mettere lo stress? Con uno stress così c'è pure il rischio che si blocchi l'intero sistema evacuatorio. Inoltre, in un bagno senza la chiave sarai ineluttabilmente costretto a toccare la porta, a volte anche i muri per mantenere l'equilibrio. Caso mai non lo mantenessi, toccheresti proprio tutto il pavimento con tutto il corpo, ma non occupiamoci dei casi limite.

Quando si esce, la speranza accecante è che ci sia il sapone. Uno esce dal bagno senza chiavi con le mani che hanno toccato di tutto, e prega che ci sia il sapone. Se il sapone non c'è, inizia a preoccuparsi, e magari torna al tavolo con arrotolato alla mano sinistra mezzo rotolo di carta igienica e alla destra l'altro mezzo. Tanto per non far entrare le proprie mani fetide a contatto con il cibo. Non è molto fine, soprattutto nel caso in cui si tratti della prima, e irrimediabilmente ultima, uscita con una persona che ci piace.

Se poi, a prescindere dal sapone, manca l'acqua calda, la situazione si fa calda, anzi fredda. Solitamente nei bagni dei ristoranti si mettono i pedali per accendere i rubinetti, e, di già che si fa quell'intervento, si pensa bene di togliere l'acqua calda. Magari vai in un posto che ha l'insegna al neon, con mille luci sempre accese, e altre fonti di consumo energetico da mille e un watt. Magari nella cucina ci sono quaranta forni a microonde con il grill, che consumano come le luci dello Stadio di San Siro, ma in bagno risparmiano sull'acqua calda. E così tu accendi il rubinetto, e ti scende giù un'acqua ghiacciata che ti causa un inizio di congelamento alle dita con rischio di amputazione e conseguente impossibilità di tenere in mano la forchetta in modo consono. Le conseguenze, nel caso tu sia in dolce compagnia, si riconducono al precedente paragrafo.

Nel caso in cia siano assenti carta igienica, fazzolettini e anche asciugamani ad aria, frequentare il bagno del ristorante diventa veramente impervio. A volte ci si accorge della mancanza quando ormai è troppo tardi. Anche nel caso in cui ci sia solo l'asciugamani ad aria, potrebbe essere complicato spiegare ad altri avventori cosa si stia facendo a chiappe all'aria sotto il getto. Per non parlare dell'inutilità di lavarsi le mani, anche accuratamente, e poi dover toccare la maniglia della porta con le mani bagnate, vettori di microbi assicurate.

Immaginatevi come potreste uscire da un bagno dopo aver mancato il water a causa di un crampo provocato dallo stretching asimmetrico dovuto alla tensione del tenere chiusa una porta senza chiave, dopo essere caduti per terra dopo l'insopportabile sforzo di equilibrio, dopo aver scoperto l'assenza di qualsiasi carta igienica, salviettina o asciugatutto ad aria, dopo esservi lavati le mani e le parti del corpo entrate a contatto con il pavimento sotto un getto d'acqua gelido e senza sapone. Roba da farsi passare la fame.

Per sicurezza, è meglio munirsi di un tubetto di disinfettante da applicare seduti al tavolo, che fa figo e non impegna, e soprattutto non fa passare la fame prima ancora dell'antipasto.
Un ultimo consiglio, non bevete: potreste dover andare ugualmente in bagno.

lunedì 14 febbraio 2011

Citazioni

Giovedì scorso sono andata alla presentazione di questo libro alla Feltrinelli di Genova.


Non sapevo bene chi fosse questa Barbara Fiorio, l'avevo sentita nominare solo poco prima, e, a sentire lei, ero una delle tre persone che non fossero sue amiche nella sala. L'altra era quella che mi ci aveva trascinata, quindi da sole costituivamo già il 66,6 periodico % dei non-amici.

La scrittrice era piuttosto simpatica, e non ho capito bene se il libro potesse piacermi o meno. Poi, aspettavo trepidante che si leggesse qualche pezzo di libro, ma quel momento non arrivava mai. Si è parlato molto del suo gatto Zorro, cosa che mi ha lasicata piuttosto perplessa per motivi di cui ho già parlato.

In ogni caso, nonostante il gatto, sono stata lì ad ascoltare, ed è arrivato il momento in cui si è letta una frase di uno dei suoi libri, non so se l'ultimo o il penultimo e primo.
Si parlava dell'amore, e la scrittrice spiegava che l'amore cresce, cresce, cresce, fino ad arrivare al suo culmine, che è un po' come la cima della montagna. Questa cima sarebbe rappresentata dal matrimonio.
A parte il fatto che ci sarebbe da fare tutto un discorso sulla veridicità dell'affermazione per cui la cima della montagna sia il matrimonio, poniamo pure come postulato questa realtà (o irrealtà).
La frase citata che mi ha notevolmente colpita è stata questa, relativa a quello che può succedere quando si arriva all cima rappresentante il matrimonio: "O si scende, o si cambia montagna". Al che mi sono detta che è proprio vero che questi genovesi dicono dicono ma di montagna proprio ne capiscono poco.
Voglio proprio vederti a cambiare montagna senza scendere da quella precedente.
Ché poi, in effetti, è vero che c'è gente che lo fa.
Cambia montagna senza scendere da quella precedente.
Vuole approfittare del dislivello faticosamente guadagnato, e quindi, che ne so, costruisce un ponte tibetano in fretta e furia, arrivando alla cima più vicina in linea d'aria. Oppure si lancia con la liana. Ma chi in montagna ci va, nota che non c'è tanta gente che si comporta così. Un ponte tibetano non si improvvisa, e la liana spesso è corta. E se qualcuno si comporta così, a meno di non avere molto, ma molto culo, si schianta rovinosamente.

Quindi sarebbe opportuno PRIMA scendere, POI cambiare montagna.

venerdì 11 febbraio 2011

Son soddisfazioni

Non è che voglia chissà che, non desidero diventare una scrittrice con lo yacht che si mette lì sopra con gli occhiali da sole e il costume, alle Antille o alle Hawaii o a Portofino, con il portatile sulle ginocchia e scrive. Soprattutto perchè scrivere su un portatile al sole è piuttosto scomodo e ci si brucia le ginocchia. Diciamo che poi, se mai mi capitasse, accetterei anche questi gravi disagi: i riflessi del sole sullo schermo, le ginocchia bruciate dal pc. Sono una persona modesta, che si sa accontentare, votata al sacrificio. Altrimenti prenderei uno schiavo che si bruci le ginocchia con il notebook al posto mio. Sono sicura che anche Puff ha lo schiavo che gli scrive i testi delle canzoni, a parte che noto qui sotto che ha messo anche un tendino protettivo sul divano, e direi che quasi quasi prima di procedere all'acquisto chiederei consiglio a lui.


In ogni caso, dicevo, mi accontenterei anche di pubblicare qualche libro, non un best-seller, insomma se fosse un best-seller lo accetterei umilmente, ma anche un libro che mi permetta di tirare su quei 1300-1500 € al mese netti andrebbe bene. Una cosa come win for life, solo che invece di azzeccare dei numeri avrei azzeccato un libro.

Comunque nella vita ho avuto le mie soddisfazioni letterarie.
Per esempio, tra le altre che non sto a citare per non fare un post smisuratamente lungo, ho vinto il primo premio della categoria prosa italiana di "'Lto almanach", un libro a tiratura annuale pieno di racconti e poesie in italiano e dialetto. E' un libro talmente locale che non ho manco trovato il link per linkarvelo, in ogni caso non so nemmeno più quale Almanacco di quale anno fosse, forse il 2008, non lo so.
Il fatto è che io avevo organizzato altro, non mi era arrivato l'invito e avevo scoperto il giorno prima che il giorno dopo avrei dovuto presenziare alla premiazione.
E così, invece di scombinare i miei programmi in nome della fama letteraria, avevo implorato un amico di andare al posto mio a ritirare il premio.
Lui è andato.
Ha stretto la mano ai personaggi a cui c'era da stringere la mano.
Ha ritirato una forma di castelmagno e una pila di libri cartonati patinati di vario argomento.
Il castelmagno se l'è mangiato come indennizzo per il disturbo.
La pila di libri me l'ha data.

Dopo un po', sul giornale locale è comparso un articolo, e c'era una foto del mio amico che stringeva la mano a chi doveva stringerla, e sotto c'era scritto:
"Matteo Rolfo ritira il primo premio per la categoria prosa in italiano".

mercoledì 9 febbraio 2011

Battibecchi tra innamorati


Esiste un'entità astratta, indefinibile, impalpabile, che nessuno conosce, o che pochi dicono di conoscere ma non ne sono così sicura.
Forse non esiste nemmeno, forse è un mito, una chimera, una fiaba.
Quando però vedi due persone ultraottantenni sposate da sessantacinque anni che fanno scene tipo quella che scrivo qui sotto, vengono dei dubbi sulla mitologia, astrazione e fiaba della suddetta.

Chiamiamola forse possessività, forse abitudine, forse alzheimer.
Ma per un momento ipotizziamo che sia altro.

LEI: l'altro giorno al club degli anziani c'era una biondona di quelle proprio tirate, giovani, avrà avuto 75 anni.
LUI: mi ha chiesto di ballare, io per cortesia ho detto sì.
LEI: ebbene sì, ma io gliel'ho impedito! Gli ho detto se balli con lei, io vado via con un taxi.
INTERLOCUTORE ESTERNO: e tu?
LUI: io non ho ballato.
LEI: e vorrei ben dire!
INTERLOCUTORE ESTERNO: ma non sarai un po' troppo gelosa?
LEI: gelosa io? Io non sono affatto gelosa. Sono solo PRECISA.

lunedì 7 febbraio 2011

Mutua intelligente


Quando uno è in mutua, può esserlo per vari motivi.
Se ha l'influenza e 40 di febbre, è tumulato in casa.
Se si è spaccato un braccio, stare tumulati in casa non ha molto senso.
Se ha problemi agli occhi, in casa può solo fare cose dannose per gli occhi: leggere, guardare la tv, stare al pc, ma non è importante, Brunetta dice che se un dipendente pubblico è in mutua deve stare chiuso in casa più di tutti gli altri, dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, e così il povero accecato in mutua dopo un'operazione agli occhi non può nemmeno fare 4 passi accompagnato da qualche amico/parente, deve chiudersi in casa a non guardare la tv, non leggere libri, non usare il pc.
Capita poi che il cecato, disperato, vada a passeggio dalle 13 alle 15, anzi no, perchè alle 13 gli fanno da mangiare, quindi ci va dopo il rancio, magari partendo alle 14,30, e così capita che in quella mezz'ora non ci sia nessuno per accompagnarlo, e che abbia pure fretta, perchè alle 15 deve rinchiudersi in casa, così si mette a camminare da cecato in frettissima, per arrivare in tempo per la visita fiscale.
Un modo come un altro per allungare la mutua, e per farsi andare a verificare dagli ispettori direttamente in ospedale, in rianimazione.

venerdì 4 febbraio 2011

Il bianco manto che copre silenziosamente tutto, ma proprio tutto

(foto Enrico Cavallo)

Il bianco manto che copre silenziosamente tutto, ma proprio tutto è molto poetico.
Meno poetico è quando lo si deve togliere.
Il fatto è che nulla si crea e nulla si distrugge. E infatti la neve, in tutto il suo biancore, altro non è che uno stato dell'acqua ibrido tra il liquido e il solido. Il problema è che quando la temperatura si mantiene immota per tanto tempo, lo stato ibrido, anche lui, si mantiene immoto.
E così è proprio necessario che si tolga il manto con le proprie pale, o, se si è equipaggiati, con i propri lancianeve (vanno bene anche quelli dell'amico o del parente, e soprattutto del vicino, come vedremo tra poco).
Ma spalare la neve, secondo il principio e secondo logica, non significa distruggerla, ma spostarla. E quando si sposta qualcosa, va a finire necessariamente in un altro posto.

Hai un giardino, togli la neve, ma dove la metti?
Provi a buttarla nella strada davanti. Quando ormai hai i bicipiti contratti come il potere d'acquisto dell'italiano medio, quando nel tuo giardino non c'è più ombra di neve, mentre contempli la tua erbetta che fa capolino stecchita e piegata, noti una nuova ombra in aria, che si avvicina. E' la tua neve di prima, lanciata dallo spazzaneve che sta sgomberando la strada. Così ti ritrovi di nuovo tutta la neve nel giardino (quella di prima e anche quella che è caduta in strada), ma la tua erba ha respirato per un attimo e ti ringrazia. Forse.
Dopo che sei andato a cambiarti i vestiti, provi a buttarla nel giardino del vicino.
Poi esci.
Quando torni, il vicino l'ha buttata di nuovo nel tuo, addizionata di quella che c'era nel suo.
Allora vai da lui e ti fai prestare il lancianeve.
Gliela ributti nel suo e non gli restituisci più il lancianeve.

Se abiti in un appartamento e hai dei balconi, butti la neve giù dal balcone. Più piani ci sono, più quello che ha il balcone al primo piano dovrà aspettare per poter aprire la porta e infilare la pala nella fessura per poter iniziare a spalare n balconate di neve, con n = numero di piani che ha l'immobile. Non parliamo di quello che ha il giadino sotto. Dovrebbero far pagare una tassa neve decrescente mano mano che si sale di piano, in modo inversamente proporzionale a quella per l'ascensore.
Un'altra soluzione per non disturbare nessuno è quella di trasformare lo stato della neve per farla diventare liquida o gassosa. Si può provare l'economico metodo ingestivo: si mangia e si inghiotte la neve ormai trasformata in acqua. Povera di sali minerali, ideale per chi soffre di calcoli, crea un solo inconveniente: dopo che avrete ingerito un cubo di neve pari a due litri, starete per esplodere, o comunque perderete tempo negli innumerevoli tragitti balcone/prato da spalare-bagno. Potreste sciogliere tutta la neve con il phon, oppure portarla in cucina e metterla nel forno acceso. A parte l'allagamento del forno e il doverlo pulire, questi ultimi metodi comportano parecchio dispendio energetico.

E allora, l'unica soluzione è tumularsi in casa e approfittare al meglio del dono che ci è stato fatto dal cielo.
Come hanno fatto loro.

mercoledì 2 febbraio 2011

B&B


Quando si decide di andare a giocare a biliardo o a bowling, ci si ritrova spessissimo in capannoni prefabbricati, un po' fuori dalla città, caratterizzati dall'essere pieni zeppi di personaggi con una spiccata tendenza alla tamarraggine. Che poi non capisco perchè questi individui si concentrino soprattutto in simili luoghi, oltre che nelle discoteche della domenica pomeriggio, ma quello, almeno, lo capisco. Non capisco invece perchè in un posto dove ci si muove un po', ci si concentra, si studiano tattiche ci sia una così altra densità tamarra.
Dove vanno le altre persone?
Hanno tutte il biliardo in casa?
Hanno tramutato il loro corridoio in pista da bowling?
Si accontentano della wii?
E se non hanno la wii?

In ogni caso, le tipologie di personaggi che si vedono nei biliardi sono caratterizzate dall'avere un altissimo potenziale distraente.

Prova tu a giocare a bowling mentre alla tua sinistra un tipo inguainato non si sa come in un paio di pantaloni di cinque taglie più piccoli, a ogni tiro ti mostra due mezze chiappe prive di mutanda. Non dico che sia una scena piacevole, anzi, spesso è raccapricciante, ma anche il raccapriccio deconcentra.

Poi adesso è di moda, per i maschi, andare in giro con il boxer aderente fuori dai pantaloni, che iniziano più o meno all'altezza dell'ultima falange di chiappa e a volte anche a quella delle ginocchia. A parte la difficoltà di falcata indotta, ormai ci si è abituati alla visione. Ormai la trovo quasi normale. Sarà che a lavorare nelle scuole finisce che ti senta strano tu, con i tuoi pantaloni a vita all'altezza della vita. L'altro giorno, però, c'era una ragazzino sulla ventina che giocava a biliardo nel tavolo vicino al nostro. Sua madre probabilmente aveva lavato tutti i boxer insieme. Gli aveva rifilato gli slip che giacevano sul fondo del cassetto, e lui non poteva avere pantaloni con la vita all'altezza della vita, in quanto inesistenti nell'armadio del tardo-adolescente medio. E così, ogni volta che si chinava, potevamo scorgere l'arcata bianchiccia e pelosa che si creava tra la sgambatura dello slip e la cintura dei pantaloni, che, tra l'altro, era sempre più bassa.

Poi ci sono i giocatori di biliardo energici. fanno un tiro e squarciano il panno. Ne fanno un altro e pacc, ti arriva una loro palla sul tuo tavolo, e magari fa anche buca. Se ti arriva in un occhio è peggio, per questo è consigliabile assicurarsi prima di entrare in una simile sala giochi.

Poi c'è la femme fatale: tacchi a spillo, pantalone con lo stesso problema del ragazzo con gli slip, ma dotata di tanga filiforme, impiega otto ore per fare ogni tiro, dopo essersi contorta in tutte le possibili posizioni acrobatiche sul tavolo, manco dovesse fare un car wash per il Motor Show.

Con tutte queste distrazioni, si può capire come mai i panni dei biliardi siano spesso lacerati (e poi reincollati alla meglio).
Non ci si può mica permettere di guardare dove si tira.