LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

martedì 31 maggio 2016

Il matrimonio è un'azienda


Il matrimonio è un'azienda.
La sua costituzione si basa su un contratto depositato e firmato.
Ha un suo layout, un suo marketing, una pubblicità interna ed esterna.
Ha una politica di fidelizzazione che rende ognuno parte indissolubile ed indispensabile dell'impresa.
Prevede un'organizzazione dei tempi, dei modi, delle procedure che tendono a diventare sempre più standard nel tempo.
Quando si gerarchizza secondo uno dei modelli previsti o creati all'uopo, richiede sempre più pianificazione per poter funzionare in modo oliato,
i suoi meccanismi stessi vanno oliati nel tempo per poter girare in qualche modo nonostante l'obsolescenza degli insostituibili macchinari.

Ha delle precise regole da rispettare:
  • prevede una serie di diritti che a saperli tutti già a uno viene un senso di prevaricazione.
  • prevede una serie di doveri che a seguirli tutti già a uno viene un senso di costrizione.
Si tratta di un'azienda che non prevede il tempo determinato, i co.co.co., i co.co.de.:
esiste solo un infinito tempo indeterminato,
fin dall'inizio,
fino alla fine,
e di questi tempi
uno, il tempo indeterminato, se lo tiene stretto fino alla morte.

E l'amore?
Beh, l'amore è un optional.

sabato 28 maggio 2016

Cose preziose

A volte nella vita si trova prezioso qualcosa
di incommensurabilmente distrutto,
o di pessimo gusto,
o inutilmente ingombrante,
o ancora di pochissimo valore,
o qualche cibaria o bevanda andate a male
o schifosissime.

L'uomo (inteso come specie) è un essere stranamente nostalgico, che crea collegamenti mentali al limite dell'assurdo e oltre.

Vede un oggetto
e non vede l'oggetto.

Vede un frutto e non vede il frutto:
vede le mani nere di terra spaccate dal lavoro callose generose teneramente grandi che lo hanno raccolto.
E così il frutto non è più un frutto ma una passione, un sacrificio fisico, un'attesa del germogliare, un'annaffiare,un proteggere dalla grandine, una cura che si assapora mentre se ne addenta la polpa.

Vede un paio di scarpe vecchie bucate spelacchiate sformate con le suole scollate e non vede un paio di scarpe vecchie bucate spelacchiate sformate con le suole scollate:
vede la strada che hanno percorso addosso a lui, mentre ridisegnava città, sente tutti quei chilometri nelle loro suole lisce, che quando piove pianta delle scivolate di metri e metri sulle piastrelle lisce dei portici.
E così le scarpe non sono più scarpe ma pezzi di vita vissuta.

Vede un orribile pelouche dei colori dell'arcobaleno riproducente un organo sessuale maschile e non vede un orribile pelouche dei colori dell'arcobaleno riproducente un organo sessuale maschile:
vede il momento in cui i suoi amici riuniti hanno avuto quell'attacco di infantile demenza senile e glielo hanno regalato per il suo compleanno o per il suo addio al celibato/nubilato.
E così il pelouche non è più un pelouche, ma il simbolo della sua amicizia a vita con quei suoi dementi presenti anche quando assenti amici.

Vede una biro azzurra compratagli a mille lire nel 1988 dalla propria madre e non vede una biro azzurra compratagli a mille lire nel 1988 dalla propria madre:
vede una madre con un figlio che vorrebbe proprio quella biro e poi ci rimane male perché lei gliel'ha davvero comprata, e un desiderio esaudito a volte fa rimanere di stucco, con un certo amaro in bocca per il sacrificio che al bambino sembra stranamente esagerato, quando ci sono tutte quelle biro azzurre da 200 lire e volendo avrebbe potuto anche usare quella blu, e poi la custodisce con cura certosina, e la centellina per scrivere solo i titoli più importanti di tutti gli appunti della sua vita fino all'Università e oltre.
E così la biro azzurra non è più una biro azzurra, è la cura di una madre che per una volta ha voluto fare un piacere insensato a un figlio molto raramente viziato.

Vede un libro su uno scaffale e non vede un libro su uno scaffale:
vede condivisioni, luoghi, l'istante dell'acquisto, un vissuto ritrovato, dediche, commenti a matita, sottolineature che hanno cambiato la vita, o almeno il modo di vederla, almeno per un po', a volte per sempre.
E così il libro non è più un libro, è un'emozione.

Come si fa a buttare cose così preziose?
E così uno si ritrova a vivere in una casa straripante di oggetti preziosi,
seduto su una poltrona vecchia e logora che ha portato a braccia su dalle scale nel 2010 con una sua cara ex coinquilina spaccandosi la schiena e facendole battere una culata sul marmo delle scale,
a risfogliare un libro sottolineatissimo,
rifinendo con una storica biro azzurra la frase più significativa,
mentre appoggia la schiena su un pelouche arcobaleno di forma fallica che sua madre ha cercato di gettare via ogni volta che è andata a trovarlo,
addentando un frutto tutto spaccato dai becchi degli uccelletti che infestano le coltivazioni del suo amico contadino
e
accavallando le gambe con all'estremità scarpe che sarebbero proprio da buttare via, ché pure quelli di Humana ci sputerebbero su, e gli stessi zingari che rovistano nei contenitori degli abiti usati preferirebbero camminare scalzi sui ceci piuttosto che impossessarsene.

L'unica cosa inquietante,
quando si hanno cose così preziose in casa,
oltre a pulire,
ma quello è un evitabile optional,
è
il famigerato
devastante
maldischenizzante
spettro
del
TRASLOCO.

Ma, tutto sommato, per quello ci sono gli amici, quelli del pelouche.

Forse.

giovedì 26 maggio 2016

La città puzza


La città puzza.
E' un organismo putrescente e si accartoccia su se stesso e sulle sue fogne, che si insinuano maleodoranti su per i tubi
delle docce
dei lavandini
dei water
dei bidet che solo noi italiani abbiamo, tanto per avere un tubo in più da cui sniffare il maleodore delle viscere della città.

Ma il maleodore delle viscere della città è il nostro maleodore, che cerchiamo invano di ricacciare giù, e che torna su quando ormai credevamo stoltamente di essercelo tolto di dosso.

Noi uomini, ammassati nelle città, siamo in lenta putrefazione già dalla nascita, già prima della morte, che riverserà i nostri vari liquami corporei nelle casse ammucchiate nei cimiteri. I liquidi odorosi rimarranno per qualche anno ad autocompiacersi gli uni gli altri nelle bare di zinco, che a loro volta si decomporranno scientificamente rilasciando comunque alla fine quel residuo putrefatto che andrà ad alimentare qualche discarica, e quindi ci tornerà indietro, parecchio dilazionato ma pur sempre indietro.

Il maleodore in vita, quello ce lo becchiamo tutto.
Ascelle puzzolenti del vicino di tram appeso alle maniglie, si sospetta appositamente piazzate in alto;
Esalazioni gassose pluriprovenienti da tutte quelle persone che ci circondano, a distanze più o meno ravvicinate, procedendo nella loro lenta putrefazione;
Aliti
di cibi in digestione
di marciume dei denti
di vecchiaia;
Odori che iniziano appena dopo le troppe docce che i cittadini si fanno per non puzzare,
dopo essersi coperti il corpo di deodoranti antiodoranti antitraspiranti,
dopo essersi aspersi di profumi che reagiscono creando olezzi ancora più nauseabondi,
perché il cittadino è sempre più psicosomaticamente spaventato da tutti questi altri cittadini così vicini e si difende dai rapporti come natura può fare.

Sarà per affinità di riconoscimento che al pubblico non si devono mai offrire delicati profumi che l'esasperino, ma solo lordure accuratamente scelte?

martedì 24 maggio 2016

Due notizie per te


Se sei una persona non socialmente pericolosa,
non di quelle che se si arrabbiano prendono un coltello e lo piantano in qualsiasi cosa si muova,
non di quelle che quando perdono i gangheri potrebbero strozzare qualcuno con una mano sola,
insomma,
se sei una persona che se si arrabbia al massimo dà un pugno al muro
o spacca qualche mobile a calci,
se si dispera al massimo si mangia 8 kg di biscotti
o si fuma 345 sigarette una dopo l'altra,

ho due notizie per te,
una buona
una cattiva.

Prima la buona o la cattiva?

Prima la cattiva, che così poi ci si addolcisce la bocca con quella buona.

La cattiva notizia è che,
per quanto tu non lo voglia,
per quanto tu possa anche decidere di passare la vita legato a una sedia con piaghe da decubito nelle chiappe,
per quanto tu cerchi di non fare nulla di sbagliato,
farai del male a qualche persona.

La buona notizia è che
nessuna di loro morirà per questo.

sabato 21 maggio 2016

Capire

C'è un'attività che pare vitale nella vita di ognuno di noi.
Quest'attività è capire.
Ci viene chiesto di capire fin dalle scuole più facili, le elementari.
All'inizio uno deve capire semplici e basilari concetti.
Poi deve capire concetti più complessi e articolati.
Finché uno è piccolo, dice a se stesso che si può permettere di capire concetti limitatamente complessi, e tira un sospiro di sollievo.
Per fortuna, è troppo piccolo per la complicazione.
Ma poi arriva la famigerata età della maturità.
L'età della maturità è infingarda, perché giunge alla chetichella, mentre uno crede sempre di essere troppo giovane per capire.
Mentre uno è lì che crede, all'improvviso qualcuno gli fa notare che è maturo.
E' maturo per dover capire le cose complesse e articolate che consistono nel saper gestire una vita socialmente accettata.
L'avvenimento accade di solito da un momento all'altro.
Uno rimane un po' colpito.
Poi si mette lì e riflette.
Deve capire.
Anzi, deve aver capito.
Che fare?
Constatare di essere disadattati o mimetizzarsi ai più fingendo di aver capito?
Fingere di aver capito tutto solo con gli altri o farlo anche con se stessi?
Certo, far finta di aver capito quello che si vorrebbe aver capito è un'allettante opzione.
A furia di ripeterselo, ci si convince.
La buona notizia è che il periodo della maturità è solo il cucuzzolo della curva dell'andamento della propria vita: si deve mentire a se stessi per ben poco tempo.
E' molto più lungo il periodo in cui si è troppo acerbi per capire già,
lo è molto di più quello del declino, in cui si è troppo vecchi per capire ancora.
Qualche anno di balle,
e poi si è di nuovo liberi
di non capire.

giovedì 19 maggio 2016

Giochi

Tempo fa avevo rallegrato i lettori con un'interessantissima proposta di sibilla casalinga e giocosa.
La sibilla in questione consisteva in un ventaglio di opzioni fino a ventisette, concomitanti con combinazioni di frutta secca e cioccolato di copertura, a cui abbinare risposte a quesiti esistenziali più o meno ramificati. Meglio dell'oroscopo, che ha solo dodici varianti e oltretutto ci vincola a una sola opportunità per niente cangiante nel tempo.
Nel caso delle dragées, invece, ci si può sbizzarrire nell'inventare, più degli astrologhi, risposte assurde su ognuna delle quali si può ricadere.
E le dragées stanno lì, tranquille. Non prendono decisioni svincolate dal loro proprietario, e finché non vengono mangiate tutte, assolvono al loro compito di dare risposte casuali a domande per cui non c'è risposta.
Il fatto è che, dopo anni e anni di scommesse da quattro soldi, peraltro quasi sempre sconfessate dalla realtà, che generalmente trova la ventottesima opzione a cui non si era assolutamente pensato, uno, dopo aver pensato di giocare con i cioccolatini, si rende conto che sono stati loro a prendersi gioco di lui, e che è diventato di 156 kg.

Al che si mette a fare jogging e smette di andare all'Eurospin.

Facendo jogging, si ritrova a passare sempre davanti a un negozio di musica, e il negozio si estende per una serie piuttosto lunga di vetrine specializzatissime, e in una di queste c'è un tavolino proprio attaccato alla vetrata e dietro il tavolino una sediolina, e sul tavolino un sacco di pezzi di tromba e attrezzi. Girato verso la strada, sulla sediolina, c'è un vecchietto canuto e barbuto, con gli occhi azzurri, una specie di babbo Natale magro specializzato in riparazione trombe. Invece di farsi un laboratorio come tutti farebbero, esiliato in un sottoscala nel retrobottega, si è messo lì, per guardare la gente che passa, per evitare di vedere sempre gli stessi colleghi e gli stessi clienti tipici di un negozio che, in quel preciso reparto, vende e ripara solo trombe.
Ovviamente non è sempre lì, perché si immagina che a volte debba andare in magazzino, altre parli con clienti, altre ancora stia al bar di fronte a bersi un caffettino.
E così, lo scommettitore folle che passa lì davanti correndo inizia a fare giochini sulla presenza o meno del riparatrombe.

E' una dipendenza, non si può smettere stando semplicemente alla larga da Eurospin e frutta secca con cioccolato.

E' come quando uno smette di mangiarsi le unghie
e inizia a scarnificarsi la testa a furia di grattate,
smette di scarnificarsi la testa a furia di grattate
e inizia a farsi cicchettini alle 8 del mattino,
smette di iniziare a farsi cicchettini alle 8 del mattino
e inizia a drogarsi,
insomma, cose che capitano a tutti.
Alla fine forse si ricomincia con le unghie.
Se va bene.

Se uno ha la dipendenza da insulse scommesse con se stesso, le farà comunque prendendo come pretesto qualsiasi cosa.
In questo caso, il riparatrombe.
Un po' come una puntata su nero o rosso della roulette.
C'è o non c'è.
Semplice, lineare.
"Sarò felice nei prossimi 50 anni? Se c'è sì, se non c'è no".
Se poi c'è, ci si compiace stoltamente.
Se non c'è, ci si dice che sono tutte cagate e ci si compiace stoltamente dell'essersi corretti nella propria assurda superstizione autoprodotta.
La costante è lo stolto autocompiacimento.

Un giorno, però, presi dalla scommessa in atto, si arriva davanti alla famigerata vetrina, ci si gira, il vecchietto c'è, ci si compiace stoltamente come sempre, ma succede qualcosa di imprevisto.
Il vecchietto ci vede.
Ci fissa con i suoi occhi azzurri interlocutori.
Ci osserva.
Cavoli, con la frutta secca non succedeva.
Ecco cosa accade a lasciare la via vecchia per la nuova.
Ci si rende conto che il vecchietto,
a sua volta,
scommette sul nostro passaggio o meno davanti alla sua vetrina.

E così,
si credeva di usare come giochino il vecchietto,
ma non che
anche il vecchietto usasse noi come giochino.
Cambia l'oggetto/soggetto,
non cambia il risultato.
Era solo più prevedibile,
essendo animato da un'anima.

Chi vuol giocare giochi,
ma poi non si stupisca di perdere
o di essere giocato.