LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

venerdì 30 aprile 2010

Franken-girl-stein

Pensate che bello se si potessero prendere dei pezzi, delle caratteristiche, delle qualità delle nostre fidanzate della vita passata.

La pazienza di A., la sensualità di B., i manicaretti di C., la risata di D., la vitalità di E., l'allegria esuberante di F....



Un misto di qualità, pezzi pregiati, cose che non riscontreremo più in nessun'altra.
Un miscuglio di pezzi di puzzle provenienti da differenti scatole.

Una scintilla di vita. Zap! e Franken-girl-stein, lentamente comincerebbe ad alzarsi da sotto il bianco lenzuolo...

Dopo dieci minuti di vita assaporata, respirata a pieni polmoni, per la precisione con quelli di G., ottima nuotatrice, le varie parti comincerebbero a litigare sull'eventuale colore della borsa che non si intonerebbe con quello delle scarpe...

mercoledì 28 aprile 2010

A piedi nudi nella sabbia

Uno arriva al mare che si trova davanti una spiaggia incontaminata, con tutti i granelli di sabbia uno vicino all'altro a formare una coltre piatta che manco un mare piatto potrebbe sembrare più piatto.

Sa che in questa spiaggia gli toccherà fare una corsetta, e si mette quindi a correre.
All'inizio scorrazza un po' dappertutto, senza un concetto del percorso, un po' a sinistra, un po' a destra, un po' in obliquo e anche un po' dritto. E intanto guarda incuriosito tutto quello che lo circonda: il mare, il sole, le palme, i gabbiani.

Dopo un po', però, inizia a decidere di passare davanti a quella palma là, poi girare lì, dallo scoglio con la cacca di gabbiano a forma di macchinina, poi una tirata fino al casolare e di nuovo alla roccia. Inizia a crearsi un percorso.

Dopo un altro po', le impronte, che prima erano sparse di qua e di là nella sabbia, iniziano a diventare dei solchi, perchè il percorso diventa costante. Del resto, è abbastanza comodo fare quel giro, e poi, con il passare del tempo, non c'è nemmeno più da pensare ai punti di riferimento, vuoi perchè sono stati interiorizzati, vuoi perchè il solco è diventato tale da essere sufficiente come indicatore della via.

Dopo un bel po', però, il solco diventa sempre più profondo, e, se prima non ne usciva per comodità, ora uno non ne esce più per evitare un incremento di acido lattico nel tentativo di scavalcamento.

Dopo un bellissimo po', si accorge che i suoi gomiti toccano la sabbia lateralmente, e che il mare, il sole, le palme, i gabbiani riesce a vederli a stento, perchè la spiaggia gli arriva agli occhi. Ormai è impensabile uscire dal solco.

Correrà ancora immerso nella sua stessa creatura, nel suo solco liberamente creato, sempre più affaticato, finchè non cedrà colto dalla stanchezza.

Quando passerà il trattorino in spiaggia, non sarà difficile appianare tutta la sabbia, probabilmente senza nemmeno notare che nel fondo di quegli strani solchi c'è qualcosa di non sabbioso.

lunedì 26 aprile 2010

Rimorsi e rimpianti



Attenti a dire che per voi sono meglio i rimpianti dei rimorsi o viceversa.

Ricordate sempre che i rimpianti si hanno per cose che non si sono fatte, al posto di cui se ne sono fatte altre, per cui si nutrono dei rimorsi.
Infatti, se aveste fatto le cose che non avete fatto, non potreste rimpiangerle, ma potreste solo rimorderle (si dice? Boh, a me piace).

Quindi rimorsi e rimpianti sono le due facce delle stessa medaglia che penzola dal vostro collo.

venerdì 23 aprile 2010

mercoledì 21 aprile 2010

La forza sia con te

C'è poco da fare.
Lo diceva anche quel fumetto che avevo letto da piccola.
C'era dentro Sansone, e Sansone aveva una folta chioma.
La folta chioma gli dava forza disumana.
Un giorno andava dal parrucchiere e quest'ultimo, ignaro della forza della chioma del forte Sansone, lo rapava a zero con la macchinetta, e, già che c'era, gli dava anche una passata di rasoio, ottenendo la tipica parvenza della palla da bowling senza i tre buchini per le dita.
Lui usciva da parrucchiere. Aveva parcheggiato la bici là fuori. Cercava di girare le chiavi nel lucchetto, ma niente, non ci riusciva, era troppo debole perfino per imprimere il moto rotatorio alla chiave. Insomma, non so se fosse successo proprio quello, avevo sette anni, non è detto che mi ricordi proprio tutto di sto fumetto, ricordo il succo, e il succo è che qualcuno, ad un certo punto, gli metteva in testa un parrucchino stopposo, lui si credeva di nuovo capelluto e ridiventava fortissimo, anche se sotto aveva ancora il cranio palloso da bowling e, tra l'altro, con lo sfregamento, dopo poco gli sarebbero venute delle piaghe che manco Le streghe di Roald Dhal.
Ma, vi starete chiedendo voi, dove voglio andare a parare?
Voglio andare a parare sul fatto che, in questo mese di Aprile, com'è come non è, ho fatto una fatica pazzesca a tirare fuori qualche post abbastanza pulcioso. Va beh che Aprile dolce dormire, va beh che, non so come mai, anche altri blogger, tutti gli anni, ad Aprile, hanno una caduta verticale del numero di neuroni postosi. Adesso non sto a proporvi i numerosi link di post aprilini penosi perchè non sarebbe carino, in ogni caso vi basta andare sul mio o altrui blog e cliccare sul mese di Aprile.
A parte il letargo primaverile, secondo me il motivo per cui io non ho più fatto dei bei post è stato che non sono più andata a correre. Da un mese, un nano di questi, sbagliando strada, invece si sistemarsi nel mio orecchio e magari suggerirmi qualche bel post, si è trovato nella mia epiglottide, e ha montato una pensilina attaccandola alla mia parete esofagea con una serie di uncini. Quindi ha montato la tenda, aperto il tavolino pieghevole e le sedie pieghevoli, e ora campeggia tranquillo appeso con mille uncini alla mia gola. E così, con sto bruciore persistente uncinato, non sono più andata a correre.
La corsa è la mia chioma sansoniana.
Ma non posso mettermi in testa una finta corsa.
E così oggi sono andata a correre nonostante il nano malefico arpionato.
Cosa ne è uscito?
Questo post.

Del resto, è ancora Aprile.

lunedì 19 aprile 2010

Dove metto le mani?

Tutti noi umani, o quasi tutti, siamo stati creati con un busto, due braccia e due gambe. Le gambe servono a camminare, le braccia a un sacco di cose. Ma mentre le gambe, quando non camminano, giacciono in basso senza problemi , al massimo accavallate tanto per zigzagarci la colonna vertebrale, le braccia, quando non sono impegnate a scrivere, portare, raccogliere, porgere, stringere e altre attività a loro preposte, diventano due peduncoli fastidiosi che non si sa dove mettere.
Se le si incrocia, magari solo per comodità, gli pseudopsicologi iniziano a dire che si è chiusi.
Metterle in tasca è di cattivo gusto e allarga anche le tasche, che poi si bucano e si perdono i centesimini per strada.
Incrociare le dita dietro la schiena fa tanto nonnino passeggiante in cerca di cantieri da scrutare.
E allora che si può fare di ste mani e braccia così inutilizzate?
L'ideale è ottimizzare e fare i trasportatori di borse della spesa a pagamento, in modo da avere sempre un sacchetto in una mano e uno nell'altra, ed eliminare i momenti di incertezza.
E risparmiare sulla palestra.

venerdì 16 aprile 2010

Russi


No, in questo post non parlerò di persone abitanti nell'ex Unione Sovietica, bensì di dormienti rumorosi.
I dormienti rumorosi sono effettivamente quasi peggio di quello che rappresentò l'U.R.S.S. per l'U.S.A. durante la guerra fredda. Almeno, la guerra fredda era silenziosa e subdola.
Il subdolo non è una bella cosa, ma, quando si è nella stessa stanza, o nello stesso appartamento, o nello stesso immobile di un/a russatore/trice, viene voglia di subdolo e silenzioso, piuttosto che sentire quel palese e per nulla subdolo passaggio di aria in meandri a chiocciola di nasi e gole tappati dal catarro o deviati naturalmente.
Se il russamento è leggero, lo si sente solo nel caso in cui si dorma nello stesso letto con qualcuno. Il che implica che o si sia in un ostello/rifugio, o si abbia una casa piccola molto popolata, o si dorma con una persona a noi intima. In tal caso, si può provare il movimento compulsivo autorotante sul materasso, sperando che le vibrazioni distolgano il russante dal russamento. Poi si può passare alle pacchettine sul materasso. Quindi alle pacchettine sul personaggio. Quindi agli schiaffoni. Quindi ai pugni, che però rischiano di svegliarlo, nonchè di causargli deviazioni del setto nasale peggiorative degli effetti audio di lungo periodo, nonostante il sicuro successo nel breve periodo.
Per il rumore sentito nella stessa stanza, si può ricorrere agli stessi espedienti, con un maggior dispendio energetico per gli spostamenti da un letto all'altro. Se le persone russanti sono molte, tipo in un rifugio, soprattutto se pieno di nerboruti e birraioli mantanari, ricorrendo alle misure estreme del pugno si rischia un trauma cranico, che porterà a non preoccuparsi più per i russamenti altrui, avendo altro a cui pensare (se si sarà ancora in grado di farlo).
Quando il russamento trapassa i muri, provenendo da vicini di casa o di stanza, si possono usare i muri stessi come cassa di risonanza. Se il rumore proviene dai vicini, soprattutto se i vicini sono antipatici, si può ricorrere a una simpatica autoradio sintonizzata su Metal rock radio o simili incollata sul soffitto o sul pavimento o sul muro contiguo i russatori. La controindicazione è che si dovrà ascoltare la radio a propria volta, il che necessiterà, forse, per poter dormire, di tappi per le orecchie. A questo punto sarebbe saggio ricorrere da subito ai tappi, per attutire il russamento piuttosto che i decibel sparati dalla radio, ma la soddisfazione sarebbe molto minore. Un altro stratagemma è lo scotch sul campanello dei vicini, che però bisognerà rinnovare periodicamente, almeno ogni volta che il russatore, dopo essersi alzato e averlo staccato, si riaddormenterà e reinizierà a russare. Il suggerimento è quello di non farsi scoprire, per evitare spiacevoli inconvenienti assimilabili a quelli del rifugio montano o legati ad atti giudiziari.
Allorchè, invece, si verificasse lo strano fenomeno in cui qualcuno russi mentre sta sostenendo un dialogo con voi, chiedetevi se non sia meglio cambiare lavoro e dedicare i proprio discorsi soporiferi a clienti paganti insonni.

mercoledì 14 aprile 2010

Gruppo Eiaculatori Precoci Cinematografici


"La pietra!" gridò la lipidica signora.

Ecco, lo sapevo. Un'altra azione dimostrativa del G.E.P.C.

Strano, pensavo che si fossero sciolti la scorsa settimana, al grido di "Ben Kingsley!!" mentre sullo schermo appariva Ben Kingsley.

lunedì 12 aprile 2010

Cartolina dalla straniera


Scendo dalla macchina a Busalla, in un totale deserto sociale, e mi appresto a chiudere la portiera della macchina.
Dall'altro lato della strada si materializza una signora sulla sessantina, che scuote tutto lo scopettone di capelli grigi e tutte le mani piene di dita per salutare a distanza, gridando "Ciao, ciao!".
Mi guardo intorno, ma l'unico essere vivente oltre a lei sono io.
Le dico: "Buongiorno".
Attraverso la strada un po' in obliquo, per non incappare nella sua traiettoria, ancora convinta che salutasse qualcun altro.
Lei mi raggiunge trotterellante e mi ripete: "Ciao, ciao!".
Io le ripeto il mio "Buongiorno" esitante.
"Tu sei la straniera". Mi fa.
"Ah, sì?". Le faccio.
"Sì, sì, sei quella di Torino". Mi fa.
E mi trotterella tutta rimbalzante a lato.
"Mi mandi una cartolina da Torino? Giuseppina Giuseppini, via Roma 45/5 interno B".
Mi viene da chiederle cosa possa farsene, di una cartolina da una sconosciuta e da Torino, ma non riesco nemmeno a dirglielo, talmente è allegro e pieno di attese il suo trotterellarmi rimbalzante a lato.
E così le dico "Va bene".
"Ti assicuro che ti rispondo, anzi scrivimi rispondimi! sulla cartolina!"
Poi entro in casa e subito mi metto a scrivere su un foglio quell'indirizzo.
Quando trovo un pc controllo anche che l'indirizzo esista, che esista il nome e che la signora trotterellante non sia un miraggio prodotto dalla mia alienazione busallese.
Invece del pizzicotto, chiedo pure alla vicina di casa chi sia sta Giuseppina Giuseppini.
Esiste veramente.
E' pazza, mi dicono.
Lo sapranno pur ben, qui, chi è pazzo o no, dedicandosi puntualmente all'osservazione sistematica etologica di tutto ciò che respira.
Va beh, con i pazzi non si scherza, poi mi sono anche abbastanza simpatici, spontanei come sono nella loro parallelità, e così mi decido a scriverle.

Quando torno, vado a comprare una cartolina torinese e ci scrivo su "Tanti saluti dalla straniera. Poi, sotto, scrivo rispondimi! con il mio indirizzo." E la imbuco.

Da quel giorno, ogni mattina, con ansia, controllo la buca delle lettere.
Non mi ha ancora risposto.
Ed è passato un mese.
Maledetti miraggi.

venerdì 9 aprile 2010

H2O 2


Ritento l'esperienza piscinifera, visti gli impedimenti busallesi ad altre attività sportive e noncurante degli inconvenienti del mio ultimo (e remoto) tentativo di balneazione artificiale.


Recatami al bacino balneare comunale di Ronco Scrivia, mi scopro poco attrezzata per la pratica del nuoto in vasca.


Infatti, reduce di un week end al mare, mi presento con un costume con reggiseno a balconcino e occhialini recuperati a caso dall'armadio di mio padre. Mi immergo e subito mi si riempiono gli occhialini di acqua, nonostante innumerevoli tentativi di aderenza ventosata. Il risultato è che, invece di avere gli occhi immersi in acqua solo quando ho la testa sott'acqua, li ho immersi anche quando ho la testa fuori. Alla prima bracciata il reggiseno a balconcino si riempie di acqua, fornendo il doppio servizio di aumentare l'attrito e di prestare un servizio espositivo agli altri nuotatori, di cui la mia corsia è gremita.


Risolvo i problemi nuotando senza occhialini, con la testa fuori come una tartaruga, e tenendo il corpo in posizione verticale. Il che mi porta a nuotare a velocità inaudite, ragion per cui dopo un po' di tempo posso approfittare dell'unica corsia totalmente vuota, mentre le altre pullulano di gente.


All'inizio mi viene pure il dubbio di aver avuto un attacco di incontinenza, e che stia lasciando una traccia blu, mas poi mi ricordo che:

- è una leggenda metropolitana;

- siamo in provincia di Genova e, anche se la sostanza esistesse, non spenderebbero per buttarla in una piscina comunale;

- ho 30 anni e non posso essere già incontinente. Però a 27 anni i post sulle piscine mi venivano meglio.


Approfitto dell'occasione per mettere in vendita il gettone per 8 docce al miglior offerente.

mercoledì 7 aprile 2010

Cibo consolatorio o cibo devastatore?

Quando uno mangia, pensa che il cibo che ingurgita lo attraversi, come un ruscelletto in mezzo ad un prato montano. Anzi, no, il paragone non è appropriato, perché il ruscelletto che passa in mezzo a un prato montano lascia nutrimento al terreno. Allora, ipotizziamo che si pensi che il cibo ci attraversi come la spada che trapassa la cassa preforata in cui la collaboratrice del mago ha infilato la testa, dove la spada rimane spada, la cassa bucata cassa bucata, e la testa della collaboratrice del mago testa della collaboratrice del mago, senza che nessuno di questi elementi cambi rispetto a com’era prima del passaggio.

Forse è per questo che ci si nutre di qualsiasi cosa ci passi per il cervello.

Invece, come le cose che passano per il cervello vi lasciano una patina unta del loro unto, o odorante del loro odore, o seghettata del loro essere seghettate, così anche ciò che attraversa il nostro stomaco non passa affatto inassorbito, e diventa parte di noi. Almeno in parte.

Quando mangiamo un hamburger pieno di unto, diventiamo un po’unti anche noi (e non dal Signore).

Quando mangiamo una merendina piena di grassi vegetali, diventiamo un po’grassi vegetali anche noi.

Quando mangiamo mortadella piena di polifosfati, diventiamo un po’polifosfati anche noi.

Quando mangiamo nervoso, diventiamo un po’nervosi anche noi.

Anzi, in tal caso già lo siamo, nervosi, ma lo diventiamo ancora di più.

Inoltre capita proprio che, come companatico del nervoso, mangiamo anche patate fritte, schifezze con ingredienti non ben identificati.

Cibo consolatorio.

Però, già che vogliamo consolarci, perché non mangiare

pane fatto in casa, con farina, acqua e lievito, per diventare un po’più buoni e semplici;

cioccolato fondente di qualità, per diventare un po’ più inebrianti e intensi

...

...

a voi proseguire con altri cibi consolatori e n0n dannosi!

domenica 4 aprile 2010

Miracoli


Guardavo un film, che ho scoperto ad un certo punto essere tratto da questo libro, e, quando l'ho scoperto, ci sono quasi rimasta male, ché il libro era molto meglio del film, ma poi, continuando il film, mi sono ricordata di una cosa che avevo dimenticato del libro, o forse nel libro sta cosa non c'era e non potevo ricordarla.
In ogni caso, sta cosa era che tutti i personaggi di sto film, morti suicidi e traslati in un mondo parallelo molto simile a questo, ma senza stelle e dove nessuno ride mai, riescono a fare miracoli.
Non grandi miracoli, miracoli che non cambiano il mondo, ma sempre miracoli.
Lanciano un fiammifero il aria e quello diventa una stella.
Svolazzano.
Levitano.
Cose così.
Il protagonista, invece, no.
Lui non riesce.
Chiede perchè.
E gli dicono che, per riuscire a fare i miracoli, bisogna fregarsene.
Ma lui mica se ne frega, dei miracoli.
E così, niente.
Non riesce.

Il punto è che lui è convinto di non fregarsene, e quindi non ci riesce.
Ad un certo punto, però, pensa ad "altro", e, improvvisamente, riesce a fare un miracolo.

Chissà a che pensava Gesù quando è resuscitato.

venerdì 2 aprile 2010

Le chiamate senza risposta del destino

Quando andavo a farmi il vaccino in ospedale, passavo sempre davanti a un bar.
Il bar era quello dell'ospedale, e si trovava appunto nell'ospedale.

Passavo vicino a questo bar dell'ospedale in un'ala dell'ospedale piastrellata con orride piastrelle rossicce, e ai tavolini era tutto pieno di malati con il pigiama, magari con la flebo attaccata, l'elastico dei pantaloni molliccio, calato sui canottieroni ortopedici.

Il bancone non era nemmeno bello, nemmeno decente, insomma, era una bancone da ospedale, con una vetrinetta piena di croissant decongelati e briochine confezionate, con i vetri di plastica resi opachi da una moltitudine di ditate unte.

Eppure, con tutti i bar presso cui passo senza considerarli, anche bar belli, pieni di croissant fatti a mano da pasticceri di gran fama, quel bar mi attirava inesplicabilmente e magneticamente.

C'era come una vocina che, tutte le volte, mi diceva: "Vai al bar...vai al bar".

All'ultima iniezione, la vocina insisteva martellante.

"Vai al bar...vai al bar".

Non poteva essere per il bar in sè.

Doveva esserci un motivo iperuranico, per me non percepibile, se non con un intuito sotterraneo, che si manfestava con quella vocina interiore: "Vai al bar...vai al bar".

Non potevo non ascoltare la vocina.

Ho deviato la camminata.

Il bancone era una calamita che mi attirava.


Poi, all'ultimo istante, ho accelerato il passo e sono uscita.

Meglio mantenere il mistero.

Ché poi la realtà delude.

E i croissant decongelati ancora di più.