LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

giovedì 1 gennaio 2026

Un mondo evolutamente miope

 

Uno si ritrova nel mezzo del cammin della sua vita a credere che la miopia sia ormai smarrita, invece eccola lì. 
Di colpo, non si legge più quello che c'è a più di 2-3 metri di distanza. 

Uno aspettava, preparato controvoglia, l'arrivo della presbiopia, invece no, da vicino vede sempre benissimo. Tipo si siede in treno e involontariamente riesce a leggere pure i messaggi del vicino, anche se ne farebbe volentieri a meno. 

Invece, quello che gli succede, è che ad esempio uno guida e la strada, quella, la vede, ma i cartelli, quelli, no. Per fortuna c'è il fido smartphone con gmaps che lo guida. Già, finché non c'è un cartello di quelli momentanei, e si prende una bella multa. 

Uno non può più socializzare con la gente che incrocia per strada o nella vita, a meno che questa gente non si infili in quella bolla con 2-3 m di raggio. I pochi vedenti residui credono che sia asociale. Invece è solo miope, e non si fida a salutare qualcuno che poi magari non è quello che si pensava e si corre pure il rischio di socializzare senza volerlo, o peggio, di socializzare con qualcuno che, vedendolo, si eviterebbe. E così ci si limita a frequentare un gruppo di persone che si riconosce dall'odore, o dalla voce, quando parla allo smartphone.
Per fortuna, per i single, ci sono le fide app di incontri per socializzare, raggiungendo poi fisicamente la persona, avvicinandosi progressivamente l'uno all'altro con la reciproca geolocalizzazione di gmaps. Spesso ci si accorge che forse sarebbe stato meglio fidarsi della propria miope vista nella vita vera che delle foto ritoccate dagli smartphone, ma questa è un'altra storia. 

Ad un certo punto uno pensa che non è giusto, che la miopia era una roba da prima dei 27 anni, ma poi scopre che sua mamma, che ha preso a mandare ogni mattina ottocento messaggi whatsapp di buongiorno con girasoli fiocchetti e campane è diventata miope pure lei: a 89 anni. 

Al che si realizza che non vederci più oltre tre metri di distanza fa parte dell'evoluzione.

A che serve vedere lontano, a gente che vive nelle scatole, si sposta nelle scatole e fa tutto con una scatolina con schermo che tiene a 30 cm dalla faccia? 


venerdì 26 dicembre 2025

Capire poco - o della maledizione della partita doppia

Oggi faccio un post semiscolastico e personale, anche se di solito preferisco parlare di uno in generale e non di me. Invece qui parlo proprio di me, non tanto per incensarmi (sarebbe assurdo, ve ne accorgerete), quanto per dare un esempio a voi numerosi lettori più giovani di quanto sia forse meglio fare quello che amate anche se ha pochi sblocchi lavorativi, piuttosto che una roba con molti sbocchi che vi fa sboccare. 

Ecco, lo so che da quel che leggete qui dentro, voi due lettori, sembro mooolto equilibrata, ma vi vorrei parlare di un (forse) errore (o orrore) che mi attanaglia da decenni: la partita doppia.
Ecco, perché io mi sento un po' perseguitata dalla partita doppia, e mi sono sorpresa a pensare: se so la partita doppia, è perché io valgo. Ecco, io ogni tanto la so, male, poco, ma poi la scordo e non la so più. E quindi non valgo.
Il problema, che non è di uno generico, ma squisitamente mio, è che io, la partita doppia, dovrei insegnarla. 
Insomma, con tutta la moltitudine di cose che si possono fare nella vita, che poi sono sempre meno man mano che si invecchia, io sono invecchiata e il mio imbuto di possibilità, assurdamente, si assottiglia sempre lasciando dentro meno cose, ma lei, la partita doppia, sempre, c'è. 
Maledetta.

Quando stavo finendo le scuole medie, i professori chiamavano i genitori e dicevano tre cose diverse: 
  1. suo figlio non ce la fa, meglio se fa il professionale;
  2. suo figlio fatica un po', meglio se fa il tecnico;
  3. suo figlio può fare tutto, deve fare il Liceo.
Non ho mai capito perché se uno può fare tutto, allora deve fare il Liceo. Se può fare tutto, allora deve poter fare anche il professionale o il tecnico. O altro che non mi viene in mente. Ma no, in quelle scuole ci va solo chi non capisce tanto. 
In ogni caso io ero di quelli che possono fare tutto e quindi devono fare il Liceo, così ho fatto il Liceo.

Poi, alla fine del Liceo, di nuovo, i Prof parlavano con i genitori. 
Che uno (cioè io) dice: "Insomma, ho la maggiore età, potrò pur ben sapere meglio io, rispetto a uno che mi vede tre ore a settimana, di cosa ho bisogno, o no?" 
E infatti sì. 
Però a quell'età uno (cioè io) ha scarsa autostima, così ascolta i saggi, cioè i prof. 
Perché a quell'età, almeno negli anni novanta, uno ha una visione un po' distorta del mondo, e se è proprio molto ingenuo crede che i prof siano persone meravigliose che sanno tutto. E le persone meravigliose dicono ai genitori di nuovo varie cose:
  1. suo figlio fatica parecchio a capire, è meglio se va a lavorare, ma chi gli ha detto di fare un Liceo a sto caprone che adesso è un casino trovare un lavoro? (Un altro prof, come lei, direbbe il genitore, e continuerebbe ragionevolmente a pensare: ma chi si fida più dei prof?).
  2. suo figlio fatica un po' a capire, può fare un'università ma di quelle facili, che so, una laurea breve in qualcosa di tecnico (che poi, fatico a capire perché le cose tecniche debbano essere per chi fatica a capire).
  3. suo figlio può fare qualsiasi cosa.
Ecco, di nuovo, io ero finita in quelli lì che possono fare qualsiasi cosa. Poi dicevano che scrivevo benissimo, che proprio avevo una dote, poi ero brava anche nelle lingue, negli sport, insomma un sacco di doti. Però, ecco, le lingue, uno se le può imparare per i fatti suoi, con Lettere si finisce a fare i commessi da Ikea, con l'ISEF (adesso mi pare sia scienze motorie, sono anziana), oufff, finisci a fare sostegno a scuola, non c'è sbocco. Ed ecco ora la genialata: è meglio coltivare tutte queste meravigliose attitudini nel tempo libero, e, visto che uno può fare qualunque cosa, meglio se fa qualcosa di UTILE. 

E così, mi ritrovo a fare qualcosa di utile: ECONOMIA AZIENDALE. Quell'Università che, nell'indecisa lista delle preferenze, era finita per prima all'ultimo posto. 

Vado lì, e alla prima lezione di economia aziendale mi spiegano - di merda - la partita doppia e lì affondo in quell'asfalto fresco di cui parla Enrico Galiano come nelle sabbie mobili. Vado subito a ripetizioni, ma mi sento handicappata, non diversamente abile, proprio handicappata con l'h. Mi dico che forse è meglio accettare i miei limiti: non posso fare qualunque cosa, insomma  la fisica, la meccanica e l'economia aziendale no. Ma poi insisto. Ho la maledizione di quella che può fare qualunque cosa. E così vado avanti. Copio in modi assurdi, creo accordi fantasiosi con compagni di università, in qualche modo arrivo in meno di 4 anni a laurearmi in Economia aziendale, senza aver capito quasi niente dell'Economia aziendale, avendo passato il tempo a coltivare le lingue, la letteratura, lo sport, ché poi, ovvio, finisco e addio economia aziendale. 

La sera della festa di laurea un rivolo di sudore freddo mi scorre in fronte. Mi sono laureata in ECONOMIA AZIENDALE. 

Passo gli anni successivi a cercare di fare altro, ma l'economia aziendale torna sempre. Non riesco  a trasformare in lavoro quelle cose che dovevo coltivare da sola, nonostante sappia benissimo le lingue, scriva benissimo, sappia la letteratura, abbia letto tantissimo, faccia benissimo lo sport. 
Riesco a lavorare solo con bilanci, soldi, insomma quelle cose che mi vengono malissimo.
Lavoro in Banca, riclassifico bilanci: mi viene, ma lo so, che mi viene male, perché in realtà io sono inglobata economicoaziendalmente nell'asfalto secco. 
Nessuno se ne accorge, perché la gente capisce poco e non capisce di capire poco, in generale. 

E poi cosa finisco a fare? A insegnare l'Economia aziendale. 
Dopo aver preso 80/80 alla scuola di specializzazione per l'Economia aziendale. 
Ma ormai si è capito, che i prof capiscono poco, per quello che mi hanno dato 80/80. 
Chissà perché, a quei prof che non capivano che io capivo poco, un professore non ha detto: "Capisce poco, meglio se va a studiare al tecnico ed evita l'università". Avevano professori che capivano poco.

Un giorno, a metà della scuola di specializzazione, avevo mangiato un tortino intero da tre persone in un coffe shop di Amsterdam e, sotto gli effetti del tortino, l'unica cosa che dicevo era: "E se adesso mi dimentico la partita doppia?"
L'ho dimenticata, quella poca che avevo capito. 
L'ho ripassata.
L'ho ridimenticata alla velocità della luce. 
L'ho riripassata.
E avanti così.
L'ho insegnata, ad un certo punto, all'inizio della carriera scolastica.
Gli alunni, a fine anno, in una valutazione della prof, cioè di me, hanno scritto testuali parole: 
"La prof è autistica della sua materia". E qui si consolida l'idea iniziale mia dell'handicap con l'h.
"La prof pensa solo alla partita doppia nella vita".
"La prof ama e fa solo partita doppia, nel tempo libero". 
Del resto, capivano poco. 
Io pure. 

Sì, perché a chi devo insegnare la partita doppia? A quelli che capiscono poco. 
Quelli a cui i prof delle medie hanno detto: "Capisce poco, deve fare qualcosa di tecnico".
E così, io che capisco poco della partita doppia, devo insegnare la partita doppia a chi capisce poco.

Non è una maledizione?
Forse sì.
Forse no. 
Ché, a pensarci bene, un prof che capisce poco capisce gli alunni che capiscono poco. Esercita un'empatia impossibile per un prof che capisce molto, perché nel suo animo devastato dal dubbio rinasce ogni giorno il fanciullino disagiato a rischio dispersione scolastica che c'è in lui.  

domenica 21 dicembre 2025

Dicono che i professori parlano sempre di scuola. E hanno ragione.

Leggevo un libro di Paolo Nori, anzi lo audioleggevo, perché audioleggere Paolo Nori che legge sé stesso è più bello che leggerlo su un libro di carta o su un supporto multimediale. 
Ad un certo punto, più o meno, diceva che i prof parlano sempre di scuola, e, se si parla d'altro, dopo poco collegano questo altro alla scuola e riprendono a parlare di scuola.
 
Sta cosa non mi piace, ho pensato, ma è vera.
Brutta, ma vera. 
Se sei con un prof, lo fa. 
Se sei un prof, lo fai. 
Se sei un prof con un altro prof o degli altri prof, lo fate in modo elevato al numero di prof che ci sono. 

C'è gente che ha anche delle teorie in proposito, teorie del tutto campate in aria perché sono persone che non fanno i prof. 
Tipo dicono che i prof, a scuola, ci stanno troppo poco, e non sono tra di loro ma con gli alunni, e quindi non hanno pause caffè, momenti vuoti in cui devono stare a scuola, riunioni, occasioni per parlare tra di oro del loro "lavoro".
Ecco, quegli esterni sbagliano, e probabilmente alcuni di quegli esterni sono andati a lavorare al MIM, il Ministero dell'Istruzione, ma da un po' anche del Merito, sicuramente perché molto meritevoli. Si sono trovati e si sono detti: "Questi prof quando sono fuori dalla scuola parlano sempre della scuola e ammorbano Paolo Nori e anche il prossimo. Rimediamo: riempiamoli di momenti vuoti e inutili a scuola, così parlano di scuola a scuola e poi una volta fuori non importunano più il prossimo". 

Così è stato.

Ma non ha funzionato.

Anzi, i professori escono da scuola e parlano e pensano alla scuola sempre di più, anche di notte, mentre dormono, e, se sonnambulano, sonnambulano parlando di scuola e mimando azioni scolastiche, 
tipo liti ai collegi docenti, 
tipo ore buca trascorse seduti su un gradino fuori dalla scuola, pur di non stare a scuola a parlare di scuola, parlando di scuola con altri prof che stanno fuori seduti su un gradino, pur di non stare a scuola a parlare di scuola. 

E se un professore ha altre mille cose di cui parlare, altri diecimila interessi, altri dodici lavori, non importa, perché sarà sempre di scuola che finirà per parlare, 
se ha consapevolezza, ammorbando sé stesso e gli altri,
se non ha consapevolezza, ammorbando solo gli altri. 

Qual è il succo di questo post? Il succo è che il MIM, seppur pieno di persone meritevolissime, ha sbagliato qualcosa, e quindi, in pieno stile leopardiano, lo dirà,

sabato 20 dicembre 2025

Everybody needs somebody to love

 

Al parco Michelotti a Torino c'è un'opera che pare sia d'arte, e pare rientri nell'iniziativa "Luci d'artista", ma va bene anche di giorno senza luci.  
Passandoci davanti, notte o giorno che sia, ci si imbatte, tra le altre scritte, anche in quella che dice: "EVERYBODY NEEDS SOMEBODY TO LOVE", frase già sentita, niente di nuovo. Ma capita che le frasi si sentano e non si capiscano davvero, o si capiscano solo in parte, e poi, quanto le leggi o senti dire la millesima volta, taaac, ti viene un'intuizione che ti fa scoprire una nuova sfaccettatura. 

E quindi, uno che si trova lì davanti e legge la frase per la millesima volta, potrebbe dire: "Perbacco, non mi ero mai accorto che qui non ti si dice TUTTI HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LI AMI", ma "TUTTI HANNO BISOGNO DI QUALCUNO DA AMARE". Il che è ben, ben, ben diverso. 

Diciamo che spesso nella vita uno è abituato a cercare qualcuno che lo ami, più che qualcuno da amare. Insomma, si dà molta importanza alla reciprocità, tanto che ci si concentra più su quello che provano gli altri per noi che su quello che proviamo noi per gli altri. Il che è molto difficile da verificare, perché non è che si capisca cosa passa nella mente e nel cuore degli altri, già è difficile capire quello che passa nei propri. 
Uno che ti ama potrebbe manifestarlo in un sacco di modi diversi, che tu potresti non capire nonostante autentici sforzi di empatia, che se ami qualcuno non sono nemmeno sforzi, ti vengono naturali. Ma ti viene anche naturale arrovellarti proprio sulla veridicità o natura di quell'amore altrui. I sintomi di amore possono essere molto diversi tra loro, figurarsi, siamo in un Paese con una varietà genetica pazzesca, con usanze diverse, poi se si guarda in Europa, anche se dovrebbe essere un'Unione, tenta di unire l'inconciliabile, un'accozzaglia di popoli talmente diversi tra loro che diventa impossibile, se si spazia nello spazio, capire se un europeo ci ama...un francese dimostrerà l'amore in modo diverso da un italiano e diverso da un inglese. Immaginatevi poi, spaziando ancora di più, Putin che vi ama, cosa che sembrerebbe succedere davvero in questo momento a Alina Kabaeva, che riceve manifestazioni d'amore consistenti nel relegare i figli in una residenza, che, seppur lussuosa, sa tanto di prigione. Pensate poi i sintomi di amore di uno come Trump. Un eschimese manifesterà il suo amore sfregando il suo naso moccoloso congelato contro il vostro naso moccoloso congelato, finché il calore umano scioglierà il gelo e i due muchi si fonderanno in un'orgia di scarichi nasali. 

Insomma, aver bisogno di qualcuno che ci ami è un gran casino, anche se molti ci perdono dietro la vita. 

Invece, aver bisogno di qualcuno da amare è molto meglio, se non ci si fissa in sta storia della reciprocità: uno, lo sai (forse); due, questo stato raro ti fa uscire dalla tua comfort zone, perché ti metti a fare cose che normalmente mai faresti, e le fai con una leggerezza che normalmente mai avresti, e ti distogli da tutte le preoccupazioni di routine, dal combattere le ingiustizie, dal lamentarti per il tuo lavoro. Ti viene quel PFM che ha lo stesso effetto di una sessione meditativa professionale continuativa. E lo scopo di innamorarsi non è essere ricambiati. No! E' lo stato di innamoramento, che poi chi se ne frega se dopo il "fall in love" c'è il precipitare in una voragine oscura, intanto hai avuto il tuo enorme benefit che ti ha schiodato dalla croce delle imposizioni sociali personali familiari a cui sei normalmente ancorato, anche se la croce è un po' fuori tema per il periodo natalizio. 

martedì 25 marzo 2025

ll libraio magico

C'era una volta una libreria, che poi ha chiuso. 
Nella libreria c'era un libraio, una persona gentile e amante dei libri a tuttotondo, che li ha ammucchiati tutti nei seminterrati della sua libreria chiusa, e quando andavi lì sotto ti sembrava di entrare in un altro mondo, a cui si accedeva seguendolo per ripide scale e porticine misteriose, fino ad accedere a mucchi di libri odorosi di tempo. 

Ecco, così me lo ricordo, questo libraio gentile che ti vendeva i libri a peso, ma ogni tanto uno lo valutava diversamente, perché era un'edizione rara, e lo sapeva a memoria, senza AI, senza PC, semplicemente lo sapeva perché quello era il suo regno ed accedervi era una magia. 

martedì 28 gennaio 2025

La S lunga e constrictor


C'era una volta un Carrefour medio grande, con un enorme piazzale davanti, quasi in centro a una città quasi grande. 
Ce n'era anche un altro medio piccolo non lontano, un Carrefour che sembrava una famiglia, dove non c'era granché da comprare ma ci andavi perché ci lavorava gente simpatica, e poi mettevano nei lineari la roba che scadeva dopo davanti e quella che scadeva prima dietro. Un sacco di fatica sprecata.
Un bel giorno il Carrefour medio piccolo ebbe sempre meno cose da comprare, poi i lineari diventarono vuoti come il frigo di un single e alla fine chiuse. 
Nell'edificio di quello grande ci fu per un sacco di tempo un gran cantiere. Alla fine del gran cantiere sorse una Esselunga mega gigante, di cui ho già parlato per la bella sensazione che mi genera entrare lì dentro. 
Il Carrefour medio-grande, però, ha resistito. Adesso sopravvive nelle spire del boa constrictor del colosso della GDA, che lo avviluppa proprio fisicamente.
Che poi, la Esselunga è italiana, il Carrefour francese: vediamo con le lunghe mani dell'influenza del pensiero trumpiano su quello meloniano cosa succederà. 

lunedì 27 gennaio 2025

L'incidente


Oggi ho assistito a un incidente. 
Non uno di quegli incidenti spettacolari, con lamiere che volano di qua e braccia che volano di là. Un incidente compito, raccolto, un graffietto di qua, un cofano un po' storto di là. Due automobili bianche in mezzo a un incrocio .Dalle due macchine bianche scendono due donne bianche. E lì, io, che sono ferma a un semaforo in bici, mi aspetto che si parlino, che si salutino, magari anche un po' scocciate, magari anche un po' sgarbatamente, ma no. 
Frugano in sincrono nella borsa. 
Estraggono in sincrono il cellulare.
Telefonano, guardando ognuna da una parte diversa.