LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

martedì 16 maggio 2017

S'i fosse...


Se io fossi un detenuto, uno di quelli che hanno combinato qualcosa tipo accoltellamenti, risse, staccamenti a morsi di parti del corpo, violenze varie e mi ritrovassi in prigione, farei di tutto per far credere ai miei carcerieri di essere un modello di buona condotta, solo per ritrovarmi a guidare uno di quei camion super corazzati della monnezza che guidano i detenuti messi a fare lavori socialmente utili per buona condotta.
Se fossi un detenuto che ha combinato qualcosa tipo accoltellamenti, risse, staccamenti a morsi di parti del corpo, vorrebbe dire che ho una spiccata e naturale tendenza agli scatti di violenza improvvisi, alla barbarie, all'aggressività impulsiva, e non vedrei l'ora di essere alla guida di quelle specie di carrarmati urbani, per potermi dilettare nel travolgere filari di automobili parcheggiate, fare strike con le vecchine allineate sugli attraversamenti pedonali, vecchine che mi farebbero il dito medio e mi griderebbero vaffanculo coglionazzo, cosa che mi manderebbe il sangue al cervello, ragion per cui perderei totalmente il controllo delle mie azioni, mi riverserei con il mezzo e tutto su mercati interi straripanti di verdure vecchietti reggiseni casalinghe vestiti a buon prezzo bambini cani frutta. Divellerei tutti i tendoni, farei schizzare merce negli occhi dei passanti superstiti. Il mio vicino di sedile, anche lui nelle mie condizioni, agirebbe con il suo violento corpo per completare la violenza del mio intervento azionando il pugno rotante fuori dal finestrino, colpendo a caso oggetti e persone fino a cozzare contro qualcosa che vinca con la sua resistenza quella del suo arto.

Però non sono un detenuto che ha combinato qualcosa tipo accoltellamenti, risse, staccamenti a morsi di parti del corpo.

Quando vedo un camion della monnezza guidato da un detenuto di quelli che hanno combinato qualcosa tipo accoltellamenti, risse, staccamenti a morsi di parti del corpo, violenze varie e che sono lì a fare lavori socialmente utili per buona condotta, spero sempre che mi grazino la macchina, e ringrazio di non esserci io lì sopra, ché loro alla fine mi hanno bombato la portiera solo due o tre volte in tre o quattro anni, roba da credere alla buona condotta e alla detenzione riabilitativa.

domenica 14 maggio 2017

Foga non competitiva autoidratante autovitaminizzante


Passo in bici verso le 13 in mezzo a Torino.

Oggi è stata la giornata della Stratorino.

C'erano due percorsi, uno da 5 e uno da 10 km:
Attraverso una piazza Vittorio zeppa di bottigliette scricchiolanti sotto le ruote delle macchine, che avanzano immerse in uno strato di PET di circa 30 cm.
Nell'aria si diffonde un profumo di arancia, proveniente da montagne di spicchi smangiucchiati che danno quel tocco di arancione che non guasta mai alla Mole di macerie ammatassata.

Ora, mi chiedo io, è mai possibile che per fare 5 o 10 km di corsa su un percorso totalmente in piano, tutti i corridori necessitino di idratarsi e vitaminaCizzarsi  a ogni curva, lanciando la bottiglietta e la buccia d'arancia per aria, onde non appesantire la corsa Non competitiva verso il traguardo?

Mettersi la buccia in tasca e tenere la bottiglietta in mano, oppure bere prima e dopo la sforzo atroce di mezz'ora o un'ora non può essere previsto?

Quando si fa una corsa non competitiva è proprio necessario ridurre la città a un immondezzaio, tanto per spendere un po' di soldi pubblici nella pulizia?

Bisogna stare attenti a come si spende: le risorse vanno mantenute per incentivare il veganesimo in città!

mercoledì 10 maggio 2017

Visioni poetico-realistiche

C'è una bimba che si è messa a piangere a dirotto perché ha visto qualcosa di morto.
Un uomo con il contornino di gesso segnato in una strada, un cadavere freddo e giallo in una camera mortuaria, un animale spiaccicato, qualcosa del genere.
Qualcosa che prima era vivo ed ora, lampantemente, non lo è più.
Dico che è una bimba non tanto per il pianto a dirotto, ma per ciò che segue, cioè il fatto che le siano sorte delle domande che probabilmente nel bimbo sarebbero state precedute come tempismo e importanza da un "cosa c'è per merenda?"

(Scherzo. Più o meno.)

La bimba chiede: "Dov'è adesso il morto? Dove va?"
Ormai ha scoperto che uno prima c'era e poi non c'è più.
Il genitore inizia a chiedersi come dirle le cose come stanno senza che la bimba sia traumatizzata, ma tutto ciò che è reale gli pare traumatizzante. In più c'è anche il fatto che pure il genitore stesso ha dei dubbi su quale sia la verità. Nella sua vita ha pensato un sacco di robe diverse relative alla morte, e ha l'impressione che ne penserà ancora di più man mano che si avvicinerà il momento in cui pure a lui toccherà.

Il genitore è un animo poetico, ama il bello, e gli piace trovarne dappertutto.

Dirle "Va in Paradiso" gli pare contraddire il se stesso del momento in una modalità sbrigativa che dia una soddisfazione fugace e provvisoria. Mettere allo sconforto una pezza incollata con lo sputo.

Le si avvicina, si inginocchia vicino a lei, le cinge la vita, le mette una mano sulla spalla, e le dice:
"Ascolta, è vero, la vita, così come la vedi, può finire, ma ogni essere vivente è iscritto nell'Universo e mai ne uscirà. Semplicemente, ciò che vive viene da qualcosa che viveva e vivrà, ma in modi diversi, appartenendo sempre a questo Mondo".
La bimba lo osserva, si asciuga una lacrima con la manica della maglia, e, con voce rotta, chiede:
"E come succede?"
Il genitore risponde che chi muore è fatto di materia deperibile, cioè che si decompone".
La bimba chiede cosa voglia dire decomporsi.
"Beh, vuol dire diventare humus, ad esempio, un miscuglio di resti animali e vegetali, cioè di esseri viventi, che, grazie a funghi, batteri, microbi, si decompongono per poi tornare nella vita ad esempio come nutrimento degli alberi. Lui (e indica il morto), tra un po' potrà essere parte di un albero, non lo trovi bellissimo?".
Lei osserva crucciata il genitore: "Ma funghi batteri e microbi sono buoni o cattivi?".
Il genitore: "Sono buoni, fanno sì che tutto si trasformi e niente si distrugga".
"Ma sono belli o brutti?".
"Beh, sono abbastanza brutti".
Prende il cellulare e scrive "Batteri" su google immagini.
Esce questo:
La bambina dice "Ma quindi quando si muore si è attaccati dai mostri?", e si rimette a piangere a spron battuto.
Il genitore ha poco da riconsiderare il suo modo di raffigurarle questo ciclo di vita universale, in cui ognuno può diventare tutto e tutto può diventare ognuno.
La riabbraccia, le rimette una mano sulla spalla.
"Senti, stavo scherzando. Tutti gli esseri viventi che muoiono vanno in Paradiso".
Lei vuole cercare paradiso su google.
Non si fida.
Lo cercano.
Lo guarda.
E' soddisfatta.

giovedì 4 maggio 2017

Sovrastrutturare l'insovrastrutturabile

L'altro giorno discorrevo di obiettivi.

Il mio rapporto con i suddetti ha subito un'evoluzione con andamento votato al crollo verticale senza paracadute e con un'incudine di marmo appesa alle caviglie.

Parlandone, ho capito perché.

Semplice, gli obiettivi devono dipendere solo ed esclusivamente da TE.

Secondo l'interlocutore, non si poteva nemmeno definire obiettivo qualcosa che dipendesse da fattori esterni. Io avanzavo questioni tipo eventi imprevedibili che possono succedere anche a te, tipo malattie cambiamenti radicali di personalità nuove convinzioni che non si erano mai sfiorate prima, e ogni volta era pronta una nuova confutazione per convalidare la teoria che definiremo dell'obiettivo autarchico.

Ho riflettuto sul fatto che da un po' di tempo la mia vita è basata su obiettivi in buona parte indipendenti dalla mia volontà o azione. A dire il vero, ciò mi è sempre sembrato di immane fighitudine. Mi è stato detto che fare così crea frustrazione. Ma tutto sommato cosa c'è di meglio che un po' di sani frustrazione e addoloramento per l'incompiutezza dei propri obiettivi (in realtà da definirsi propositi) per scrivere post ispirati e sofferti e romantici nel senso letterario del termine?

Si è poi passati a esempi concreti.

Il tipico obiettivo-non-obiettivo è "voglio trovare il/la compagno/a della mia vita".
Ma come si fa a porsi un obiettivo così stupido?
Non è un obiettivo, è un proposito, e, che lo si chiami in un modo o nell'altro, creerà con ogni probabilità una grandissima frustrazione. Perché non dipende solo da noi, ma da cose e persone del tutto incontrollabili.

L'idea è che, però, si possano fissare degli obiettivi propedeutici al raggiungimento del proposito suddetto.

Uno di questi è: curarsi, lavarsi, vestirsi bene, fare sport e curare l'alimentazione per essere in forma fisica, nutrire la mente per poter sostenere brillanti conversazioni. Ciò, per aumentare le chance di trovare...

Ecco.

Di trovare?

Di trovare cosa?

Se uno/a è Mr o Miss Perfect, quante persone troverà?
Sei figo, hai la casa figa, hai il lavoro figo, conversi figamente, hai la macchina figa, la bici figa, gli sci fighi, fai figamente sport, hai un fisico figo, hai perfino lo spazzolino da denti figo.
Trovi un casino di gente e mezzo.
Se trovi un casino di gente e mezzo che vuole stare con te perché hai tutto figo, come farai a capire se tutta questa ressa che ti sgomita davanti manco fossi il negozio della Apple il primo giorno di vendita del nuovo Iphone è lì perché ti ama o perché hai tutte quelle fighitudini?
Non ti troverai forse anche tu come il bimbo che contempla la vetrina della gelateria con 28789372422 gusti e impiega così tanto tempo anche solo a osservarli tutti che magari prima di arrivare all'ultimo è già un vecchietto canuto stanco sdentato e con il diabete, ragion per cui se ne va senza ultimare l'acquisto?
E poi, tu sei veramente quella roba figa lì, oppure hai solo raggiunto un obiettivo che ti eri fissato, allo scopo di trovare UN/UNA compagna?
Metti che ne scegli uno/a in mezzo al marasma. Come capirai che è quello/a giusta?
E come farai a sapere se tu sei giusto anche solo per te stesso, figurarsi per qualcun altro, così orientato agli obiettivi da non aver nemmeno più il tempo di ascoltarti?

Se sei uno che ama le case fighe, è figo che tu ti faccia la casa figa.
Se sei uno che ama i lavori fighi, è figo che tu ti procacci il lavoro figo.
Se sei un amante delle parole e dello scambio con gli altri, è figo che tu conversi figamente.
Se ti piacciono i motori e l'estetica meccanica, è figo che tu ti compri la macchina figa.
Se sei fissato che il ciclismo, è figo che tu abbia la bici figa.
Se sei appassionato di sport invernali, è figo che tu abbia gli sci fighi.
Se ami lo sport, è figo che tu faccia figamente sport.
Se sei come sopra e/o abbastanza edonista, è figo che tu abbia un fisico figo.
Se sei un maniaco compulsivo perfezionista fin nei minimi dettagli, è figo chetu abbia perfino lo spazzolino da denti figo.

In questo modo, tutta questa fighitudine, o solo parte di essa, non sarà più quello che ti sei posto come obiettivo, ma sarà quello che sei.
E se, ad esempio, sei uno che per natura è tendente al grasso, che manco se si stabilisce in palestra gli si definiscono i muscoli sotto i rotolini adiposi, va bene così. Sei fatto così.
Idem se sei uno che come massima lettura nella vita fa quella del gas, e già gli viene difficile.
Se si vede chi sei da fuori, e se ti rispecchi in quello che sei, c'è più probabilità che chi ti vede ti riconosca e dica ah perdindirindina, è lui.
Magari non sarai così figo, non potrai scegliere UN compagno tra una miriade, ma avrai più chance di trovare di trovare IL compagno. Già solo per il fatto che sarai riconosciuto per quello che sei, senza che tu sia armaturizzato in così tante sovrastrutture da essere diventato invisibile a te a agli altri.

Certo, LUI deve proprio passare di lì.

Questa è un'altra storia.

Lì ci vuole culo.

E per il culo non c'è obiettivo che tenga.

giovedì 27 aprile 2017

Non pensare a nulla!


Una volta ho letto in un libro di sociologia che l'uomo ha inventato il lavoro per passare il tempo. La cosa mi aveva assai colpita, dato che io ho trascorso anni a cercare di ottenere un lavoro che mi lasciasse tempo libero, onde non venderlo tutto a qualcun altro. 
Forse, avevo pensato, l'uomo (e anche la donna, ma ci ha impiegato di più) si è lasciato prendere la mano, ha esagerato con il lavoro, è finito in uno squilibrio esistenziale, per cui ciò da cui era corso ai ripari inventando il lavoro è diventato merce preziosa e agognata ma al tempo stesso evitata con scuse tipo che si hanno da fare gli straordinari, si deve pulire casa, fare la spesa, eccetera eccetera eccetera, tutta roba che è entrata nel negotium corrente. 

Al di là del negotium, l'uomo ha inventato pure l'otium, che mica è l'ozio fancazzista immaginato com quello che si sdraia e sonnecchia con la bolla al naso e magari un sombrero in testa. No, l'otium è praticamente occuparsi di un sacco di incombenze, ma senza essere pagati, e spesso pagando addirittura. Fin dalla più tenera età l'essere umano suole essere seppellito di attività tipicamente otiumose, tipo corsi di nuoto di ginnastica ritmica artistica a corpo libero a corpo occupato lezioni di piano violino chitarra flauto traverso trombone karate judo full contact e chi più ne ha più ne metta, con un planning che solo a vederlo sembra di stare nella hall del Club Med. 

Ma perché tutto ciò?

Perché è praticamente impossibile non fare né pensare a nulla.
E se uno ci prova, mettendosi lì, seduto o coricato, anche con gli occhi chiusi per non avere stimoli visivi, magari con il naso tappato per non averne di olfattivi, i tappi nelle orecchie, le fettine di cetriolo tagliate spesse sugli occhi, rimane qualcosa di irrefrenabile: il pensiero. Che poi è l'otium per eccellenza, quello più riverito e al tempo stesso temuto.

Non pensare a niente adesso. 

Fatto?

Ma figuriamoci. 

Avrai almeno pensato che uno con tutti sti tappi addosso stia scomodissimo. O avrai pensato a cosa dovrai fare dopo (dicesi stress o budget)  o a cosa hai combinato prima (dicesi rimorso o rimpianto o bilancio consuntivo).

Tu pensi e se hai tanto tempo a disposizione pensi un sacco. Se sei un demente pensi cose semplici e elementari, se sei un tipo riflessivo ti arrotoli su ragionamenti sempre più astratti ed esistenziali. 
Nel primo caso, ti ammorbi rapidamente e ti tuffi in qualche attività otiumosa, tipo guardare partite di calcio, fare shopping, sparlare della gente.
Nel secondo caso, diventi perlomeno nevrotico, o comunque qualcosa di simile, qualcosa che sfiora la filosofia e che al tempo stesso si allontana sempre più dalla vita vissuta, perché è così complesso articolare tutto il pensiero che ti devi per forza astrarre dal concreto, da ciò che hai intorno. 

Ciò, perlomeno fin quando qualcuno o qualcosa ti ricorda che devi andare a lavorare. 
A correre.
Al corso di inglese.
A pilates.
Al cinema. 
A leggere un libro. 
A fare qualsiasi cosa che impedisca alla tua mente di pensare liberamente senza essere convogliata da qualcosa di costrittivo.

Ognuno si costruisce liberamente la sua prigione

martedì 4 aprile 2017

Ritardi

video

Parlai a suo tempo degli appuntamenti, e della piacevolezza o meno degli stessi.
Mi pareva di aver trattato tutte le casistiche.
In realtà ne ho scordata una frequentissima.
Gli incontri, piacevoli o no, con ritardo altrui.

In un'ottica soggettivo-ottimistica, ho rimosso la fallacità o la intenzionalità ritardataria dell'altro.

Forse ritenevo ingenuamente che "tuo anticipo" corrispondesse a "ritardo altrui".

Le due cose sono invece ben diverse.

Lo dice pure lui:
 Uno che arriva in anticipo vuole creare artificialmente l'attesa, e quindi è chiaro che, se non è proprio un masochista, ne trarrà motivi di giovamento (anche se lo è, in quanto il giovamento, in questo caso, è l'agognato danno).

Uno che invece arriva in tempo, a volte pure in anticipo, magari addirittura in ritardo, e aspetta, si ritrova in una situazione ben diversa, in cui lui non ha deciso niente ed è in balìa dell'altro.

Può godersela o meno, ma non è comunque artefice della situazione.

Se è uno di quelli che se la godono, sarà comunque vittima della legge dell'utilità marginale: più l'attesa si dilungherà, più il godimento calerà, a meno che non si sia nella casistica di incontro estremamente spiacevole, casistica in cui godimento e tempo trascorso saranno direttamente proporzionali, nella speranza che l'altro abbia avuto un grande contrattempo traducibile in assenza definitiva.
Se il godimento nasce dal volersi gustare ogni attimo di trepidante attesa dell'arrivo dell'altro, quando passerà un po' di tempo la goduria inizierà a trasformarsi in fastidio, il fastidio in incazzatura, l'incazzatura in sensazione che il ritardo si faccia pacco.

Lo stesso vale per chi dall'attesa non trae alcun godimento, con la differenza che il fastidio nascerà prima, così come anche l'incazzatura e conseguentemente l'urticante sensazione pacchistica.

Le risoluzioni della situazione in cui il ritardo è altrui sono varie:

  • se l'altro arriva nell'arco di un quarto d'ora accademico, a meno che non si sia puntigliosi, tutto andrà probabilmente liscio.
  • se l'altro arriva in un lasso di tempo incluso tra più del quarto d'ora e il limite personale di tolleranza al ritardo, si farà qualche battutina ma tutto rimarrà più o meno nei ranghi. Il puntiglioso o se ne sarà andato, o ricadrà direttamente nelle categorie successive.
  • se l'altro arriva in un lasso di tempo incluso tra il fastidio e l'incazzatura, anche proprio quando la prima scintilla d'ira sta per accendersi, stimolata dal bastoncino sfregato del fastidio,ma ancora non l'ha fatto, i primi momenti dell'incontro saranno compromessi, con una durata inversamente proporzionale alla tolleranza individuale al ritardo dell'attenditore. 
  • se il limite dell'incazzatura è superato, la serata inizierà arrabbiata. Il seguito è da vedersi, ma di certo non ci saranno ottimi presupposti.
  • c'è poi la casistica del non-arrivo completo del ritardatario, in questo caso trasformabile in pacchista. Serata gravemente compromessa, con umore variabile dal menefreghismo risentito all'incavolatura dilagante.
Se il non arrivo si prolunga, se l'attenditore continua ad attendere, si rientra nel campo aspettandogodotiano. 
Probabilmente, se uno è entusiasta quando arriva all'appuntamento, tanto più se è già l'n-esima volta che l'atteso non compare, aspetta un'idea che si è fatto, qualcosa di ben distante dal reale atteso, altrimenti saprebbe già che l'atteso non s'ha da attendere, soprattutto se lo attende invano per la 587598738ttesima volta. 

Poi ci sono le attese di qualcosa di indefinito, senza luogo né appuntamento. 
Sono le attese aspettandogodotiane per eccellenza.
Poi Godot non arriva mai.
E se arriva, non è certo quell'idea tutta nostra che aspettavamo. 

mercoledì 29 marzo 2017

Lutto


Quando uno subisce una perdita, ha un lutto.
Non importa che perdita sia, l'importante per determinarne l'entità è quello che si prova.
Se è proprio una perdita per te importante, sentirai di aver perso un pezzo di te.
Questo pezzo mancante viene sostituito da un vuoto sotto pressione, pulsante, un vuoto inriempibile, une specie di cisti di nulla piazzata nei tuoi tessuti.
Ciò che hai perso non c'è più, ma non è rimpiazzabile da nulla. E infatti, è proprio il nulla che si installa, un nulla pulsane, un nulla che nei suoi
rigonfiamenti rimbalza via quello che c'era, non solo ciò che è sparito.
O prima c'erano persone intorno? Il nulla sgomita contro di loro: più
ti avvicini, più tuo nulla le rimbalza via lontano. La persona
media, davanti al bolo di vuoto, scappa
a gambe levate ancora prima che ci sia il rimbalzo.
La persona media vuole solo cose facili intorno.

E così, di colpo, non solo non c'è più quello che avevi perso, ma non c'è più nessuno.

La città in cui vivevi era amichevole? Adesso ti collassa minacciosa addosso, e non ti schiaccia solo perché le macerie rimbalzano sulla tua palla di vuoto.

Il tuo stesso corpo si paralizza, perché lapilli cistosi di nulla ti si incastrano tra i tessuti nei punti più strategici: articolazioni, tendini, insomma, là dove sono più paralizzanti.

Come fare?
Aspettare, prima o poi le cisti si assorbono.
E se non si assorbono?
Ci si convive.