LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

giovedì 20 luglio 2017

Insonnia

Quando uno è bambino, e per bambino si intende un dato non anagrafico ma esistenziale, si mette nel letto, chiude gli occhi e in brevissimo tempo una dolce vertigine si impossessa di lui e lo fa precipitare impalpabilmente in un mondo candidamente oscuro e altro.
Quando uno è bambino, vi si lascia cadere con diletto e goduria.

C'è gente per cui va così per tutta la vita, anche quando non è più bambina, sia anagraficamente sia esistenzialmente.
C'è gente che resta esistenzialmente bambina,
altra che dorme profondamente pur non restandolo. E' gente che trova altri modi.

Poi, c'è chi non trova altri modi che l'insonnia.
O a cui altri modi non bastano, ci vuole proprio lei.

Quando sei insonne, ti metti nel letto e, se sei stanco, senti la vertigine incipiente.
Il mondo candidamente oscuro e altro ti risucchia, ma tu sei ancorato alle tue costruzioni mentale, arpionato alle tue paure con mille fili uncinati ognuno a un pensiero o a una paura che fanno parte di questo mondo. Mentre ti senti cadere, la tua imbragatura ti dà strattoni che ti risvegliano di soprassalto, e ti riportano qui in modo vigile e sommariamente - oppure nemmeno troppo - consapevole. Sai che qualcosa in te te lo impone, che il mondo candidamente oscuro e altro ti toglierebbe questo, così concretamente impensierente e impaurente.
Le paure e i pensieri che ti incatenano alla vita che percepisci come reale diventano irrinunciabili.
Sacrifichi per questo il sonno, che è poi ciò che ti permetterebbe di dare una priorità e un ordine a quell'orda di pensieri e paure a cui sei uncinato, di inquadrarne alcuni e di buttare nel cestino dell'olbìo altri, usando la fase R.E.M. per cliccare con il destro e selezionare "svuota cestino". Quando compare la finestra: "Confermi di voler cancellare i pensieri selezionati?", sai che se clicchi sul "sì" li perderai tutti definitivamente.

Clicchi sul "NO."

Ti giri e rigiri nel letto, mentre il disturbo della vita vigile intorno (insetti, nottambuli, insonni, lavoratori notturni,...) diventa assordante impedimento al tuo riposo,
pretesto per dire che il rumore più fastidioso
NON
è nella tua testa.

domenica 16 luglio 2017

Capisci i nuotatori


Per capire come funzionano i rapporti sociali basterebbe essere bagnino per un giorno.

In piscina si possono riconoscere le varie indoli delle persone nel rapportarsi con gli altri, dove gli altri sono gli sconosciuti con cui a ognuno tocca condividere l'esistenza, a meno di non isolarsi autarchicamente su un picco o un'isola deserta.

Ecco, la piscina non è né un picco, né un'isola, e nemmeno un minilago deserto. E' una pozza rettangolare con delle regole ben imprecise e un'accozzaglia di gente che non si conosce a mollo, impegnata nel nuotare perlopiù. 

Già, all'arrivo c'è quell'ameno obbligo di mettersi la cuffia in testa e di farsi la doccia. Molti svicolano la doccia, e i più rispettosi si irrorano con una spruzzatina d'acqua tanto per dare un'idea di doccia ai bagnini, che, dal canto loro, sono impegnati a fare altro (osservare la molteplicità umana nuotare e fare mentalmente considerazioni sui rapporti sociali). Io aggiungere un altro must: tagliarsi le unghie e limarsi i calli. Dovrebbe esserci un controllore molto rigido sul rispetto di questa regola, che sarebbe inutile se la gente fosse civile e tutelasse il proprio ed altrui spazio vitruviano. Ergo, la regola non sarebbe solo utile, ma vitale. 

Quando si è più di uno per corsia, ma a volte anche uno solo, e non si è attenti, è facilissimo, infatti, che a qualcuno vengano inferte ferite da unghia e da callo acuminato. Questo accade perché c'è gente che, se sei davanti a lei ed è più veloce, ti arriva addosso e ti incide le piante dei piedi manco fosse Edward mani di forbice. Aspettare di poter superare senza arrecare danno o disturbo non è contemplato. 

Per il perfetto rispetto degli altri l'ideale, attuato da tantissimi e caratterizzato da massima visibilità sulla situazione d'insieme, è nuotare a dorso, soprattutto se non si è in grado di andare dritto e indirizzare gli arti in direzione parallela al corpo. Ad ogni bracciata si provvede ad arpionare e incidere i corpi sia dei compagni di corsia, sia di quelli delle corsie vicine, data l'ampiezza dell'arcata che compie la bracciata di taluni. 
Più gente c'è in corsia, più è indicato mettersi a fare dorso, tavoletta e soprattutto darsi alla pazza gioia con un bel delfino energico, che invade con un'onda di tsunami tutta la piscina, fino ad arrivare addosso ai bambini della vaschetta da 50 cm, per non parlare degli effetti incisori di lunghe unghie laccate di donne con un look strepitoso in ogni occasione e calli preistorici dei vecchietti bisognosi dei massimi devozione e rispetto da parte dei più giovani, senza necessità alcuna di reciprocità. 

Certo, poi, si è tentati di ricorrere ad armi chimiche, ma di questo il bagnino nulla può sapere. Se davvero ci fosse il leggendario coloratore di pipì, scommetterei che quelli che infliggono unghiate alle piante dei piedi non potrebbero più farlo perché, immersi nel blu dipinto di blu, perderebbero il senso dell'orientamento e si schianterebbero di testa contro i crani di coloro che arrivano in direzione contraria. 

Forse, davvero, è meglio non essere bagnini per un giorno.

Magari conviene leggersi "La Repubblica" e credere nella possibilità dell'impossibile.  

Ché almeno si sta illusoriamente contenti per un po'.

giovedì 13 luglio 2017

La caduta


Quando uno si accorge che il suo baricentro non poggia più dove poggiano i suoi piedi,
in quell'esatto istante in cui si scentra dalle sue vaste possibilità di equilibrio anche solo per un millimetro,
proprio in quell'istante,

ricorda.
Con estrema chiarezza e nitidezza di percezioni.

Ricorda che quello che credeva fosse una sicurezza,
lo stare in piedi,
è solo una combinazione di fortunati baricentramenti, che contempla del tutto ciò che non contemplava lui, ovvero che ci siano molti altri bariscentramenti, per cui la caduta è ineluttabile.

E la caduta,
spesso,
fa male

ma fa anche
ricordare di essere sempre in bilico
tra baricentramento
e bariscentramento.

domenica 9 luglio 2017

Fortuna sicura

Ero lì in piedi in mezzo alla movida, quando mi si è avvicinato un tizio che conoscevo. Era accompagnato da un altro tizio che si è presentato con nome e cognome, e questo tizio aveva un non so che di noto. Poi mi è venuto in mente che assomigliava ad Ascanio Celestini, che non è che mi sia proprio familiare, ma comunque l'ho già ripetutamente visto durante i suoi spettacoli.

Il tizio, per la somiglianza fisica a Celestini, mi ha incuriosita, e forse anche io ho incuriosito lui perché avevo un atteggiamento da fan, infatti mi ha anche detto di cercare il suo nome e cognome su youtube, dove c'era solo un video in cui stonava una canzone da balera in una balera.

Il tizio aveva appesa al collo quella che sembrava una pietra a forma di 1.
Ha notato che la guardavo e ha attaccato a dire che quella era la sua pietra feticcio, che l'aveva trovata in una spiaggia in Liguria e l'aveva subito colpito, e infatti era andato a casa e l'aveva pesata, e il peso indovina un po' quanto era?
Avevo sollevato il pendente, che sembrava leggerissimo, avevo azzardato un 3,33333 grammi, e lui mi aveva detto, sì, certamente, 33,33333 grammi, pazzesco, era destino che io la trovassi, era destino che mi cambiasse la vita.
Ma che strano, a me sembra molto più leggera, avevo constatato.
Beh, me certo, vorrai mica che vada in giro con qualcosa di così prezioso appeso al collo?! Ho fatto un calco in gesso.
Ah, beh, allora soppesarla era del tutto inutile, avevo pensato.
Mamma mia, e l'originale? avevo chiesto.
Lui si era scaldato tutto, aveva iniziato a raccontare del suo giro per banche alla ricerca di una cassetta di sicurezza che meritasse.
Mi è venuto spontaneo chiedere cosa fosse mai successo dal ritrovamento della pietra in poi.
Lui aveva risposto che all'inizio niente di particolare, dopo un po' una cosa bellissima che poi era diventata brutta.
Insomma, un po' come succede spesso nella vita, no?
E allora a che serve il monile?
Lui è diventato perplesso.
Ha detto che magari non aveva funzionato perché l'originale era in cassetta di sicurezza.
Ma mai e poi mai avrebbe corso il rischio di tenerlo appeso al collo ed esporlo a possibili furti.
Meglio tenere la fortuna in cassetta di sicurezza, ben lontana da occhi indiscreti.

martedì 4 luglio 2017

"Ti voglio bene"


Voler bene, che frase difficile.

Ma che vuol dire?

“Ti voglio bene”.

Ti voglio, in che modo? Bene sembra una roba un po’ porno, o perlomeno dittatoriale.

Mi pare che l’interpretazione migliore sia voglio che tu stia bene.

E qui nascono un sacco di implicazioni mica da ridere.

Come si fa a comportarsi in modo che l’altro stia bene?

Bisogna conoscerlo proprio a fondo, a volte meglio di sé stessi, dato che molto spesso non si sa manco come fare per far stare bene sé stessi.
Una buona opzione è chiederglielo, o verificare periodicamente che il nostro agire lo faccia stare davvero bene, ma si può comunque ricadere nel rischio dell’altrui misconoscenza di sé.

Ammesso e  non concesso che si sappia come far star bene l’altro, incombe l’impossibilità di estirpare sé stessi da questo voler bene.
Alla fin fine, con l’altro si ha un rapporto; il rapporto contempla la presenza e l’influenza di entrambi, per cui appare sovrumano che qualcuno possa pensare al bene altrui in modo totalmente disinteressato.
Può capitare, ma è raro, e non sono sicura che anche quando sembra, tipo quando una madre muore per salvare un figlio, ci sia un disinteresse puro.

La cosa che si può fare è tendere, tipo limite stiracchiato verso l’impossibile, a voler bene a qualcuno.

Poi, dire “Tendo a volerti bene”, per quanto onesto, può suonare un po’ freddo.

Non dirlo per senso di inadeguatezza può suonare ancora più freddo.

Allora,
meglio dirlo quando lo si sente,
poi passare il tempo a cercare di farlo,
nel
possibile
imperfetto
umano
modo.

mercoledì 14 giugno 2017

Utilità elevato a n, con n che tende a infinito = inutilità

immagine di Claudia Rogge

Un nome è una cosa che ti contraddistingue.
Serve.

Se iniziano a essercene tanti uguali, ti contraddistingue meno.
Serve meno.

La gente deve iniziare a trovare altre modalità per capire che sei tu e non il tuo omonimo.

"Genoveffa è andata da Genoveffa per parlare di Genoveffa".

Bel casino, no?

Bisogna almeno aggiungere una declinazione, una particolarità, per capire di chi si parla, e in più queste etichette devono essere condivise da emittente e ricevente.
"Genoveffa dal collo lungo è andata da Genoveffa che ama i centrini per parlare di Genoveffa che di nascosto suole farsi selfie e collezionarli tutti in un ambum verde" non funziona mica.
E se l'interlocutore non sa nulla delle abitudini delle due Genoveffe?
Senza contare che l'ultima caratterizzazione può essere una grave lesione della privacy dell'ultima Genoveffa, quella che aveva confidato all'emittente il suo segreto, convinta che lui lo conservasse gelosamente.
Ed ecco che il segreto viene meno a causa dell'eccessiva concentrazione sulla necessità di specificazione.

Dare nomi di moda a tante persone è grave.

Si rischia che ad un certo punto si chiamino tutti allo stesso modo.

Il nome diventa così sempre più inutile:

nomi attribuiti a un'infinità diventano infinitamente inutili.

giovedì 1 giugno 2017

Ma come ti viene in mente?

Mi è stato chiesto come un blogger qualunque possa pensare di mettere nel mare magnum di internet i suoi post, con tutta la letteratura eccellente, con tutto quanto di perfetto è già stato scritto, così tanto da rendere impossibile leggerlo tutto dalla nascita alla morte. 
Mi è stato chiesto perché qualcuno dovrebbe perdere vita a leggere post imperfetti, ma soprattutto con che superbia un blogger qualunque possa avere il coraggio di rendere pubblico il suo blog. 

Vediamo di rispondere. 

Prima di tutto, internet è un mare magnum, e, come si sa, nel mare ci può essere di tutto. 
Spetta al pescatore non tirare su scarpe o assorbenti usati prendendoli per carpe. 
Certo, se uno butta le scarpe vecchie o gli assorbenti nel mare, può non sentirsi tanto in pace con se stesso. Ma si sa, molta gente è sempre in guerra con se stessa, qualunque cosa lanci in acqua. 

Se si scrive qualcosa in internet, si mette il proprio prodotto alla mercé di persone che hanno tantissimo da leggere, e che quindi, in base al loro gusto personale, selezioneranno quello che preferiscono, siano minchiate, cose di grande letteratura, notizie effimere, news che cambiano il mondo. I lettori possono decidere di buttarsi sul carteceo o anche sul kindaceo, senza quindi leggere nulla in internet. 
Del resto, è prerogativa del lettore leggere quello che cavolo gli pare, e più roba c'è più il lettore accorto potrà scegliere e quello non accorto sarà confuso e incapace di decidere, come capita da sempre alle persone non accorte anche in assenza di internet. 

Come fa il blogger a scrivere post in dieci minuti e a postarli così, senza rileggere, limare, lavare in Arno, perfezionare? 

Ammaniti, quando ha scritto "Il momento è delicato" ha detto che "il romanzo è una storia d'amore, il racconto è la passione di una notte". 
Aggiungerei che il post è un incrocio di sguardi per strada. 
Fugace
fulmineo 
imperfetto.

Vuoi la storia d'amore? Leggi un romanzo. 
Vuoi la passione di una notte? Leggi un racconto.
Vuoi l'incrocio di sguardi per strada? Leggi un post. 

Del resto sei un lettore, e come tale godi dei diritti imprescindibili del lettore
Vi è incluso non leggere. Per primo. 
E anche quello di tacere. Per ultimo. 
Abusato il primo,
dimenticato l'ultimo. 
Come capita spesso agli ultimi.