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mercoledì 28 aprile 2010

A piedi nudi nella sabbia

Uno arriva al mare che si trova davanti una spiaggia incontaminata, con tutti i granelli di sabbia uno vicino all'altro a formare una coltre piatta che manco un mare piatto potrebbe sembrare più piatto.

Sa che in questa spiaggia gli toccherà fare una corsetta, e si mette quindi a correre.
All'inizio scorrazza un po' dappertutto, senza un concetto del percorso, un po' a sinistra, un po' a destra, un po' in obliquo e anche un po' dritto. E intanto guarda incuriosito tutto quello che lo circonda: il mare, il sole, le palme, i gabbiani.

Dopo un po', però, inizia a decidere di passare davanti a quella palma là, poi girare lì, dallo scoglio con la cacca di gabbiano a forma di macchinina, poi una tirata fino al casolare e di nuovo alla roccia. Inizia a crearsi un percorso.

Dopo un altro po', le impronte, che prima erano sparse di qua e di là nella sabbia, iniziano a diventare dei solchi, perchè il percorso diventa costante. Del resto, è abbastanza comodo fare quel giro, e poi, con il passare del tempo, non c'è nemmeno più da pensare ai punti di riferimento, vuoi perchè sono stati interiorizzati, vuoi perchè il solco è diventato tale da essere sufficiente come indicatore della via.

Dopo un bel po', però, il solco diventa sempre più profondo, e, se prima non ne usciva per comodità, ora uno non ne esce più per evitare un incremento di acido lattico nel tentativo di scavalcamento.

Dopo un bellissimo po', si accorge che i suoi gomiti toccano la sabbia lateralmente, e che il mare, il sole, le palme, i gabbiani riesce a vederli a stento, perchè la spiaggia gli arriva agli occhi. Ormai è impensabile uscire dal solco.

Correrà ancora immerso nella sua stessa creatura, nel suo solco liberamente creato, sempre più affaticato, finchè non cedrà colto dalla stanchezza.

Quando passerà il trattorino in spiaggia, non sarà difficile appianare tutta la sabbia, probabilmente senza nemmeno notare che nel fondo di quegli strani solchi c'è qualcosa di non sabbioso.

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